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LE RACCOLTE DI LIBERAEVA
 
     
 
 
 

La gabbia

 ROMANZO DI LIBERAEVA

L'avvocato

CAPITOLO  

FOTO Markus Richter

 
 
 
     
 

L’avvocato ripete ogni volta che si potrebbe fare appello, che questa volta mi riconoscerebbero le attenuanti se solo collaborassi. Ma io me ne sbatto di lui e dei giudici che si sono intromessi! Sai che il magistrato era una donna? Aveva gli occhi di ghiaccio azzurro metallo. Mi ha chiesto più volte se avevo qualcosa da dire. Avevo bruciato le prove e in quel momento mai e poi mai avrei detto qualcosa, perché tutto l’amore era racchiuso in quel gesto, che nessuno mai avrebbe potuto sporcare. Mi ha guardato fisso mentre pronunciava la sentenza, ha scandito le parole: FINE PENA: MAI! Se solo ora mi pentissi! Decidessi di dire la ragione che mi ha spinto a quel gesto. Ma io non voglio pentirmi perché quando si arriva a quel punto non si può sbagliare e sai benissimo cosa ti aspetta un attimo dopo, pensieri gelidi come la mano che stringi, morti appiccicati sulle sponde del cervello come pipistrelli di notte. Nemmeno una lacrima, né allora né sempre.

Cosa servirebbe ad uscire? La mia gabbia non è questa cella, queste sbarre di ferro arrugginite. La mia gabbia è qui dentro, dentro la mente, da lì non potrò evadere. Il mio avvocato non sa che qui si vive la profondità della vita, che fuori s’appiattisce e scolora d’ogni tinta che immagino densa, come il rosso di due labbra che sussurrano piano o si contorcono scomposte dal piacere che gridano.

Ecco vedi sempre lì vado a finire! Perché il fuori è sesso, è donna! Ed una donna è femmina quando la tocchi, la vedi, la senti che urla sguaiata l’orgasmo, ma è ancora più femmina se si nega, se accavalla le gambe e t’attira e poi le stringe ritrosa. La vorrei ora una donna che si nega che mostra e non mostra per il gusto di farsi guardare, che succhia e non succhia per essere il caso, imprevedibile bocca che non s’affida al destino.

Io ci ho provato a catturarle l’anima dentro, come una rete da pesca fa con i pesci, ma all’inizio non conoscevo che il sesso per entrarle di dentro. Che scemo pensare che sarebbe bastato che questo a penetrare una donna, bucarla nel mezzo e imprigionarle l’odore, come una musica lega senza corda né fili. Io ero medico e lei la paziente, veniva ogni giorno con una scusa diversa, i piedi le ossa lo stomaco gonfio.  Poi amanti, convinti che i nostri progetti non sarebbero rimasti appesi ai soffitti, d’ospedale d’albergo di una macchina in corsa. Finché tutto è cambiato… mi sono consumato per mesi fino a rendermi conto che l’unica via m’avrebbe portato qui dentro. So che ora non capisci. Ti prego non farmi più domande perché non riceveresti che queste parole, frammenti evasisi che non servono a me per giustificarmi, a te per capire. Sono un assassino e questo basta. Tu scrivi ad un assassino, il resto non conta.

Tra poco ci metteranno in fila per quattro, due piani a scendere e sotto la doccia. Ma è acqua di mare, salata che non serve a lavarci, a togliere l’odore di carcere, di disperazione. Ma non possiamo rifiutarci perché qui tutto è un obbligo. Dicono che a breve ci permetteranno anche l’ora d’amore, ma che senso ha qui dentro? Anche quella sarebbe una costrizione, ed io invece voglio spaziare, di notte di giorno, senza il secondino che guarda, perché quando abbasso le palpebre sono solo senza dimensione di tempo, di spazio tra quattro mura ed una branda disfatta. Tu ci verresti? Faresti la fila insieme alle altre, magari di quelle che si fingono mogli? Alle volte mi sembra di conoscerti, non so perché ma ho la sensazione d’averti incontrata, che per qualche motivo ho incrociato i tuoi occhi. Dimmi se siamo stati insieme ai tempi di scuola, ma non riesco ad immaginarti con una faccia bambina, ti vedo già grande come ora che scrivi e che leggi parole che entrano in un CARCERE A VITA. Rido! Come se conoscessi la tua faccia d’adesso o potessi distinguerla da quella di quand’eri bambina. Davvero ti immagino con gli occhi azzurri, sfumature che toccano abissi profondi, e poi risalgono fino all’orlo dell’onda che bianco s’increspa alla brezza leggera. Ti prego non dirmi se davvero ci ho preso perché tanto se fossero neri sarebbero belli lo stesso ed un ergastolano non sceglie. E’ la prima cosa che impari, il primo concetto che assimili.

Alle volte mi sorprendi mi fai sentire senza parole, parli d’amore ma tra le tue righe non c’è carne e né pelle, come se tuo marito fosse un’anima astratta e tu brami all’idea d’un rapporto più intenso, ma poi ti ritrai come se non avessi un sesso da offrire.

Io non t’ho mai detto che ti voglio scopare con tanta brutale mancanza di tatto! Non ho mai detto che voglio fare l’amore perché sarebbe altrettanto volgare. Mi piace, è vero, immaginarmi quando sei nuda, che chiami il mio nome in una notte d’inverno quando fuori c’è pioggia e nel letto ti cerchi per scaldarti la pelle ed asciugarti le ossa. E’ inutile che mi ripeti ogni volta che sei solo parole! Come se fossi un infermo e tu la spina che mi mantiene in vita!

Come vedi non sei solo queste lettere che stringo e che odoro! Non puoi non avere una faccia, due occhi che ora son certo mi stanno guardando, due mani che sole ti stanno cercando. Perché io lo so che ti tocchi! Cosa saresti se la tua fica non fosse attaccata alle cosce, al ventre e a tutto il tuo corpo? Con quello che c’è dentro e fuori. La voglia di femmina come strascico da sposa, che è anima e stoffa, che è alito denso che cambia d’odore quando prona o supina t’abbandoni all’istinto. Oddio che dico? Scusami ma m’intossica il vapore che sale dal tuo sesso, portato dal vento fino dentro una cella, m’intossica e mi inebria, mi tortura e mi sfianca quel profumo acre di femmina malinconica! Un giorno mi racconterai perché sento tanta tristezza quando mi racconti di te. Perché mai? Tu che puoi indossare calze di nylon e puoi decidere di farti guardare negli occhi quando e come vuoi, come mai?

I tuoi versi sono pregni di sensi che mi si incollano come gocce notturne sulla pelle... intravedo i tuoi desideri tra le righe malate di bisogno d'amore, di passione intrigante dove plano e decollo ogni notte con tutto me stesso disperso sul tuo corpo immediato, inclinato sul ventre del tempo. E mi bagno sai, delle tue carezze, di luce che bacio che lecco, del tuo desiderio che mi unge d’ogni tua parte incompiuta. Chissà se davvero lo sei. Se qualche parte della tua pelle non ha conosciuto l’amore. I tuoi versi mi scatenano la curiosità di conoscerti meglio, ti prego non lasciarmi in balia di altre anonime righe. Io voglio sapere, perché mi scrivi, perché accetti silenziosa questo turpiloquio. Stanotte pensavo che non mi hai mai rimproverato, qualsiasi parola abbia scritto oscena o volgare, l’hai accettata senza replicare. Davvero indossi un reggicalze bianco e viola quando mi scrivi? Per me è già un sussulto, un tuffo di voglia che mi getta oltre la siepe... saprò trovarti nel sogno? Ti ripeto, hai mai tradito tuo marito? L’hai fatto quando eri incinta della tua prima figlia? Così ho capito ma non ne sono sicuro perché ogni volta che leggo una donna parlare d'amore, qualunque cosa sia l'amore, mi accorgo di penetrare in un universo sconosciuto, ove non ritrovo mai il riflesso delle mie sensazioni all'interno dello specchio. E tutto è giustificato, compreso, nel nome più alto del sentimento. Se lo hai fatto davvero capisco il motivo ma ogni volta mi sento smarrito nell’universo di cui non conosco né gli estremi né tanto meno le rotte, ove spesso solo il porto di partenza e d’arrivo.

Tu immagini come posso iniziare la giornata in questo modo? Cado nella tua rete di parole che per tutto il giorno mi girano nella mente. Completamente rapito nei sensi e nelle emozioni... Vi sono caduto senza rendermene conto, facendomi trascinare in alto... sospeso. Vedo che mi osservi e incuriosita ti avvicini. Io mi dimeno freneticamente cercando di liberarmi. Non voglio che tu mi veda così, con gli occhi lucidi come biglie di marmo, dopo una notte passata a pensarti, a toccarmi. La rete si stringe e mi avvolge maggiormente. E tu sei lì e mi osservi. Ed io osservo te.... lontana da non scorgere il tuo viso... Osservo le curve del tuo corpo, sfocate dalla luce del sole rosso alle tue spalle e che slancia la tua ombra verso di me. Un passo.. poi altri due... riesco a distinguere altri particolari di te... le tue mani curate, la compattezza delle tue gambe, le rotondità del tuo seno... ma in controluce ancora non distinguo il tuo volto... ancora un passo e mi sei quasi accanto. Allunghi la mano per toccarmi e... la lettera finisce... ed io mi ritrovo di nuovo solo... con un foglio di carta tra le mani.

 
 
 
     
 

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   pubblicazione Aprile 2005 

 
 

            

 
 
 
 

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