L’avvocato ripete
ogni volta che si potrebbe fare appello, che questa volta mi
riconoscerebbero le attenuanti se solo collaborassi. Ma io me ne sbatto di
lui e dei giudici che si sono intromessi! Sai che il magistrato era una
donna? Aveva gli occhi di ghiaccio azzurro metallo. Mi ha chiesto più
volte se avevo qualcosa da dire. Avevo bruciato le prove e in quel momento
mai e poi mai avrei detto qualcosa, perché tutto l’amore era racchiuso in
quel gesto, che nessuno mai avrebbe potuto sporcare. Mi ha guardato fisso
mentre pronunciava la sentenza, ha scandito le parole: FINE PENA: MAI! Se
solo ora mi pentissi! Decidessi di dire la ragione che mi ha spinto a quel
gesto. Ma io non voglio pentirmi perché quando si arriva a quel punto non
si può sbagliare e sai benissimo cosa ti aspetta un attimo dopo, pensieri
gelidi come la mano che stringi, morti appiccicati sulle sponde del
cervello come pipistrelli di notte. Nemmeno una lacrima, né allora né
sempre.
Cosa servirebbe ad uscire?
La mia gabbia non è questa cella, queste sbarre di ferro arrugginite. La mia
gabbia è qui dentro, dentro la mente, da lì non potrò evadere. Il mio avvocato
non sa che qui si vive la profondità della vita, che fuori s’appiattisce e
scolora d’ogni tinta che immagino densa, come il rosso di due labbra che
sussurrano piano o si contorcono scomposte dal piacere che gridano.
Ecco vedi sempre lì vado a
finire! Perché il fuori è sesso, è donna! Ed una donna è femmina quando la
tocchi, la vedi, la senti che urla sguaiata l’orgasmo, ma è ancora più femmina
se si nega, se accavalla le gambe e t’attira e poi le stringe ritrosa. La vorrei
ora una donna che si nega che mostra e non mostra per il gusto di farsi
guardare, che succhia e non succhia per essere il caso, imprevedibile bocca che
non s’affida al destino.
Io ci ho provato a
catturarle l’anima dentro, come una rete da pesca fa con i pesci, ma all’inizio
non conoscevo che il sesso per entrarle di dentro. Che scemo pensare che sarebbe
bastato che questo a penetrare una donna, bucarla nel mezzo e imprigionarle
l’odore, come una musica lega senza corda né fili. Io ero medico e lei la
paziente, veniva ogni giorno con una scusa diversa, i piedi le ossa lo stomaco
gonfio. Poi amanti, convinti che i nostri progetti non sarebbero rimasti appesi
ai soffitti, d’ospedale d’albergo di una macchina in corsa. Finché tutto è
cambiato… mi sono consumato per mesi fino a rendermi conto che l’unica via
m’avrebbe portato qui dentro. So che ora non capisci. Ti prego non farmi più
domande perché non riceveresti che queste parole, frammenti evasisi che non
servono a me per giustificarmi, a te per capire. Sono un assassino e questo
basta. Tu scrivi ad un assassino, il resto non conta.
Tra poco ci metteranno in
fila per quattro, due piani a scendere e sotto la doccia. Ma è acqua di mare,
salata che non serve a lavarci, a togliere l’odore di carcere, di disperazione.
Ma non possiamo rifiutarci perché qui tutto è un obbligo. Dicono che a breve ci
permetteranno anche l’ora d’amore, ma che senso ha qui dentro? Anche quella
sarebbe una costrizione, ed io invece voglio spaziare, di notte di giorno, senza
il secondino che guarda, perché quando abbasso le palpebre sono solo senza
dimensione di tempo, di spazio tra quattro mura ed una branda disfatta. Tu ci
verresti? Faresti la fila insieme alle altre, magari di quelle che si fingono
mogli? Alle volte mi sembra di conoscerti, non so perché ma ho la sensazione
d’averti incontrata, che per qualche motivo ho incrociato i tuoi occhi. Dimmi se
siamo stati insieme ai tempi di scuola, ma non riesco ad immaginarti con una
faccia bambina, ti vedo già grande come ora che scrivi e che leggi parole che
entrano in un CARCERE A VITA. Rido! Come se conoscessi la tua faccia d’adesso o
potessi distinguerla da quella di quand’eri bambina. Davvero ti immagino con gli
occhi azzurri, sfumature che toccano abissi profondi, e poi risalgono fino
all’orlo dell’onda che bianco s’increspa alla brezza leggera. Ti prego non dirmi
se davvero ci ho preso perché tanto se fossero neri sarebbero belli lo stesso ed
un ergastolano non sceglie. E’ la prima cosa che impari, il primo concetto che
assimili.
Alle volte mi sorprendi mi
fai sentire senza parole, parli d’amore ma tra le tue righe non c’è carne e né
pelle, come se tuo marito fosse un’anima astratta e tu brami all’idea d’un
rapporto più intenso, ma poi ti ritrai come se non avessi un sesso da offrire.
Io non t’ho mai detto che
ti voglio scopare con tanta brutale mancanza di tatto! Non ho mai detto che
voglio fare l’amore perché sarebbe altrettanto volgare. Mi piace, è vero,
immaginarmi quando sei nuda, che chiami il mio nome in una notte d’inverno
quando fuori c’è pioggia e nel letto ti cerchi per scaldarti la pelle ed
asciugarti le ossa. E’ inutile che mi ripeti ogni volta che sei solo parole!
Come se fossi un infermo e tu la spina che mi mantiene in vita!
Come vedi non sei solo
queste lettere che stringo e che odoro! Non puoi non avere una faccia, due occhi
che ora son certo mi stanno guardando, due mani che sole ti stanno cercando.
Perché io lo so che ti tocchi! Cosa saresti se la tua fica non fosse attaccata
alle cosce, al ventre e a tutto il tuo corpo? Con quello che c’è dentro e fuori.
La voglia di femmina come strascico da sposa, che è anima e stoffa, che è alito
denso che cambia d’odore quando prona o supina t’abbandoni all’istinto. Oddio
che dico? Scusami ma m’intossica il vapore che sale dal tuo sesso, portato dal
vento fino dentro una cella, m’intossica e mi inebria, mi tortura e mi sfianca
quel profumo acre di femmina malinconica! Un giorno mi racconterai perché sento
tanta tristezza quando mi racconti di te. Perché mai? Tu che puoi indossare
calze di nylon e puoi decidere di farti guardare negli occhi quando e come vuoi,
come mai?
I tuoi versi sono pregni
di sensi che mi si incollano come gocce notturne sulla pelle... intravedo i tuoi
desideri tra le righe malate di bisogno d'amore, di passione intrigante dove
plano e decollo ogni notte con tutto me stesso disperso sul tuo corpo immediato,
inclinato sul ventre del tempo. E mi bagno sai, delle tue carezze, di luce che
bacio che lecco, del tuo desiderio che mi unge d’ogni tua parte incompiuta.
Chissà se davvero lo sei. Se qualche parte della tua pelle non ha conosciuto
l’amore. I tuoi versi mi scatenano la curiosità di conoscerti meglio, ti prego
non lasciarmi in balia di altre anonime righe. Io voglio sapere, perché mi
scrivi, perché accetti silenziosa questo turpiloquio. Stanotte pensavo che non
mi hai mai rimproverato, qualsiasi parola abbia scritto oscena o volgare, l’hai
accettata senza replicare. Davvero indossi un reggicalze bianco e viola quando
mi scrivi? Per me è già un sussulto, un tuffo di voglia che mi getta oltre la
siepe... saprò trovarti nel sogno? Ti ripeto, hai mai tradito tuo marito? L’hai
fatto quando eri incinta della tua prima figlia? Così ho capito ma non ne sono
sicuro perché ogni volta che leggo una donna parlare d'amore, qualunque cosa sia
l'amore, mi accorgo di penetrare in un universo sconosciuto, ove non ritrovo mai
il riflesso delle mie sensazioni all'interno dello specchio. E tutto è
giustificato, compreso, nel nome più alto del sentimento. Se lo hai fatto
davvero capisco il motivo ma ogni volta mi sento smarrito nell’universo di cui
non conosco né gli estremi né tanto meno le rotte, ove spesso solo il porto di
partenza e d’arrivo.
Tu immagini come posso
iniziare la giornata in questo modo? Cado nella tua rete di parole che per tutto
il giorno mi girano nella mente. Completamente rapito nei sensi e nelle
emozioni... Vi sono caduto senza rendermene conto, facendomi trascinare in
alto... sospeso. Vedo che mi osservi e incuriosita ti avvicini. Io mi dimeno
freneticamente cercando di liberarmi. Non voglio che tu mi veda così, con gli
occhi lucidi come biglie di marmo, dopo una notte passata a pensarti, a
toccarmi. La rete si stringe e mi avvolge maggiormente. E tu sei lì e mi
osservi. Ed io osservo te.... lontana da non scorgere il tuo viso... Osservo le
curve del tuo corpo, sfocate dalla luce del sole rosso alle tue spalle e che
slancia la tua ombra verso di me. Un passo.. poi altri due... riesco a
distinguere altri particolari di te... le tue mani curate, la compattezza delle
tue gambe, le rotondità del tuo seno... ma in controluce ancora non distinguo il
tuo volto... ancora un passo e mi sei quasi accanto. Allunghi la mano per
toccarmi e... la lettera finisce... ed io mi ritrovo di nuovo solo... con un
foglio di carta tra le mani.