E’ passata un’altra
nottata, sento i primi rumori, sbadigli come ruggiti e bestemmie piene di
rabbia. Sono anni che non sento nessuno parlare sottovoce. Sai, mentre ti
leggo sento solo un bisbiglio, una carezza di fiati che respiro tra
virgole e punti. Tuo marito cosa direbbe se sapesse che scrivi ad un
ergastolano? Mi dici che è garbato e gentile, che mai t’ha mancato di
rispetto alzando la voce. Troppo perfetto vero? Per questo mi scrivi? Come
una vacanza d’avventure nel mondo vuoi scoprire cosa può offrirti un uomo
dentro una gabbia, quale brivido potrà mai accapponare la pelle al sogno
che di notte potresti incontrarmi. Perché lo so che mi sogni, lo sento da
quello che scrivi, dall’odore di questa carta sgualcita che passi tra le
gambe quando umide chiedono altro, dentro la notte che ti tinge di nero,
che ti tinge mignotta senza uscire dal letto, accanto al tuo uomo che
dorme e che russa. E russa senza curarsi che accanto c’è una donna che
freme, che oscilla, signora e padrona della propria astinenza, dei tuoi
pugni che premono e t’arrossano e calmano il ventre. Ti sento che non hai
voglia di cedere ed intorpidire gli istinti, ti ribelli alla voglia
d’essere appagata solo quando la sua voglia risponde, e ti cerchi tra
quelle mutande, che t’impediscono d’essere libera e d’agognare, bramare,
dove vorresti sentire solo ruvido e calli di maschio.
Perché mi scrivi? Ti prego
non mi chiedere mai perché sono finito qui dentro. Perché stai a sentire un uomo
che ti può raccontare solo il passato. Ricordi morti. Vuoi sapere come è stato
il mio mondo? Le donne che ho amato? O solo il mondo delle femmine fuori dalla
tua sfera, da quella casa laccata? Tanto lo sai, lo so, che non riesco a parlare
di altro, che ogni cosa qui dentro gira intorno al desiderio perduto. Lo sai che
non ricordo né occhi né volti, che confondo l’amore col sesso? Sei curiosa vero
di sapere come si sentono femmine al riparo di un uomo? Ebbene mia cara, è un
mondo sottile rilegato all’orgasmo, a volte immediato a volte lungo, consumato
su una scrivania senza mutande, o nel bagno d’un bar contro un lavandino. E poi
letti d’alberghi, parcheggi assolati dove la luce t’acceca e senti la biancheria
bagnata d’amplesso. Ho conosciuto femmine, quelle vere, niente al mondo è
migliore, indispensabile. E qui la senti la mancanza eccome la senti!
Anch’io sono stato un
marito, anch’io un amante. Anch’io russavo di notte, perché fuori c’era la mia
Carmen, che mi saziava i giorni e le ore, che mi faceva crollare di notte, forse
riesco anche a capire quanta rabbia, quanta condensa si forma tra le gambe
disposte a perdonarti ogni cosa, se basta, se serve a sfamare il digiuno che
ogni notte s’allunga fino al chiarore dell’alba. E Carmen era moglie, madre con
i seni di latte. Quando scopavo con lei mi facevo la casa, mi facevo il marito,
le paure e gli appuntamenti, mi facevo il dentista, la cena e i suoi figli.
Giusto, in quel momento anche i figli, la gonna intatta e “la cravatta si è
sporcata di rossetto!!” “Che palle, è tardi, devo andare, domani ti chiamo,
usciamo separati, da queste parti abita suo fratello!” Ecco mi facevo anche il
cognato, la collega di stanza, sua amica, che ha intuito qualcosa, “sorride
quando parlo di amicizia.” Ma in fin dei conti fa bene. Quale amicizia? Dieci
anni, ma, ti assicuro, cambiavamo spesso la stanza, ma il motel era sempre lo
stesso. Sull'Aurelia ce n’è uno carino, discreto, 75 euro, la donna non deve
lasciare documenti e andando alle stanze non si passa per la reception. Se vuoi
ti dò l'indirizzo. Ma che dico? Forse non ci sarà più e tu sei una signora di
classe! Chissà se hai un amante? Di sicuro sarà un uomo di business, magari
siriano, avrà una casa stupenda oppure un tugurio a Via della Lungaretta, che è
bello lo stesso, anzi più romantico. Ma il più delle volte il tempo è poco,
pochissimo, il tempo è tardi, allora restavamo in macchina, sopra una distesa
d'asfalto rovente di un parcheggio di ipermercato. Che si fa? Ci si guarda tutto
il tempo intorno. Spesso ci si lagnava lavoro/casa/problemi poche volte ci si
baciava, ci si incontrava a metà strada (compromessi di voglie) per uno
sterile/reciproco desiderio. Tutto questo alle volte, tutto questo sempre
giurando convinti di prenderci una settimana, due giorni, un giorno, una sera
tutta per noi. Ma non è mai successo, mai mai davvero. “Mia moglie, tuo marito,
Luca ha la febbre, Giovanna ha preso trenta in Diritto Canonico”, sempre
presenti, sempre tra noi, tra il mio sesso che preme dentro la lampo, tra il suo
seno che sfioriva ogni giorno. Ma era bella Carmen, bella lo stesso.
A proposito mia bella
signora, che misura porti di tette? Ti sembrerà strano ma io amavo seni
minuscoli, mele acerbe di giugno attaccate su rami poco frondosi. Oggi è
diverso, nei miei sogni bivaccano donne mature, seni grassi opulenti tenuti da
mani che m’offrono latte, sono mucche al tramonto che reclamano ed urlano,
d’essere munte e svuotate, d’essere donne di strada perché il maschio di casa
l’ha deluse da sempre. La donna qui è tutt’altra cosa, diversa da quella di
fuori. Qui trovo nel sesso l’oceano immenso, l’idea blasfema di un porto
raggiunto dove il marinaio si ubriaca e bestemmia. Percepisco l’immensa
illusione di quel magico posto, dove l’uomo infame si perde, è per me l’unica e
vera ragione di vita ogni qual volta mi accompagnano gnomi attraverso la mente.
E le tue lettere nutrono il sogno, la carnalità e la brama, perché leggerti mi
trasforma in un animale da branco che struscia contro i muri guidato dal solo
odore di fica, la tua. Immagino di accattare una puttana per strada e scaricarle
l’ardore, ma poi nel sogno non ci riesco, non ci riesco a trovare il dettaglio
che porta all’amplesso in un culo spento o in un sesso molle e rassegnato al
maschio che entra, che urla respira e fa finta per l’unico orgasmo che sta
dentro la tasca.
Il vero è sognarti,
slacciarti da dietro il reggiseno e trovare l’unione di inconsci tra due corpi
che si uniscono nell’anima, nel percorso che penetra e senti il vulcano che
erutta, rendendo incandescente la vita. Non aspettarti coccole, che sollevo i
capelli e ti bacio sul collo e ti dico ti amo ti dico che m’ami, perché quello
che voglio è sentirmi che bramo, una donna senza volto che scrive, una puttana
dall’anima pura. Respiro le tue righe, la carta e sento l’odore. Chissà se
davvero sono state le tue gambe a stropicciarla, o l’eccitazione del poliziotto
che avido l’ha divorata? Non mi sconvolge l’idea se qualcun’altro qui dentro o
di fuori potesse godere alle tue parole, ai tuoi odori. Perché il mio dono sarà
una favola, il seme dell’universo che concepirai in te, nella tua mente. Io e te
soli. Soli con l’immenso attorno.