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LE RACCOLTE DI LIBERAEVA
 
     
 
 
 

La gabbia

 ROMANZO DI LIBERAEVA

L'alba

CAPITOLO  

FOTO Markus Richter

 
 
 
     
 

E’ passata un’altra nottata, sento i primi rumori, sbadigli come ruggiti e bestemmie piene di rabbia. Sono anni che non sento nessuno parlare sottovoce. Sai, mentre ti leggo sento solo un bisbiglio, una carezza di fiati che respiro tra virgole e punti. Tuo marito cosa direbbe se sapesse che scrivi ad un ergastolano? Mi dici che è garbato e gentile, che mai t’ha mancato di rispetto alzando la voce. Troppo perfetto vero? Per questo mi scrivi? Come una vacanza d’avventure nel mondo vuoi scoprire cosa può offrirti un uomo dentro una gabbia, quale brivido potrà mai accapponare la pelle al sogno che di notte potresti incontrarmi. Perché lo so che mi sogni, lo sento da quello che scrivi, dall’odore di questa carta sgualcita che passi tra le gambe quando umide chiedono altro, dentro la notte che ti tinge di nero, che ti tinge mignotta senza uscire dal letto, accanto al tuo uomo che dorme e che russa. E russa senza curarsi che accanto c’è una donna che freme, che oscilla, signora e padrona della propria astinenza, dei tuoi pugni che premono e t’arrossano e calmano il ventre. Ti sento che non hai voglia di cedere ed intorpidire gli istinti, ti ribelli alla voglia d’essere appagata solo quando la sua voglia risponde, e ti cerchi tra quelle mutande, che t’impediscono d’essere libera e d’agognare, bramare, dove vorresti sentire solo ruvido e calli di maschio.

Perché mi scrivi? Ti prego non mi chiedere mai perché sono finito qui dentro. Perché stai a sentire un uomo che ti può raccontare solo il passato. Ricordi morti. Vuoi sapere come è stato il mio mondo? Le donne che ho amato? O solo il mondo delle femmine fuori dalla tua sfera, da quella casa laccata? Tanto lo sai, lo so, che non riesco a parlare di altro, che ogni cosa qui dentro gira intorno al desiderio perduto. Lo sai che non ricordo né occhi né volti, che confondo l’amore col sesso? Sei curiosa vero di sapere come si sentono femmine al riparo di un uomo? Ebbene mia cara, è un mondo sottile rilegato all’orgasmo, a volte immediato a volte lungo, consumato su una scrivania senza mutande, o nel bagno d’un bar contro un lavandino. E poi letti d’alberghi, parcheggi assolati dove la luce t’acceca e senti la biancheria bagnata d’amplesso. Ho conosciuto femmine, quelle vere, niente al mondo è migliore, indispensabile. E qui la senti la mancanza eccome la senti!

Anch’io sono stato un marito, anch’io un amante. Anch’io russavo di notte, perché fuori c’era la mia Carmen, che mi saziava i giorni e le ore, che mi faceva crollare di notte, forse riesco anche a capire quanta rabbia, quanta condensa si forma tra le gambe disposte a perdonarti ogni cosa, se basta, se serve a sfamare il digiuno che ogni notte s’allunga fino al chiarore dell’alba. E Carmen era moglie, madre con i seni di latte. Quando scopavo con lei mi facevo la casa, mi facevo il marito, le paure e gli appuntamenti, mi facevo il dentista, la cena e i suoi figli. Giusto, in quel momento anche i figli, la gonna intatta e “la cravatta si è sporcata di rossetto!!” “Che palle, è tardi, devo andare, domani ti chiamo, usciamo separati, da queste parti abita suo fratello!” Ecco mi facevo anche il cognato, la collega di stanza, sua amica, che ha intuito qualcosa, “sorride quando parlo di amicizia.” Ma in fin dei conti fa bene. Quale amicizia? Dieci anni, ma, ti assicuro, cambiavamo spesso la stanza, ma il motel era sempre lo stesso. Sull'Aurelia ce n’è uno carino, discreto, 75 euro, la donna non deve lasciare documenti e andando alle stanze non si passa per la reception. Se vuoi ti dò l'indirizzo. Ma che dico? Forse non ci sarà più e tu sei una signora di classe! Chissà se hai un amante? Di sicuro sarà un uomo di business, magari siriano, avrà una casa stupenda oppure un tugurio a Via della Lungaretta, che è bello lo stesso, anzi più romantico. Ma il più delle volte il tempo è poco, pochissimo, il tempo è tardi, allora restavamo in macchina, sopra una distesa d'asfalto rovente di un parcheggio di ipermercato. Che si fa? Ci si guarda tutto il tempo intorno. Spesso ci si lagnava lavoro/casa/problemi poche volte ci si baciava, ci si incontrava a metà strada (compromessi di voglie) per uno sterile/reciproco desiderio. Tutto questo alle volte, tutto questo sempre giurando convinti di prenderci una settimana, due giorni, un giorno, una sera tutta per noi. Ma non è mai successo, mai mai davvero. “Mia moglie, tuo marito, Luca ha la febbre, Giovanna ha preso trenta in Diritto Canonico”, sempre presenti, sempre tra noi, tra il mio sesso che preme dentro la lampo, tra il suo seno che sfioriva ogni giorno. Ma era bella Carmen, bella lo stesso. 

A proposito mia bella signora, che misura porti di tette? Ti sembrerà strano ma io amavo seni minuscoli, mele acerbe di giugno attaccate su rami poco frondosi. Oggi è diverso, nei miei sogni bivaccano donne mature, seni grassi opulenti tenuti da mani che m’offrono latte, sono mucche al tramonto che reclamano ed urlano, d’essere munte e svuotate, d’essere donne di strada perché il maschio di casa l’ha deluse da sempre. La donna qui è tutt’altra cosa, diversa da quella di fuori. Qui trovo nel sesso l’oceano immenso, l’idea blasfema di un porto raggiunto dove il marinaio si ubriaca e bestemmia. Percepisco l’immensa illusione di quel magico posto, dove l’uomo infame si perde, è per me l’unica e vera ragione di vita ogni qual volta mi accompagnano gnomi attraverso la mente. E le tue lettere nutrono il sogno, la carnalità e la brama,  perché leggerti mi trasforma in un animale da branco che struscia contro i muri guidato dal solo odore di fica, la tua. Immagino di accattare una puttana per strada e scaricarle l’ardore, ma poi nel sogno non ci riesco, non ci riesco a trovare il dettaglio che porta all’amplesso in un culo spento o in un sesso molle e rassegnato al maschio che entra, che urla respira e fa finta per l’unico orgasmo che sta dentro la tasca.

Il vero è sognarti, slacciarti da dietro il reggiseno e trovare l’unione di inconsci tra due corpi che si uniscono nell’anima, nel percorso che penetra e senti il vulcano che erutta, rendendo incandescente la vita. Non aspettarti coccole, che sollevo i capelli e ti bacio sul collo e ti dico ti amo ti dico che m’ami, perché quello che voglio è sentirmi che bramo, una donna senza volto che scrive, una puttana dall’anima pura. Respiro le tue righe, la carta e sento l’odore. Chissà se davvero sono state le tue gambe a stropicciarla, o l’eccitazione del poliziotto che avido l’ha divorata? Non mi sconvolge l’idea se qualcun’altro qui dentro o di fuori potesse godere alle tue parole, ai tuoi odori. Perché il mio dono sarà una favola, il seme dell’universo che concepirai in te, nella tua mente. Io e te soli. Soli con l’immenso attorno.

 

 
 
 
     
 

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   pubblicazione Marzo 2005

 
 

            

 
 
 
 

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