Non riesco a
concentrarmi, l’odore di sporco prende il sopravvento, il rossetto è
svanito, la tua faccia un giornale appiccicato sul muro. Ma non c’è
faccia, non c’è seno, solo fica in primo piano, pieghe intime di carne
rossa, sanno di macelleria e di delinquenza.
Sul mio certificato c'è
scritto fine pena: MAI.
Tu mi scrivi che sei
ricca, che tuo marito è dottore, che vivi in una villa all’Olgiata. Ed allora
perché mi stai a sentire? Non posso che offrirti questa appiccicosa solitudine.
Sono povero e disgraziato, non ho ville, non ho denaro, nessuno che abbia voglia
di sentire quello che penso. Soltanto una cella con una grata sotto il soffitto.
Tra poco entrerà uno spicchio di sole, ma è fragile, debole, non scalda e non
asciuga l’umidità tra le mie ossa, tra queste pareti che sanno di muffa.
Non posso imporre nulla
perché tutti mi impongono qualcosa, la loro presenza, le loro passioni, i loro
ardori, le loro frustrazioni.
Ti penso in autoreggenti,
nel tuo studio mentre mi scrivi, ti prego non allargare le gambe, tienile
strette perché quello che hai in mezzo è davvero un tesoro, e nessuna ricchezza
è mai a portata di mano. Ma sarai vera? O sei solo un fantastico sogno? Comunque
ti penso. Ogni volta mi vieni in mente diversa, non è la faccia, non sono le
mani che ogni sera mi vengono a trovare, che slargano gli orli del pigiama che
porto. Sono solo parole che leggo e di notte le sento, calde senza una forma
nella convinzione che da qualche parte del muro c’è un buco ed il tuo occhio
assapora la lunghezza del sesso che mostro. Perché è lungo sai, ed io non ho
altro da offrirti, ti prego non guardarmi la barba, i capelli, lascia che il
sesso sia l’unica misura che possa ingrandirti la voglia.
Cosa pretendi da un uomo
qui dentro? Per quanto sia grande il suo mondo interiore è rinchiuso comunque
dentro una cella. Non ho l’ultimo film da raccontarti, il traffico che
stamattina m’ha fatto tardare. Cosa potrebbe darti se non questo muscolo che
involontario s’alza ogni qualvolta mi distendo. Ti immagina seduta al bordo del
letto. Tu fumi? Che proteggi il tuo seno dagli sguardi del secondino che passa.
Ti vedo che fremi, che vorresti scoprirlo per il gusto d’affogarci il mio naso,
di farmi sentire l’odore di stalla come mucca carica di latte. Ti trucchi?
Perché ti vedo con due labbra di fuoco, che ridi e ti passi la lingua sui denti.
Come vedi non posso
staccarmi da quell’immagine sul viale che frequentavo ed ora è solo un nebuloso
ricordo. Ricordo che m’appartavo dietro la siepe, lei tirava su la gonna ma non
c’era poesia, non c’erano mutande. Chiedeva poco e poco mi offriva. Nemmeno un
reggicalze per sognare una stanza d’albergo, nemmeno una riga che correva lungo
le calze per farmi voglia e prenderla dietro.
Ne avrei di culi in questo
momento se solo ne avessi la voglia di farmeli nudi, d’entrare in un buco
qualunque senza guardare il sesso davanti. Ti giuro, mia cara signora, ci ho
provato e come! Ma le mie dita a forma di buco mi fanno volare metri più in
alto! E’ tecnica, nient’altro che tecnica per trasformare la mano in una signora
di classe, che s’allarga a candela mentre sono sdraiato, che mi regola il ritmo
e mi lascia sognare. Ti sembrerà strano, ma io non devo fare nulla, chiudo gli
occhi ed immobile aspetto. Tu vieni sempre per prima, mai una volta che non t’ho
soddisfatta, mai una volta che sei andata via con la voglia nel cuore. Perché io
le donne le soddisfo nell’anima, le scopo nel vuoto dove il nero è più intenso,
che a volte ti giuro è da tutt’altra parte che in mezzo alle gambe, che in mezzo
alle tette.
Ti prego domani sera
torna, quando qui dentro è gia buio, non farti sentire, vedere dal mio compagno
di cella, lui non capirebbe vederti vestita mentre facciamo l’amore, non
capirebbe che la differenza è la tua gonna di seta, il merletto che copre e non
copre il tuo sesso voglioso.
C’è un cane lupo fuori che
aspetta, si chiama Macigno, se potessi uscire da qui, correrei subito da lui, è
in un canile, ma so che mi pensa, che appoggia il muso alla rete e guarda
attento chi passa, perché lui sa che non l’ho abbandonato, che se sogno d’uscire
non ho altro motivo per chiudere gli occhi. Tu non mi servi di giorno perché la
delusione che sento non ha né capo e né coda, ma un forte dolore qui in mezzo,
una ragione per non ritornare qui dentro.
In questo
carcere abbiamo a disposizione quattro colloqui al mese, sono importanti per
stringere le mani, per vedere gli occhi che vedono il mondo. I miei vanno
sprecati, se potessi venderli avrei la fila qui fuori, se potessi barattarli
avrei la dispensa piena di fumo e formaggio. All’inizio veniva un ragazzo che
avevo conosciuto per pochi giorni qui dentro, ecco io non vivevo per quel
momento, mi spartiva le settimana, dava una logica allo scorrere del tempo, dava
dei nomi tipo ieri o domani, eppure tra noi non c’era nulla, amore o amicizia,
solo la pena d’esserci frequentati in questo posto, dentro una cella con la sua
gioia a stento celata dell’ultimo giorno. Poi piano piano s’è diradato, qualche
volta m’ha scritto, ma non ho nulla per pretendere di risentirlo di nuovo, che
si faccia vivo in nome di un niente, perché chi è passato da queste parti sa
bene che si vive a cadenze, la posta i colloqui, il pranzo la doccia, l’ora
d’aria ed in mezzo il vuoto, soltanto pensieri che lo riempiono appena. Laggiù
c’è il mare lo sento, ma è un rumore continuo che non cambia mai tono, non
riesco a sentire il suono dell’alta marea, che almeno calmerebbe l’infinito
bisogno d’affogarci l’istinto d’evadere, per vedere il colore al tramonto
dell’acqua che cambia.
Il mio compagno di cella è
arabo, non conosco il motivo che l’ha portato qui dentro, tutti noi abbiamo
pudore di raccontare la causa che ci ha relegato qui dentro. Lo stesso di una
donna che s’abbassa la gonna quando si siede. Ogni tanto parliamo, ma non
conosco la sua lingua, gesticola, cerca di farsi capire, ma con i gesti non si
racconta una vita, non si sgranano i ricordi stipati dentro un’anima in pena.
Ogni tanto con le mani mi fa il gesto di una pistola, lo vedo che vuole
spiegarsi, che ha sparato ed ha ucciso. Del resto qui dentro non si viene per
altro, per un succo di frutta rubato, per un incidente a semaforo spento. E’ più
giovane di me e non riesce a capacitarsi d’essere qui per un solo momento, ne
prima né dopo, ma in quell’istante, quando la rabbia t’acceca e spingi il
grilletto, quando il fuoco che parte indietro non torna. Ti prego non pensare
che io sia un assassino, oppure pensalo, ma se non si conosce il motivo non è
possibile comprendere, si sputa un giudizio per togliersi di torno il pensiero.
Si chiama Samir, avrà
vent’anni di meno, è buono dai modi gentili, e mi fa pensare ogni volta quanti
cattivi ci siano fuori, se il mondo fosse al contrario quanti omicidi ci
sarebbero ancora? Perché solo chi è dentro ha visto gli occhi di un uomo che
muore, il sangue che esce a fiotti ed a grumi e lascia una vita distesa per
terra.
Le tue lettere sono piene
di solitudine, mi fa impazzire l’idea che lì fuori si possa essere soli! Ma ho
bisogno di te, ti prego non smettere, non sforzarti a scavarti la carne
dell’anima. Non serve! Qui dentro si ha bisogno di vita reale. Cosa fai al
mattino quando ti svegli, se quando piove porti l’ombrello. Non servono i tuoi
pensieri, qui siamo ricchi soltanto di quelli. Mi preme confessarti una cosa, ma
non t’arrabbiare! Le tue lettere dopo lette fanno il giro del carcere, perché
ognuno di noi ha un’amante virtuale e leggendo s’illude che fuori l’aspetta, che
brama di voglia nel letto da sola. Abbiamo bisogno di dettagli, di terra che fa
crescere il grano, non parlarmi del mare, ti prego, ho bisogno di distese, di
correre dritto finché il fiato mi regge, nessuno ostacolo tra me e l’orizzonte.
Un mio compagno di pena,
giura che sei bionda, un altro che porti dei guanti di rete, quando scrivi,
quando fai l’amore. Sai che nessuna l’ha mai afferrato con la mano vestita?
Oddio se avessi un guanto a quest’ora? M’accontenterei anche di pelle che mi
possa far scegliere con chi fare l’amore.