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LE RACCOLTE DI LIBERAEVA
 
     
 
 
 

La gabbia

 ROMANZO DI LIBERAEVA

La gabbia

CAPITOLO  

FOTO Markus Richter

 
 
 
     
 

Sono solo, se muoio adesso nessuno stasera mi terrà compagnia. Questa gabbia m'impedisce di uscire, questa finestra troppo in alto m'impedisce di vedere, ma lo so che c'è il mare, lo sento non è poi lontano, ogni tanto qualche sparuto gabbiano si ferma e riparte all'istante, non mi degna di uno sguardo, non ho niente da offrirgli. Sento delle voci, parlano una lingua straniera, danno calci sui muri ogni volta che tento di riposare, ogni volta che sogno. Poi ancora voci, arabe, maschili che fanno paura di giorno. Stanotte sarà l’ennesima notte, chissà quante ne saranno passate, non voglio ancora pensarci, ho paura dei topi, di chiunque apra la porta e mi ordini senza ragione. Perché la ragione ha un senso solo quando esiste decoro. E la dignità o qualcosa di simile l'ho persa strada facendo, inseguendo questa  crepa sul muro che sbatte al soffitto e scompare oltre la porta e mi riporta nella mia città, al mio lavoro, a te che mi leggi e non sai cosa ci faccio in questo squallido posto.

Lo so che lì c’è il mare, lo sento questo rumore continuo, di fiotti e risucchi strascicati, che ti mettono ansia perché non arriva mai la fine. La sento quest’umidità salata che m’infiamma le ossa e m’arriccia i capelli, e non oso guardarmi allo specchio, semmai c’è ne fosse uno, semmai potessi vedermi attraverso quest’oscurità che non mi dà dimensione e mi fa paura, come se si congiungesse al rumore del mare che ora sento più forte. Non riesco ad immaginare che ora possa essere, riesco perfino a ridere di me stesso pensando a cosa mi potrebbe servire saperlo davvero, a quanto sia inutile calarmi in un punto preciso del tempo e domandarmi dove mi potrebbe portare il pensiero di sapere che sono le cinque di un giorno feriale.

Tanto tra poco s’aprirà quella porta e l’odore stagnante di muffa circolerà rinvigorito e più forte, sulla mia pelle e su queste mattonelle che al tatto non sono più sporche dei palmi delle mie mani. Tra poco s’aprirà quella porta e mi trancerà la notte dal giorno, ieri da oggi e così via fino a credere superati questi pensieri che ora sono tutto il mio avere. Ricomincerò daccapo pensando al passato quello che ora dico al presente, ma il ricordo, quello vero, che mi vedeva altrove, lontano da questi ragni che mi camminano addosso e mi fanno la tela, si fa sempre più flebile. Non ho più niente di mio, neanche un paio di mutande, o che so io, una lametta che faccia mostrare le mia faccia decente.

Tra poco batteranno più forte, porteranno un brodo che dicono latte, qualcosa di molle che ha la forma del pane. Sempre lo stesso, lo stesso sapore, come se fosse quello di ieri, mangiato e rimesso.

Tu m’hai promesso che verrai a trovarmi, in un giorno qualunque, quando neanche me l’aspetto, mi porterai una zuppa di ceci e fagioli, che oramai non ricordo più il gusto, il sapore, che i miei sensi hanno cancellato come fare l’amore o che so io, farmi una doccia bollente quando fuori c’è neve. Ma non ricordo se fuori c’è inverno o un sole che picchia e crepa la terra, non ricordo se sono venuto fin qui coperto di lana, ma sento freddo, quel freddo di brividi che ti coglie indifeso quando sei solo, e s’infila padrone nelle parti più intime del corpo gelando cuore e polmoni.

Sembra passata un’eternità da quel giorno maledetto e forse sarà trascorsa davvero, a giudicare dalle tante domande a cui non ho dato risposta; non ho dato il minimo senso per pensarle di nuovo. Tutto è successo senza rendermene conto e senza per questo pensare che non sia accaduto, che queste sono solo le mie lenzuola sudate dall’ansia, che ora mi alzo e vado in cucina a prepararmi un caffè vero che ne ho tanto bisogno. Ma le sento davvero queste voci, miste a quelle straniere, come mi pare d’udire un sibilo di vento simile a zanzare fastidiose di notte, come mi pare di sentire la voce di un ragazzino che gioca sul pavimento all’ingresso. Ma se mi concentro sento la voce distorta di una donna, che di là in cucina pulisce cicoria e s’affatica attorno a quei pomelli opachi della sala da pranzo. La sento la voce, ora sempre più intensa, che grida perché non può più accettare che io stia qui dentro, sento una specie di pianto che, come ora silente, mi bagna la faccia e segue remissivo le rughe del viso fino a posarsi negli angoli della bocca, fino a ridarmi equilibrio e coraggio di subire un altro giorno che nasce, e distinguere nitido questo rumore di mare.

Se solo potessi vedere sul muro i contorni della mia ombra, m’aiuterebbe a ricordare chi ero là fuori, basterebbe uno straccio di luce per darmi una faccia, un’altezza, un carattere e da lì non ci vorrebbe che niente ricordare il motivo che m’ha relegato qui dentro, inghiottito da questa oscurità dove i ragni continuano a farmi la tela intorno ai miei polsi fasciati. Ma non sono catene, non ho ferri attorno alle caviglie o lenzuola che mi tengono stretto, neanche un bavaglio per tacere. Mi chiedo perché non urlo, perché non m’alzo e scappo da quella porta e perché rimango paziente ad attendere questo giorno che nasce.

Ma poi lo so perché sono dentro e perché non urlo e non scappo. Tanto non servirebbe a niente, se anche potessi, perché il dolore è dentro il mio cuore ed il male che sento mi seguirebbe ovunque potessi fuggire.

Solo quattro mura che ormai hanno confinato la mia fantasia, solo strisce con numeri impressi sulla mia pelle, 4237 e poi un codice a barre, come un dentifricio alle erbe, la mano della cassiera che delicatamente mi prende, m’afferra, manca solo il bip della cassa. Ecco lo sento! Vedo le sue unghie, rosse smaltate, la luce del neon che riflette. Cosa mai ci sarà da sorridere, ma lei ride e raccoglie i capelli. Il seno proteso sotto il camice a strisce. Tu credi che abbia memoria di una donna? Di quello che si fa al cospetto di un paio di tette?

Cerco nelle ombre della mente capelli freschi di shampoo che frivoli al vento fanno la ruota, ma mi tornano in mente soltanto puttane. Quelle di strada. Esisteranno ancora? Che battono i tacchi e consumano asfalti. Quei fuochi romantici sui marciapiedi di sera, quegli inviti sfacciati che ti fanno illudere quanto il paradiso può esserti accanto, quanto sia sporco come la terra che ingoiavo da bimbo.

Qui non ci sono puttane, ma solo secondini con falli di gomma che non hanno alcuna voglia di sorridere. Li sbattono sui muri e fanno paura, sulle sbarre e fanno rimbombi. Tu sai cosa c’è dentro un boato? Un uomo piccolo vestito di niente, che nudo s’appiattisce alle pareti e si rannicchia inseguito da un fascio di luce, freddo e accecante.

Ancora battono, come se i manganelli fossero sessi, duri, ritti davanti ad una donna, ma qui siamo tutti uomini e per alcuni di loro non facciamo differenza, perché il sesso è un buco che si tappa e si schiude, una bacinella di plastica per scaricare le voglie. 

Anche a me un tempo veniva duro. Bastavano due gambe in un bar all’aperto. Un drink arancione mentre accavallava le gambe. La gonna che s’alza, cosa mai ci sarà lì sotto?

Ora, invece, non ho calze di donna da guardare, non ho indumenti usati da annusare, tutto ha il colore della morte, triste gioco che mi vedrà sicuramente sconfitto. Davvero basterebbe poco! Non sogno d’uscire, pensare cosa potrei fare domattina se mi svegliassi nel mio letto. Chiedo di meno, un rossetto da respirare mentre m’addormento. Chiudo gli occhi e vedo la bocca, le labbra che si stringono a forma di culla. Non ricordo quanto è umida una bocca. Impazzisco all’idea dei tuoi capelli tra le mie gambe. La faccia a contatto con la mia voglia, che mi respira, che m’accarezza.   

Ma davvero tu verresti a trovarmi? Non sai nulla di me, non conosci la mia faccia, se sono brutto o il solco sul viso mi taglia in due la faccia! Davvero verresti? Mi fa impazzire l’idea, ma voglio che sia lontana. Sai, qui il tempo scorre lento, non è come fuori! Non voglio bruciarla, ma godere del piacere che possa accadere. Qui si coltivano semi, non si comprano fiori!

 

 
 
 
     
 

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   pubblicazione Giugno 2004

 
 

            

 
 
 
 

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