Sono
solo, se muoio adesso nessuno stasera mi terrà compagnia. Questa gabbia
m'impedisce di uscire, questa finestra troppo in alto m'impedisce di
vedere, ma lo so che c'è il mare, lo sento non è poi lontano, ogni tanto
qualche sparuto gabbiano si ferma e riparte all'istante, non mi degna di
uno sguardo, non ho niente da offrirgli. Sento delle voci, parlano una
lingua straniera, danno calci sui muri ogni volta che tento di riposare,
ogni volta che sogno. Poi ancora voci, arabe, maschili che fanno paura di
giorno. Stanotte sarà l’ennesima notte, chissà quante ne saranno passate,
non voglio ancora pensarci, ho paura dei topi, di chiunque apra la porta e
mi ordini senza ragione. Perché la ragione ha un senso solo quando esiste
decoro. E la dignità o qualcosa di simile l'ho persa strada facendo,
inseguendo questa crepa sul muro che sbatte al soffitto e scompare oltre
la porta e mi riporta nella mia città, al mio lavoro, a te che mi leggi e
non sai cosa ci faccio in questo squallido posto.
Lo so che
lì c’è il mare, lo sento questo rumore continuo, di fiotti e risucchi
strascicati, che ti mettono ansia perché non arriva mai la fine. La sento quest’umidità
salata che m’infiamma le ossa e m’arriccia i capelli, e non oso guardarmi allo
specchio, semmai c’è ne fosse uno, semmai potessi vedermi attraverso quest’oscurità
che non mi dà dimensione e mi fa paura, come se si congiungesse al rumore del
mare che ora sento più forte. Non riesco ad immaginare che ora possa essere,
riesco perfino a ridere di me stesso pensando a cosa mi potrebbe servire saperlo
davvero, a quanto sia inutile calarmi in un punto preciso del tempo e domandarmi
dove mi potrebbe portare il pensiero di sapere che sono le cinque di un giorno
feriale.
Tanto tra
poco s’aprirà quella porta e l’odore stagnante di muffa circolerà rinvigorito e
più forte, sulla mia pelle e su queste mattonelle che al tatto non sono più
sporche dei palmi delle mie mani. Tra poco s’aprirà quella porta e mi trancerà
la notte dal giorno, ieri da oggi e così via fino a credere superati questi
pensieri che ora sono tutto il mio avere. Ricomincerò daccapo pensando al
passato quello che ora dico al presente, ma il ricordo, quello vero, che mi
vedeva altrove, lontano da questi ragni che mi camminano addosso e mi fanno la
tela, si fa sempre più flebile. Non ho più niente di mio, neanche un paio di
mutande, o che so io, una lametta che faccia mostrare le mia faccia decente.
Tra poco
batteranno più forte, porteranno un brodo che dicono latte, qualcosa di molle
che ha la forma del pane. Sempre lo stesso, lo stesso sapore, come se fosse
quello di ieri, mangiato e rimesso.
Tu m’hai
promesso che verrai a trovarmi, in un giorno qualunque, quando neanche me
l’aspetto, mi porterai una zuppa di ceci e fagioli, che oramai non ricordo più
il gusto, il sapore, che i miei sensi hanno cancellato come fare l’amore o che
so io, farmi una doccia bollente quando fuori c’è neve. Ma non ricordo se fuori
c’è inverno o un sole che picchia e crepa la terra, non ricordo se sono venuto
fin qui coperto di lana, ma sento freddo, quel freddo di brividi che ti coglie
indifeso quando sei solo, e s’infila padrone nelle parti più intime del corpo
gelando cuore e polmoni.
Sembra
passata un’eternità da quel giorno maledetto e forse sarà trascorsa davvero, a
giudicare dalle tante domande a cui non ho dato risposta; non ho dato il minimo
senso per pensarle di nuovo. Tutto è successo senza rendermene conto e senza per
questo pensare che non sia accaduto, che queste sono solo le mie lenzuola sudate
dall’ansia, che ora mi alzo e vado in cucina a prepararmi un caffè vero che ne
ho tanto bisogno. Ma le sento davvero queste voci, miste a quelle straniere,
come mi pare d’udire un sibilo di vento simile a zanzare fastidiose di notte,
come mi pare di sentire la voce di un ragazzino che gioca sul pavimento
all’ingresso. Ma se mi concentro sento la voce distorta di una donna, che di là
in cucina pulisce cicoria e s’affatica attorno a quei pomelli opachi della sala
da pranzo. La sento la voce, ora sempre più intensa, che grida perché non può
più accettare che io stia qui dentro, sento una specie di pianto che, come ora
silente, mi bagna la faccia e segue remissivo le rughe del viso fino a posarsi
negli angoli della bocca, fino a ridarmi equilibrio e coraggio di subire un
altro giorno che nasce, e distinguere nitido questo rumore di mare.
Se solo
potessi vedere sul muro i contorni della mia ombra, m’aiuterebbe a ricordare chi
ero là fuori, basterebbe uno straccio di luce per darmi una faccia, un’altezza,
un carattere e da lì non ci vorrebbe che niente ricordare il motivo che m’ha
relegato qui dentro, inghiottito da questa oscurità dove i ragni continuano a
farmi la tela intorno ai miei polsi fasciati. Ma non sono catene, non ho ferri
attorno alle caviglie o lenzuola che mi tengono stretto, neanche un bavaglio per
tacere. Mi chiedo perché non urlo, perché non m’alzo e scappo da quella porta e
perché rimango paziente ad attendere questo giorno che nasce.
Ma poi lo
so perché sono dentro e perché non urlo e non scappo. Tanto non servirebbe a
niente, se anche potessi, perché il dolore è dentro il mio cuore ed il male che
sento mi seguirebbe ovunque potessi fuggire.
Solo quattro mura che
ormai hanno confinato la mia fantasia, solo strisce con numeri impressi sulla
mia pelle, 4237 e poi un codice a barre, come un dentifricio alle erbe, la mano
della cassiera che delicatamente mi prende, m’afferra, manca solo il bip della
cassa. Ecco lo sento! Vedo le sue unghie, rosse smaltate, la luce del neon che
riflette. Cosa mai ci sarà da sorridere, ma lei ride e raccoglie i capelli. Il
seno proteso sotto il camice a strisce. Tu credi che abbia memoria di una donna?
Di quello che si fa al cospetto di un paio di tette?
Cerco nelle ombre della
mente capelli freschi di shampoo che frivoli al vento fanno la ruota, ma mi
tornano in mente soltanto puttane. Quelle di strada. Esisteranno ancora? Che
battono i tacchi e consumano asfalti. Quei fuochi romantici sui marciapiedi di
sera, quegli inviti sfacciati che ti fanno illudere quanto il paradiso può
esserti accanto, quanto sia sporco come la terra che ingoiavo da bimbo.
Qui non ci sono puttane,
ma solo secondini con falli di gomma che non hanno alcuna voglia di sorridere.
Li sbattono sui muri e fanno paura, sulle sbarre e fanno rimbombi. Tu sai cosa
c’è dentro un boato? Un uomo piccolo vestito di niente, che nudo s’appiattisce
alle pareti e si rannicchia inseguito da un fascio di luce, freddo e accecante.
Ancora battono, come se i
manganelli fossero sessi, duri, ritti davanti ad una donna, ma qui siamo tutti
uomini e per alcuni di loro non facciamo differenza, perché il sesso è un buco
che si tappa e si schiude, una bacinella di plastica per scaricare le voglie.
Anche a me un tempo veniva
duro. Bastavano due gambe in un bar all’aperto. Un drink arancione mentre
accavallava le gambe. La gonna che s’alza, cosa mai ci sarà lì sotto?
Ora, invece, non ho calze
di donna da guardare, non ho indumenti usati da annusare, tutto ha il colore
della morte, triste gioco che mi vedrà sicuramente sconfitto. Davvero basterebbe
poco! Non sogno d’uscire, pensare cosa potrei fare domattina se mi svegliassi
nel mio letto. Chiedo di meno, un rossetto da respirare mentre m’addormento.
Chiudo gli occhi e vedo la bocca, le labbra che si stringono a forma di culla.
Non ricordo quanto è umida una bocca. Impazzisco all’idea dei tuoi capelli tra
le mie gambe. La faccia a contatto con la mia voglia, che mi respira, che
m’accarezza.
Ma davvero tu verresti a
trovarmi? Non sai nulla di me, non conosci la mia faccia, se sono brutto o il
solco sul viso mi taglia in due la faccia! Davvero verresti? Mi fa impazzire
l’idea, ma voglio che sia lontana. Sai, qui il tempo scorre lento, non è come
fuori! Non voglio bruciarla, ma godere del piacere che possa accadere. Qui si
coltivano semi, non si comprano fiori!