Sarà che stasera mi sembro una truffa, un imbroglio voluto
in tanti anni che aspetto, il giorno più bello che non è quello di
sposa, ma solo lo sfogo di sapermi più viva. Mi faccio più bella
dentro uno specchio, mi allungo l’ombretto come ali a farfalla, e
rimarco i contorni delle mie labbra che a breve, accenneranno un
sorriso che appaia più vero, per un’aria più ingenua che scolpisco
sul viso, di fronte a chi guarda e non pensa davvero, che il
piacere che sento è solo vendetta.
Respiro l’odore e mi pare menzogna, di questo profumo
fruttato che lascia, lo strascico finto per chissà quale donna, invece di quella
che da sempre conosce. Mi guardo e mi dico che ancora non basta, nel bagno di
casa allungo lo spacco, m’accorcio la gonna e mostro le gambe, per dare un
assaggio di quello che ha perso, ed illuderlo fino a vederlo convinto, che
basterebbe una mano per cominciare di nuovo, un sospiro più caldo per sentirmi
già pronta, alla faccia degli anni e cosa è successo.
M’immagino bella in un ristorante all’aperto, mentre lascio
che il vento mi scopra quel tanto, e lui che mi fissa e non sta più nella
voglia, e si sente in diritto senza chiedere scusa, di colmare lo spacco il
decolté dei miei seni, le mie labbra che ad arte si schiudono appena, per creare
l’inganno e farlo pensare, che il vuoto che vede ha la misura degli anni, e
nessuno nel tempo ha riempito per bene. Ma poi ci ritorno e mi carico ancora, mi
spalmo la faccia di rosso e di viola, perché nei colori ci veda il vissuto, di
uomini a ressa che sono passati, quel tanto e quel poco che io ho voluto, di
albe e tramonti girati di fretta, per una notte o un’ora che sono rimasti.
M’infilo un anello che lui non conosce, perché la sua
assenza non è stata un momento, e quello che vede non è solo apparenza, e pare e
lo inganna che è in ordine e a posto, come una stanza che chiusa t’accoglie, con
un velo di polvere ma intatta negli anni. Alle volte mi chiedo cosa ho di
diverso, da quando qui in casa giravo in ciabatte, e lui sul divano a
sbadigliare di noia, di sere infinite di telecomandi, finché un sonno profondo
lo coglieva distante, senza il dovere di venirmi vicino, e sapere che in fondo
sarebbe bastata, una carezza gentile, un domandarmi che cosa, un sospiro di voce
magari per caso, uno starnuto improvviso per qualche energia, per squarciare
quel vuoto di muto silenzio, per spezzare quel filo di distacco e freddezza.
Erano passati soltanto due anni, da quelle promesse giurate
e convinte, che mai e poi mai ci saremmo lasciati, e mai e poi mai sarebbe
tornato, una sera qualunque a dirmi “dai basta”, e mai e poi mai a passare la
notte, a scavarci di dentro cercando un motivo, una ragione qualunque che non
stava in noi stessi. E tutta la notte fino al chiarore dell’alba, finché
improvvisa è apparsa un’ombra, il vero motivo di quell’inferno nel cuore, con
gli occhi di mare e i capelli più biondi. E poi mano mano in un gioco di
specchi, s’è fatto reale un terzo piano di Roma, una terrazza di fiori per
mangiarci l’estate, una casa arredata che lo aspettava da mesi.
Ho ripassato quel tempo, le sue partite da tennis, i
compleanni di notte quando rientrava più tardi, e poi di colpo improvviso il
lavoro a Milano, che lo portava per giorni a dormire in albergo, che non era un
albergo e non era Milano, ma era una casa a pochi minuti distante. Nel gioco di
specchi l’ombra ha preso una forma, una foto sgualcita nella tasca interna,
appena vent’anni una faccia da bimba, gli zigomi alti e gli occhi celesti, e
poi scendendo una pancia più grossa, con il nome deciso e la culla già pronta.
Sono stati mesi di pianti di cuore, d’anima infranta che
trasudava di rabbia, d’essere stata imbrogliata per niente, di quello che gli
altri chiamavano amore, ma che in verità mai avevo sentito l’essenza, mai il
tepore di un nido di casa, la voglia e la gioia di vivergli accanto. Agli inizi
comunque è stata dura davvero, sprangavo la porta dopo il lavoro la sera, perché
neanche un’amica m’avrebbe potuto ridare, la fiducia negli altri, il buon umore
di sempre, perché neanche un amico m’avrebbe convinta, che uomini e uomini non
erano uguali.
D’allora sono passati degli anni, finché una sera uno
squillo diverso, un “ciao come stai” smielato e tremante, non c’erano tracce di
sensi di colpa, ma solo la pena di essere solo, la curiosità di sapere cosa
m’era successo. Chissà perché l’ho lasciato parlare, chissà perché ho lasciato
che il sugo bruciasse, invece di sbattergli il telefono in faccia, perché dentro
di me era intatta la rabbia, lo scorrer degli anni senza nessuna vendetta.
Cercava una donna e aveva pensato a sua moglie, la sua ex moglie che non s’era
sposata, per trascorrere un’ora di parole e che altro, dentro una casa ormai
troppo grande, perché sua figlia e la madre se ne erano andate, lasciandogli il
tempo di ripensare a se stesso. Non gli ho chiesto il motivo, non ce n’era
ragione, ma dentro di me lievitava il piacere, di sentire che in fondo cercava
un aiuto, da quella che un giorno aveva umiliato, dalla sola che ora aveva
pensato, in un mondo stipato di donne più belle.
In un gioco di specchi non sto più nella pelle, tra poco
suonerà ed io sto infilando le scarpe, quelle alte riposte ad aspettare la
sorte, che senza volerlo m’ha dato una mano, anche se la mia amica ci ha pensato
un momento, e mia madre m’ha detto che non dovevo accettare. Faccio due passi e
non mi sembra pur vero, mi guardo, mi volto e m’aggiusto la calza, tanto lo so
dove andrà a parare, per questo cammino, per questo mi vedo, in quel ristorante a
mandargli segnali, per vederlo curioso che tenta, che cerca, di portare il
discorso dove non ci sono i ricordi, su un terreno neutrale dove gioca alla
pari, fuori dal tempo per non sentirsi in difetto.
Sarà che stasera mi sento una truffa, un imbroglio voluto
in tanti anni che aspetto, lui non sa e non deve sapere, quanto di dentro covo
disprezzo, quanto il mio sangue è gonfio di rabbia. Sorriderò leggera come se
fossimo amanti, svenevole donna che non aspetta che altro, un invito stasera un
suono di chiavi, mentre la macchina è gia nel parcheggio.
E sento un tesoro appiccicato alla bocca, d’un’ottima cena
in un ristorante di lusso, mentre ora mi bacia e mi dice di andare, mentre la
mano frenetica sale, e tocca e ripensa che ci avrebbe giurato, convinto sicuro
che lo stavo aspettando, che nessun uomo al mondo potrebbe eguagliarlo, vista la
seta in trasparenza che offro. Ma certo che salgo non aspettavo che questo,
rendermi conto dove ha passato questi anni, il letto, il comò, l’armadio di noce,
la terrazza di fiori dove mi serve da bere, e finto mi dice che ha commesso uno
sbaglio, se tornasse indietro non avrebbe alcun dubbio, di quello che vuole, di
quello che cerca. Baratterebbe sua figlia se solo potesse, venderebbe sua moglie
ad uno zingaro nano, oddio che piacere vederlo in ginocchio, vederlo ansimare
per un’ora soltanto, sentirlo che geme per un paio di gambe.
Le accavallo, le volto e rimango sospesa, perché sia certo
che il nero che vede, non è fatto di stoffa e non ci sono merletti, perché
quello che conta è vederlo strisciare, sentirlo che ora è ad un passo dal sogno,
quel sogno che crede già dentro il suo letto. Mi prende e mi alza e mi sospinge
nel buio, la sua mano mi cinge e stretta mi tiene, si spalancano porte e si
schiudono anni, il mio fiato s’ingrossa e mi sento leggera. Sarà questo il
momento che aspettavo da anni? Non sta più nella pelle vorrebbe il mio seno. La
bocca che s’apre, la lingua che esce. Ecco questo è il punto che devo mollarlo.
Mi preme e mi spinge, mi dice che m’ama. Eh sì che m’ama e scende la lampo. Eh
sì che mi chiama e mi tira i capelli. Il mio nome è lo stesso ma il sapore è
diverso. Lo vedo lo sento da come mette le labbra. Vorrebbe non osa domandarmi
per quanti, è valsa la pena di tirare a mattina, e quanti di loro hanno varcato
la soglia, senza attendere giorni in sala d’aspetto. La sua mano che sale il mio
vestito che scende.
Eh sì che m’ama e mi sento attratta, eh sì che mi chiama e
lo sento più maschio.
Oddio è questo il limite, il precipizio del vuoto, oltre il
quale c’è il punto dove non torna, dove ora s’aggrappa e trova il mio seno. Tra
meno di un niente sarà alba soltanto, che è pallida stinta e non vale un
tramonto, tra meno di un niente un fragore ed un tuono, esplodo di rabbia con
tutta me stessa. Suda e mi preme tra il quadro e lo specchio, la sua mano che
cerca e trova un varco, uno spiraglio, una crepa che non regge all'urto, al
fiume che in piena travolge le sponde, gli argini molli che vanno in frantumi.
Pigia con l'indice e poi col medio, una folla di dita scava e fa breccia. Ecco
ora è il momento appena sull’orlo……….
Sarà che ogni sera mi succede lo stesso, squilla il
telefono e di colpo mi sveglio, sicuramente è mia madre come tutte le sere,
vuole sapere come è andato il mio giorno, proprio nel mentre dove caccio un
urlo, dove sto per dirgli quanta è la rabbia, per dimostrargli la collera, l’odio
che sento, compresso in un attimo, un gesto, uno sputo, per poi abbandonarmi al
gusto che provo, in un gioco di specchi mi vedo più viva, liberata di tutto, di
pesi e zavorre, come lui che per anni è stato una truffa, per una notte soltanto
sono stata un imbroglio.