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Uscendo
dall’ufficio vidi una figura in penombra appoggiata al muro tra
due vetrine di un negozio di scarpe. Una sigaretta in bocca, un
cappello nero tipo baseball con visiera grigia, un giaccone di
pelle nera con il bavero rialzato. Con aria da guappo guardava
fisso nel buio del portone. Ancora non vista mi fermai un attimo a
pensare, il primo istinto fu quello di risalire ed acconsentire
alle richieste del capo ufficio per un’ora di straordinario. Ma
tirai un sospiro e presi coraggio.
Era una settimana che mi seguiva, ma finora non aveva avuto il
coraggio di fermarmi. Presi la mia strada, quando poco dopo sentii
i suoi passi rincorrermi.
Mi voltai di scatto. “Senta, la prego…” Frugai nella mente
afferrando al volo un’aria disinvolta e casuale.
Rimase muto con le mani insaccate tra le lampo delle tasche.
Spostò leggermente gli angoli della bocca, ma non disse nulla.
Notai di sfuggita due occhi neri consapevoli del proprio fascino.
“Non mi dica che passava qui per caso. E’ una settimana che mi
sento seguita da lei, e le assicuro, ancora non sono pazza!”
Accompagnai il tutto cercando nella tasca del cappotto un
fazzoletto di carta. Un raffreddore cronico aveva deciso di
svernare dentro il mio naso.
“La stavo aspettando.” Rispose semplicemente disarmando la mia
buona dose di disagio.
“Ma non ha nient’altro da fare che seguire ragazze sconosciute?”
Toccato nel vivo, si decise ad assumere un contegno più civile.
Strano tipo di persona pensai mentre attendevo una qualche
giustificazione. “Lei assomiglia spaventosamente ad Eva, la
protagonista principale del mio fumetto.” Tirò fuori dalla tasca
un giornalino dal sapore erotico, mezzo sgualcito. Lo guardai
senza troppa attenzione. Era vero. Assomigliavo in tutto e per
tutto al viso del personaggio, compreso il neo sotto l’occhio
sinistro ed il rossetto sbordato sopra la riga naturale del labbro
superiore. Risi scrollandomi buona parte della diffidenza
accumulata. “… e si chiama Eva, come me!” Dissi con sarcasmo,
ancora non del tutto convinta dalla casualità. “Perché, lei si
chiama Eva?” Disse sorpreso.
“Beh io vado.” Cercai di togliermi dalla situazione imbarazzante
restituendo il fumetto.
“Vengo con lei.” Rispose con slancio. “Non possiamo voltare le
spalle al destino”.
Acconsentii senza replica. In fondo la coincidenza era troppo
evidente per non esserne incuriosita.
“Lei è un’artista, dunque”
“Mi diverto a disegnare.” Rispose netto.
“Comunque si comporta da artista, vedo. Non concede nulla di se
stesso alla platea.”
Cercai ancora di imbastire qualche straccio di conversazione, ma
il bel ragazzo dalla faccia meridionale rimase incollato ai suoi
pensieri. Rispondeva a fatica senza nessuno scrupolo di apparire
simpatico o interessante.
Ci salutammo qualche metro più avanti. Tornata a casa mi guardai
più volte allo specchio, ero sorprendentemente orgogliosa della
mia faccia, frutto della fantasia di chi avrebbe avuto a
disposizione tutta la libertà per disegnarla diversa e meglio. E
poi il taglio erotico delle storie dove era inserita mi intrigava
non poco. Pensai ancora a quel ragazzo, non conoscevo il suo nome,
non sapevo se l’avrei più rivisto.
Ma il giorno dopo lo trovai di nuovo ad aspettarmi. Ottimista come
non mi capita quasi mai, nel pomeriggio avevo rimandato
l’appuntamento con il dentista.
Mi salutò come se m’avesse sempre conosciuto, dandomi
automaticamente del tu. “Un bel passo avanti!” Pensai
acconsentendo a farmi scortare per le vie del centro.
Passammo in silenzio decine di negozi pieni di roba da commentare,
ma niente, camminavamo gomito a gomito come marito e moglie che
conoscendosi a memoria non avevano più nulla da dirsi.
Dopo qualche passo, sbottai.
“Ma a te non ti escono mai le parole, come dire ...
spontaneamente? Tipo... bello questo vestito o guarda com’è
curioso quel cappello? Oppure guarda quel poster ne possiedo uno
uguale o strana quella sedia, o che ne so... carina la commessa,
si chiama Patrizia, ci sono uscito una sera l’estate scorsa.” Lo
guardai fisso senza incontrare il suo sguardo. “Eppure quando
accenni al tuo lavoro mi sembri più socievole. Niente di
eclatante, ma almeno muovi la bocca”
“L’altra sera ti ho visto.” Mi disse gelido senza nessun
trasporto.
“Scusa...quando, dove, perché.” Replicai inquieta.
“Ti ho vista, quando tornavi a casa.”
“Allora, sai dove abito?”
“Non eri sola.”
“E allora?” Arrampicai la mia voce su un mezzo tono più alto.
“Niente. Semplicemente non eri sola.”
“Fino a poco fa non immaginavo che esistesse un qualcuno che
vigilasse sulla mia incolumità. Ti ringrazio, ma casomai ne avessi
ancora bisogno preferirei sceglierlo da sola il mio angelo
custode!”
“Guarda che non passo il mio tempo a spiarti. E’ capitato l’altra
sera, tutto qui. Non volevo offenderti o peggio entrare nella tua
vita privata senza chiedere permesso.”
Si fermò un secondo prima di entrare in tabaccheria. “Volevo solo
provocarti e vedere la tua reazione.” Accennò ad una risata
sibillina prima di chiedere un pacchetto morbido di Marlboro.
Camminammo sopra i fili dei pensieri senza più parlare. “Chi era
quest’uomo?” Ancora non conoscevo il suo nome e già si permetteva
di farmi degli appunti. Ma in fondo mi faceva piacere che qualcuno
si interessasse a me. Nella mia attualità tanti amici, tante
serate, ma nessuno con quest’aria ombrosa da artista, che diceva
quello che pensava. Addirittura mi rammaricai per la mia reazione
scomposta. Il quel momento avrei voluto tornare a qualche vetrina
prima e rispondere solare ed ironica che, sempre se gli avesse
fatto piacere, poteva benissimo continuare ad osservarmi. Tra
l’altro senza nessuna difficoltà visto che la mia vita procedeva
con tanta luce e nessuna ombra.
Arrivati in Piazza dei Signori ci rapì il tepore di un bar e un
thè bollente al limone. Oltre il vetro le luci gialle della piazza
filtravano tra la nebbia adagiata sul selciato lucido e il vapore
più denso uscito da qualche sparuto naso infreddolito. Al centro
coperta da un mantello nero e i capelli raccolti a caso,
s’intravedeva una figura di donna che dava alla piazza un’aria
surreale d’altri tempi. Chiedeva qualche spicciolo suonando l’arpa
e sfidando il freddo gelido.
Il mio amico incollò gli occhi al vetro e dimenticandosi
completamente di me, del cameriere che gli porgeva il resto e del
the fumante, senza nessun imbarazzo rivolse tutta la propria
attenzione verso quella scena.
“Oddio, ma non avrà freddo? Mi vengono i brividi soltanto a
guardarla!” Me ne uscii da vera idiota trascurando magia e
sensibilità per un brandello d’attenzione.
Rimase immobile. Augurandomi che non avesse sentito respirai a
pieni polmoni il vapore che saliva dalla tazza.
Il suo modo di fare era davvero insolito. Senza nessuno slancio di
fatica era entrato nei miei pensieri e senza nessuno sforzo si
comportava nella maniera più naturale possibile. Come un bambino
davanti ad un teatrino di marionette avrebbe tralasciato affetti e
quella voglia improvvisa di gelato che soltanto un minuto prima
gli era costata litri di lacrime, così lui al di là di qualsiasi
convenzione stava agendo senza alcuna costrizione, fregandosene
completamente del giudizio di questa povera scema che soltanto
poco prima aveva accettato malvolentieri la sua compagnia. Insomma
niente poteva ingabbiarlo come niente avrebbe potuto distrarlo.
Nemmeno una briciola di educazione o una scheggia di formalità che
anche il più cafone tra gli uomini avrebbe fatto finta di seguire
per dare almeno una buona impressione.
E forse era proprio questo il punto! Non era tra questi comuni
mortali che cercavano a fatica di vendersi mostrando la parte più
bella. Non si concedeva. Era tutto lì come quando si è da soli e
non si bada minimamente ai propri pensieri che scivolano cretini
ed intelligenti senza voler apparire diversi da quello che sono.
Tutto lì come in questo momento che non avvertiva minimamente il
bisogno di aggraziarsi la mia simpatia magari per intrecciare un
embrione di rapporto. Diverso da tutti gli altri non si chiedeva
per nulla al mondo cosa avessi potuto pensare di lui, ora o ieri
che l’avevo sorpreso a seguirmi. Agiva come pensava. Un qualunque
altro nelle stesse condizioni di perfetto sconosciuto non avrebbe
chiesto perché l’altra sera non ero sola, senza prima pensare di
essere scambiato a dir poco per un maniaco geloso o peggio per uno
psicopatico o comunque provare vergogna per il solo fatto d’avermi
spiato. E cosa altrettanto strana, non mi aveva concesso un motivo
plausibile, del tipo “mi sono innamorato di te” oppure “la
coincidenza con la mia Eva nel fumetto mi ha sconvolto al punto di
…e giù menate di questo tipo.” Niente.
Ed ora era ancora lì, rapito da una musica che non sentiva e da
quelle due mani guantate di pelle marrone che muovendosi in
armonia accarezzavano con premura lo strumento magico. Mi colpì il
profilo pronunciato e morbido, il picco del naso e il velluto
tondeggiante delle labbra carnose, l’altopiano della fronte ossuta
e poi giù a dirupo come cascata nella valle degli occhi. Come
davanti a dune nel deserto cercavo di andare oltre ed indovinare
cosa si nascondeva dietro quel profilo e quale oasi avrei potuto
raggiungere se testardamente avessi proseguito. A quanti predoni
del deserto avrei dovuto concedermi per aver salva la vita o un
sorso d’acqua, quante carovane di beduini m’avrebbero ospitata o
quante lune sarebbero apparse orientandomi nella notte pesta.
Quanta sabbia avrei dovuto ingoiare prima di ritrovarmi sotto
qualche palma magari tra le rive fresche di quegli occhi grandi e
lucidi che ora e soltanto ora si erano degnati di guardarmi.
Mi sentii spogliata e scrutata senza tatto nelle parti più intime
come sul lettino di un ginecologo durante la visita di controllo.
Insicura e in attesa della diagnosi cercai disperatamente un vetro
con un minimo di riflesso per costatare le condizioni della mia
faccia. Ma niente, il bel meridionale continuava a fissarmi ed io
a sentirmi brutta col rossetto sbafato e magari il naso sporco per
quel maledetto raffreddore.
Non parlò. Rimanendo attaccato nel suo mondo di pensieri, si
scollò quel tanto per guardare l’orologio e verificare che si era
fatto tardi. Prese lo scontrino e si alzò di scatto. Davanti agli
sguardi della gente che molto probabilmente guardavano da tutt’altra
parte, non mi rimase che ingoiare l’ultimo sorso di the e seguirlo
verso l’uscita salvando le apparenze.
Inghiottiti dal freddo camminammo in fretta. Durante il tragitto
m’avrebbe chiesto di uscire, pensai. Magari una cena e poi a casa
mia. Attratta da quello sconosciuto ero semplicemente in attesa.
Mi sentivo ad un bivio e desideravo che le occasioni non cercate o
impreviste m’aiutassero in qualche decisione che in altri momenti
non avrei certamente preso. Decisamente confusa vacillavo tra il
desiderio fisico e la mia ragione di non immischiarmi in qualche
relazione non prevista. Mi sentivo rapita da lui e dai suoi modi
pieni di mistero, e come un’innamorata riempivo la mente con i
dettagli del presente alla scoperta di qualche incrinatura della
voce o di qualche venetta nei suoi occhi caldi. Mi ripetevo
testardamente che quell’uomo aveva solo bisogno di essere
incoraggiato, ed io ero ben contenta di aver conosciuto una
persona così complessa. Ma evidentemente mentivo a me stessa,
sentivo di mentirmi tutte le volte che avrei voluto rilassarmi
dentro situazioni conosciute nella sicurezza del già vissuto, che
sentivo il bisogno fisico di passare qualche momento facile e
sereno senza alcun imprevisto. Giunti al portone m’avrebbe chiesto
di salire. E senza alcuna resistenza avrei obbedito al suo fascino
seguendo il suo odore e la sua convinzione che tutto gli era
dovuto, facile e scontato. M’avrebbe spogliata senza parlare
cercando con voluttà mai conosciuta prima il mio seno sinistro più
sensibile al freddo e a quelle labbra piene di vapore. Un attimo
dopo mi sarei trovata senza accorgermi tra lo stipite della porta
del bagno e la frenesia della sua mano che a colpi cadenzati
strappava gli ultimi residui ostacoli di stoffa che lo divedevano
dalle mie nude intimità. Addosso alla parete sentivo il suo
piacere lievitare e premere su tutti i punti morbidi del mio
corpo. Esplorare centimetro dopo centimetro la mia pelle fino ai
peli più intimi che coprivano la vergogna e il desiderio insensato
di essere profanata.
Lacerata
come le mie calze di nylon nero, avrebbe battuto come sale gli
barlumi di coscienza e sbattuto il mio sedere orgogliosamente
rigonfio sopra il tavolo di marmo, regalo della nonna. Dalla sua
bocca non sarebbe uscito né amore né bestemmia, ma solo saliva
densa a desiderio di riempire quel corpo giovane ancora vuoto del
suo potere. M’avrebbe rivoltata come un cuscino cercando ogni
volta la parte più fredda ancora non scaldata totalmente dal suo
impeto di maschio, per poi concentrarsi sulle mie labbra ed
impedirmi per un tempo interminabile di proferir parola o grida di
piacere. In balia più dei pensieri malsani che dell’effettivo
piacere fisico avrebbe tentato di afferrare il punto più alto
della sua trasgressione ordinandomi nuda di inginocchiarmi sul
pavimento freddo o di rivestirmi un attimo prima del culmine della
mia passione. E avrebbe giocato ancora concedendosi con avarizia
studiata e criminale, ma tenendo per se mente e ragione che
m’avrebbero costretta a mendicare il suo oggetto di piacere.
Spogliata di ogni pudore avrei giurato falso, venduto la mia
dignità, scopato col suo peggiore amico o il suo miglior nemico,
affittato gratis per un intera settimana il mio centro di piacere
al primo incontrato per strada, e solo solamente perché quell’uomo
davanti a me, eretto fino all’impossibile si fosse deciso a
prendermi come solo un maschio sa fare e scivolarmi senza
soluzione di continuità dentro le pareti umide del mio
irrefrenabile delirio. Sarebbe finita canonicamente sopra il mio
letto ancora vergine o peccaminosamente in piedi addosso a qualche
nicchia di questa casa umbertina. Non riuscivo ad immaginare quale
zona del mio piacere avrebbe accolto ed accettato il caldo del suo
sfogo liquido, quali picchi di dolore violento misto a pianure di
benessere avrebbero accompagnato quel grido di liberazione…..
Giunti sotto il portone mi disse: “Beh io vado, ci vediamo
domani.”
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