I RACCONTI DI LIBERAEVA
 
     
 
 
 

LiberaEva

Il mare scorre dai finestrini

Beatrice Morabito

 
 
 
 
 

Di sfide ne ho fatte fin da bambina, quando da sola col fiato sospeso, m’accovacciavo carponi lungo i binari, e scoprivo le gambe e m’alzavo la gonna. Era un fremito intenso ribelle e impunito, perché sapevo che non m’era concesso, era un segreto che covavo nascosto, tra le mie gambe scomposte e insolenti, che s’aprivano ad un fischio intenso e distante che veloce avanzava perdendosi oltre. Che importava se era un locale o diretto a Parigi? Mi bastava che fosse pieno di gente, che sguardi, che occhi mi vedessero dove, sentivo reale un istinto bollente e denso saliva e m‘arrossiva la faccia.

Ora quel treno lo prendo ogni giorno, guardando il mare che scorre dai finestrini, lungo le onde di carezze vicine, della mia mano che sale e che sfiora le pieghe di luce intermittenti dell’alba, la pelle del seno che bianco lo mostro e sfrontato mi preme e dà forma al vestito. Dietro i miei occhiali neri rinasco ogni volta, punto il mio sguardo fisso di fuori lungo quegli alberi che si rincorrono storti, mentre accavallo le gambe che dritte mi fanno sentire unica e rara. Come una perla incastonata nell’oro, come signora che s’incipria la faccia, dentro uno specchio impolverato di rosa, di luce che gioca e fa solchi con l’ombra, da dove rifletto quello che offro, quello che a caso si lascia guardare, proprio come un tempo tutti i giorni al tramonto, proprio nel punto dove alzavo la gonna, dove dai vetri riconosco le case, i pali di luce che corrono contro, una bimba sfacciata che mostrava le gambe.

Ed il gioco prosegue finché un’ombra qualunque, si siede accanto e mi sfiora la mano senza capire perché mi lascio guardare, senza conoscere almeno il mio nome, o dove sto andando a quest’ora dell’alba, senza una borsa, una valigia, una giacca. Gli viene naturale allungare una mano, slacciarmi il vestito scoprire il mio seno, strofinarlo sul viso, sul naso, la bocca e morderlo ingordo goloso e cattivo, come da bimbo per sentirne il possesso, come da grande per averne ragione, per vederlo obbediente che si lascia aspirare, tutta la voglia che fa sudore e condensa, tutto il piacere che fa brividi densi, come in un sogno quando tutto è concesso, che sia di moglie sorella o d’amante, e l’uomo che succhia ha solo una bocca.

Per un momento mi guarda e lascia la preda, come un cane che crede d’avermi fatto dolore, e si pente e si scusa dentro attimi lunghi, vuoti, distanti, dove si perde l’incanto, d’una donna che chiede senza aprire la bocca, d‘un uomo sorpreso che non crede ai suoi occhi. Ma lei afferra entrambi i suoi seni, per non farlo distrarre, per fargliene dono, ed ancora e di nuovo lui li prende e li lecca, per sentire il sapore di femmina calda, che scende e risale poi indugia e risucchia, nell’infinita ricerca di farla godere.

Sento il suo respiro intorno al piacere, baci umidi e soffi di pelle increspata, baci di bocca che arrivano in fretta, di lingua che a tratti si ferma e riparte, e m’asciuga e mi bagna in un incredulo giorno, che nasce e poi muore dentro questo vagone, di stazione in stazione, d’odori e di pieghe, sotto il mio vestito di foglie e di fiori. Vorrei dirgli… ma che dico? Come potrebbe capire una donna, che da bimba scopriva il tesoro e la gonna, ed ora si lascia sgualcire le labbra, spostare la cinta che stringe i suoi fianchi, slacciare i bottoni se per caso li porta per liberarla di quello che è pronta ad offrire.

Intingo le dita dove mi schiudo e mi sfioro, le infilo più in fondo per coglierne il succo, l’essenza che densa mi fa battere il cuore, d’una bimba che corre insieme al suo cane, lo stesso profumo d’erba e calore, lo stesso fastidio d’ortica e mia madre, che chiamava distante il mio nome nel vuoto. Sussulto e gli offro le dita inzuppate, lui incredulo guarda e spalanca la bocca, verrebbe da dirgli che lo sono davvero, una ninfa di grazia, una troia volgare, un regalo che viaggia su un treno all’alba, che porta una donna a caso nel mondo.

E’ mattino troppo presto per sapere se piove, per cogliere il sole tra le chiome dei pini, dentro le case che si svegliano piano, che corrono svelte dai vetri del treno. Ma io ho già tutto il calore che voglio! Lui mi lecca, mi bagna sopra le dune, sopra la sabbia vergine e intatta, che bello, che voglia lasciarle l’impronta, che bello, che voglia lasciarsi portare come due giovani amanti vestiti di bianco, che fanno l’amore senza cercare un po’ d’ombra, e lui urla, la tocca e le bacia i capelli, con il vento che tira e fa la ruota alla gonna.

Chissà se è sposato se ha dei figli già grandi, se stamane ha lasciato una donna nel letto, se sopra questo treno ci passa mattine, e poi pomeriggi al ritorno più stanco, pensando ai risparmi che non bastano ancora, per una casetta col giardino sul fiume. Chissà se ha una figlia che si lascia baciare, accarezzare dal vento che asciuga le pieghe, immonde di sera dentro quelle preghiere, dove giuravo sincera e convinta, che un altro tramonto non m’avrebbe trovata, a spalancare le gambe al mondo che corre.

E’ bastato un secondo che mi guardasse, che uno spicchio di gonna a caso s’alzasse, ma lo giuro era tutto previsto, per cogliere l’attimo, il momento solenne, per spalancargli quegli occhi che sanno di mare, sanno di more, di lamponi e di spine, che graffiano i seni e m’arrossano il ventre, e sanno di campo dove la terra m’avvolge, ed il grano mi copre e mi solletica dentro. Avrà gli stessi miei anni, la stessa incoscienza di fare l’amore, in questa carrozza di polvere e sporco, che ora si ferma e salirà altra gente, odori diversi che sanno di case, di latte e caffè e dopobarba da poco.

Ma ora siamo soli e nessuno s’è visto, un treno per due come un letto di casa, come un alcova di amanti segreti che si danno per niente se non ci fosse la voglia. Ora mi spoglia la gonna e le scarpe, oddio mio, sono nuda! E se venisse qualcuno? Vedrebbe una bimba che recita a mazzi, canzoni che al tempo non avevano un senso, ed ora sanno d’amanti, di prostitute e signore, che donano rose in mezzo le gambe, che offrono latte a piccoli sorsi.

Ora ha fretta mi prende. E’ proprio così che volevo e lo voglio, così che si prende una donna che s’offre, quando lungo la fronte si staglia la voglia, lungo le labbra si sborda il contorno! Sarò indecente chissà cosa crede, chissà cosa vede mentre distesa mi dono, il gonfiore degli occhi stropicciati dal sonno, ma giuro che la prossima volta mi vesto e mi trucco, mi lavo i capelli col sapone di viole. “La prossima volta? Che dico?” Lui è l’attimo che consuma un ricordo, un lampo nel cielo che t’acceca la mente, una bimba insolente che scopre le gambe.

Lui non esiste c’è solo l’odore, un’ombra che tra poco mi prende, un impalpabile niente duro nel punto, che riempie la pelle e sazia l’istinto. Ora lo sento sono morbida dentro, chissà se riesco a farlo felice, se davvero sono culla per l’amore che dice, per il sesso che sottovoce lo chiamo, col nome volgare che il desiderio m’impone. Sento il suo respiro farsi più corto, per istinto mi stringe e mi dice ti amo, e tocca, mi tocca senza creanza, ancora stordito d’aver trovato due gambe, che docili s’aprono senza chiedere in cambio, nemmeno un nome per far battere il cuore, una ragione per essere certa che stamattina davvero ho fatto l’amore.

Oddio lo sento che spinge, che scava, che raschia pareti che crede disfatte, ma che da anni non c’era che sabbia, che terra arida e brulla quando non piove, dove crepe profonde s’allungano storte, e nemmeno un uccello si riposa per ore. Sarà passato un niente almeno lo penso, e già corre veloce e il fiato s’ingrossa, mi bagna, mi lecca sotto i capelli, sa di me, di seno, di fica di more, sento sul collo che sta per venire, “oddio ti prego” gli dico e l’imploro, “se solo tu potessi aspettare un momento, che il mio ventre si schiuda ed escano i sogni, le attese compresse dalle rinunce degli anni.”

Lo sposto, lo confondo, l’imbroglio, lui mi guarda si riprende e sorride, come un bambino che smette di piangere, come un vecchio che ha bisogno di cure, gli do le mie dita perché siano ciuccio, lui le succhia, le morde, le bacia, come se fosse la mia bocca che gode. Lo vedo che freme non riesce a fermarsi, ritraggo la mano e lo sento che affonda, l’abbraccio, lo stringo per sentirlo più dentro, m’incurvo m’annodo perché l‘anima in fondo sia madre di terra che nutre il suo grano, sia enclave di mare, rifugio d’inverno per uccelli migranti che cercano il sole.

“Oddio ti sento non smettere ora, corri dai, senza pause e punti, stazioni e paesi dove non sale nessuno, cercami dai dove niente o qualcuno s’è fermato alla soglia e non riuscito davvero a raggiungermi dove m’accovacciavo da sola, a scardinarmi nell’intimo di sensazioni d’allora, nemmeno i richiami di mia madre d’allora, che lenti arrancavano tra le spine dei rovi come lumache dopo la pioggia. Perché io correvo sai al primo fischio lontano, al primo passaggio di treno distante, lasciavo ogni cosa che stavo facendo, lungo i binari per ritrovarmi da sola, tra ciuffi di erba che solleticavano il ventre. Sono scappata per anni incontro al piacere, che m’arrossava la faccia di ribrezzo e vergogna, che mi dava la certezza che un giorno lontano, avrei preso quel treno senza sapere per dove.

Che importa tutto questo se ora ti sento? Tu non capisci, tu lecchi e mi fotti. Che importa se mi guardi allibito? Se come ladra ti rubo brividi e pelle, se ora esplodo in un fragore di carne, di gambe, di mare che scorre? Eccomi ti prego non ci sono fermate, raggiungimi ora in questo momento. Urlo, tra le gambe ti sento, ci sei, t’accarezzo i capelli, m’infili la lingua, mi baci la bocca. Sento il calore che cola rovente, ed io urlo, tra le mie ossa mi svuoto, passa in piena un fiume che tracima voglia, cala la notte, il giorno, il tramonto, come se niente avesse uno stacco, un bordo, un confine, una linea o un segno e tutto girasse, girasse in silenzio…

Il mare scorre dai finestrini, d’un treno che scivola lungo i binari, lungo le onde di carezze vicine, d’una voce insistente che mi chiama signora. “Mi scusi. Questo treno non fa più fermate! S’era addormentata e ho pensato di svegliarla. Mi scusi tanto se mi sono permesso.” Sorrido ma nei miei occhi lo stesso terrore, di quando mia madre mi veniva a cercare e interrompeva per sempre quel sogno infinito, di bimba dabbene vestita di bianco, che s’alzava la gonna ed apriva le gambe, agli occhi del mondo, ad ogni passaggio di treno.

 

 

 

 

 
 
 
     
 
COMMENTI DALLA RETE

Mi sento affine alle emozioni che racconti, ecco perchè ti leggo e d'ogni parola m'innamoro.
Che quando scrivi:
- Perché io correvo sai al primo fischio lontano, al primo passaggio di treno, lasciavo ogni cosa che stavo facendo, lungo i binari per ritrovarmi da sola, tra ciuffi di erba che solleticavano il ventre. -
Qui, io mi ritrovo e mi sazio di me, che so d'essermi detta parole simili, anni fa, all'infinito, prima di diventare quella che sono!
Schiava D'Amore

Brava solo una donna intelligente  e raffinta potrebbe scrivere così....sei mille cose intrigante dolce raffinata sensuale cerebrale......interessante...  DANIELE

Stanotte ho scoperto di aver incontrato MAYA la Dea dell'illusione. Sono veramente colpito dalle tue capacità narrative che riescono ad entrare nei meandri dell'essere umano. Cammini sulla linea di confine che vi è fra l'uomo sociale medio borghese ed i retaggi tribali della nostra evoluzione Darwiniana, metti a nudo il confronto tra l'essere sociale e le pulsioni animali. Sono contento di averti scoperto e leggerò tutto quello che hai scritto in rete. Sono sicuro che mi aiuterai a scoprire quel mondo misterioso ed intrigante che è la donna. Notte.  marco2973

La tua interiorità supera di gran lunga la tua folgorante bellezza esteriore sono veramente gioioso nel confermarti che donne come te oggi non ne esistono veramente piu' sei una perla nera che farebbe rabbrividire di emozioni anche l'uomo piu' navigato della terra smack smack  ...   Gladiatore

Prendo il treno tutte le mattine, pavia-milano... ma se mi dici dove lo prendi tu domani mattina cambio stazione. Drakul
 

Scrivi così bene che il treno lo prenderei anch’io, magari non la stessa mattina di Drakul così non siamo una folla:-)))
alidifuoco
 
E’ uno scritto pregevole, erotismo sottile. proprio di donna, lingaggio diverso da quello maschile. Coinvolge e a tratti ivente pura poesia! Bravissima ed è stato un piacere leggerti! jalila
Trovo questo scritto coraggioso e infinitamente dolce. Lo stile scorre come sui binari il treno e tutte le immagini si lasciano vedere e sentire. Nonostante sia un racconto erotico non l’ho trovato volgare. Apprezzata. Katia Kattiva
Kat, l’erotismo non è mai volgare, come del resto la volgarità non è mai erotica. Grazie davvero Un sorriso LiberaEva
Cara Libera, ho letto il tuo Racconto, mi è piaciuto, mi ha intrigato... Vedo che ti piace trasferir alla carta e al Tempo i tuoi Pensieri... E' lo stesso per me, anch'io scrivo molto e questo è ciò che mi muove... ma anche prender distanza fisica e temporale dei Pensieri che poi ritrovo, lì e non in me, sfilacciati o comunque esposti, lineari e 'detti', elaborati, tradotti... Il loro verso diventa lineare o comunque cambia. Non è più la casualità cerebrale a lasciarli effacciare alle mie labbra o alla mia penna ma son gli Occhi coloro i quali 'vedranno' e riporteranno... E' un gran cambiamento di modus. Scusa l'incisino, ma capisco e condivido il tuo scrivere. Io ho 34 anni e son di Milano. Scrivo molto. Di lavoro, architettura e design, recensioni, riviste, saggi e interventi su libri. Ma anche racconti come i tuoi, pensieri, altro.... Alan 
 
 
 
     
 

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