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Sarà quest’inverno
gelido che m’ingrossa i respiri o, alle volte, la stanchezza che
mi gonfia le caviglie. Saranno queste foglie che s’appiccicano
alla vetrina, sollevate da questo vento che porterà pioggia e
Natale. Sarà che non posseggo neanche un panettone o uno stupido
alberello per sentire il sapore languido della vigilia che mi
occupa l’attesa e mi fa fare mezzanotte. Ma alle cinque di mattina
sono ancora qui seduta, a scolarmi questa birra che allungo di
sputo e di minuti per non vederne mai la fine, per non essere la
sola a sentire sul selciato il rumore sfacciato ed incerto dei
miei tacchi di metallo.
Tra la
schiuma ed il vetro scuro, che fa da lente e da spessore,
intravedo la cameriera che mi guarda piena di pena mentre lava per
terra e spazza via orme e strascichi della notte. Vorrei dirle che
i suoi occhi, pieni di compassione, sono soltanto gli occhi di una
cameriera che, alle cinque dentro un bar, pulisce croste di
mattonelle ed adagia, a zampe all’aria, le sedie sopra i tavoli. E
mentre le guardo il culo chino più intatto e grasso del mio, mi
verrebbe da dirle che ognuno ha il suo ruolo e che i panni degli
altri, alle volte, sono troppo anonimi e stretti. Farò anche pena,
qui che accavallo le cosce e mi gonfio di birra in mancanza
d’altro, ma il mio vestito bluette manca solo di sguardi e non è
colpa mia se a quest’ora non ci sono arrivi e partenze.
Ma ormai
manca solo la mia sedia e tra poco, come tutte le sere, mi
strapperà di mano il bicchiere rimproverandomi per le tracce
indelebili di rossetto sui tanti orli di boccali che marchio ogni
sera. Lavandolo alla buona lo adagerà sul bancone in fila agli
altri capovolti che s’asciugano e tintinnano e fanno rumore, un
rumore che solo a quest’ora può urtare il cervello ormai pieno di
notte passata e vuoto dell’alba. Di quest’alba che s’illumina ed
avanza dove i binari si perdono e non sente ragioni. Vorrei solo
che m’ascoltasse e ritardasse a schiarire questa notte che inutile
ha deciso di finire, che inutile sta annunciando che domani sarà
festa in tutto il mondo, anche per questa stupida cameriera che
non alzerà le serrande.
Non saprò
dove andare, e questa sedia rimarrà ridicola, per tutto un giorno
a zampe all’aria, senza sentire il calore di questo culo che fa
ancora voglia ed invidia e mi vanto di portarmelo appresso. Ma
domani rimarrà senza pretendenti senza fila che fa il turno o
qualche sparuto viaggiatore che l’ha visto di sfuggita e non può
più farne a meno. Veloce mi prega di fare in fretta, di cercare un
posto al riparo di occhi e polizia per svuotarsi e riempirmi
mentre il treno sta partendo. Poi nulla, mentre si ripone e chiude
la lampo pretende persino di darmi in cambio dei soldi per aver
ciucciato mammelle o ricacciato in gola parole, dimenticandosi di
offrirmi quello che m’era parso di credere, quello che solo la mia
mente avrebbe sperato di sentire.
Sarà che sto
guardando il mondo attraverso un boccale di birra, sarà che fuori
la pioggia inizia a sgocciolare dal vetro, ma non riesco ad essere
lucida e convincermi che un altro giorno è passato inutilmente.
Sarà che questa cameriera non vede l’ora che io mi alzi, sarà che
domani dovrò ricominciare daccapo, ma non voglio che questo giorno
finisca inutilmente senza che nemmeno uno sparuto viaggiatore
m’abbia offerto una birra e posato i suoi occhi chiedendomi il
permesso. Senza che uno straccio di uomo, m’abbia offerto di
prendere il suo treno e durante il viaggio verso Sestri Levante si
sia messo a parlare dei suoi genitori e di come m’avrebbero
accolto, o magari di sua sorella che malata e vedova non esce da
anni di casa.
Mentre il
treno si fa buio sento la sue mani timide, sorprese di tanta
fortuna, che s’infittiscono e s’intruppano per avermi soltanto
incontrata. Le accoglierei tra i merletti del mio reggiseno bianco
come dentro il mio cuore che batte autonomo al solo pensare che
domani sarà un’alba più chiara che illumina una casa, un letto ed
un alberello che s’accende, si spegne e mi dà calore. Potrebbe
anche avere dei figli o, che so io, dei baffi o un occhio di meno,
ma sarà bello comunque sentire il vapore del suo respiro che di
notte s’ingrossa e m’inumidisce la pelle ed i capelli, che mi
cerca e mi sveglia per non farmi sentire da sola mentre dormo, per
non farmi sognare che dormo da sola.
Ma ora qui
alle cinque di mattina c’è solo una stupida cameriera, che lo
vedo, si sbriga a scopare, per mandarmi via più in fretta, per
farmi sentire più inutile di quei boccali vuoti sopra il bancone.
Non posso pensare che ogni mattina mi faccio bella per niente e
che ieri mi sono comprata questo paio di scarpe che ora mi fanno
male e mi gonfiano i piedi. Mi spaventa davvero il solo pensare
che ora dovrò andare incontro all’alba lontano da questo maledetto
bar che domani fa festa e non apre!
Eppure mi
cercano, non passa sera che gli uomini tutti non m’invitino a
fargli compagnia per un caffè alla svelta o una birra seduti. E
parlano, parlano di poesia e tramonti, di solitudini e passeggiate
sulle sponde di fiumi, e parlano fino a che le parole non
diventano ombre e si confondono con il movimento della bocca. Ed
escono asincrone e mi giurano amore, che mai fino ad oggi, fino a
questo preciso momento avevano incontrato donna più bella, seno
più bianco appena intravisto sotto il mio vestito bluette
stupendo.
Passano
ancora minuti fino a che diventano sogni ed i volti si fanno
certezze, fino a che ti mostrano una chiave e t’invitano nel posto
dove il padrone del bar chiude un occhio. Fino a che la pelle, le
mani e gli occhi si trasformano da poesia a voglia che non
aspetta, fino a che il vestito stupendo non diventa che impaccio e
straccio sotto i colpi di voglia di maschio. Chiudono la porta e
ti ritrovi ancora illusa e spiaccicata addosso mattonelle umide e
verdastre dentro un metro di cubo che odora d’urina e spezza
fantasie al più indomito sognatore. Mentre aspetti ancora parole
d’amore sei lì che l’accogli come se fosse la prima volta, come
tutte le prime volte dove hai sperato che fossero diverse.
Ma lui ormai
non ha più tempo per guardarti o passeggiare sulle sponde del
fiume, ora c’è un treno che parte, una moglie che aspetta, una
licenza di quarantott’ore che sta per scadere. Ti schiaccia al
muro e ti preme fino a confonderti con l’umidità che trasuda, fino
a che non prendi quell’odore che solo dentro un cesso di stazione
può essere così sgradevole da farti vomitare. Ti cala le mutande
cercando d’infilartelo al buio come se in tutto questo tempo, da
quando ti ha offerto una birra, non avesse pensato che a questo,
non fossero state che vane ed inutili le tante parole sfasate che
hanno gonfiato i tuoi sogni ed il suo sesso. Ti cala le mutande
senza aspettare che il tuo seno avverta che stai per fare l’amore
e non ti resta che aspettare di vederne sgocciolare la fine,
mentre già pensi al prossimo e a non farti fregare. “Mai più,
d’ora in poi, mi farò condurre in un cesso di stazione, mai più
per due parole asincrone allargherò il mio cuore e le mie cosce!”
Sarà che
sono passati tanti anni ed ora mi tingo i capelli di rosso, sarà
che ogni volta che m’hanno fregata ho appuntato nel mio cervello
il modo per non cascarci di nuovo, ma ora qui alle cinque del
mattino mi sento ridicola come questa sedia ferma qui di fronte a
zampe levate! “Non sono così stupida come questa cameriera che
mostra il suo culo senza ricavarne il dovuto!” Ma questo cesso di
stazione è diventato negli anni camera d’albergo, e via via letto
di casa, matrimonio, Natale, compleanni e dei figli che non vedo
da mesi. E’ diventato rinunce e nuove promesse e poi ancora
solitudini con appartamento vista mare con ampia terrazza dove ora
questa cretina mi sta obbligando di andare, dove potrei dormire,
avvolta da lenzuola di seta, senza sfidare la notte, ma dove non
incontrerò mai nessuno che parte per Sestri Levante.
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