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Vado
dove la notte è più nera e m’avvolge più fitta. Dove la mia parte
migliore si confonde con chi stanotte
ha deciso di farmi ombra e calarmi le palpebre fino a ridurle a fessure.
Scendo le scale dell’albergo e mi sento guardata, scrutata tra le gambe,
come una rosa dai petali schiusi, odorata
fino a perdere profumo e fragranza che oggi copro a malapena fino
dove è lecito farsi vedere, fino dove lo sguardo del portiere arabo trova
impaccio e pudore. Lungo la balaustra di ferro battuto corrono veloci le
mie frenesie che, nonostante i timori, non riesco a fermarle e mi
trascinano dove la notte fa paura al solo pensare di essere sola. Ma
stanotte ho deciso d’inoltrarmi da sola, oltre questi vicoli di Tunisi
che signora dabbene si sdegna soltanto a sentirne parlare, oltre quegli
odori gonfi di muffa dove signora a modo si tura il naso con un fazzoletto
di seta. E
quest’aria gelida, che mi arrossa la faccia e mi gela e carica i
trucchi, mi sfida a pensare che stasera sarebbe stato un delitto non
seguire le mia smania che sotto la stoffa incombe, che sarebbe stato un
peccato accettare l’invito dei miei compagni di viaggio.
Ora cammino con il fiato di fumo che si spezza nel petto ed esce
tagliente misto all’incognita di cosa m’aspetta, al mistero di quello
che cerco. Solo un indizio a mente ed una musica che non sento, ma che mi
rabbrividisce le ossa al solo pensarci.
Ma
quegli occhi di noce, tunisini, m’hanno rapita senza chiedermi
consenso, senza che io abbia avuto il tempo di rendermi conto che quella
mano, che consumava trame di stoffa leggera, si sarebbe ritratta nel
momento che il campanello del piano annunciava la sosta. “Madame, il 4°
piano.” La erre francese vibrò tra il suo palato e i miei seni intatti,
e mi sorprese a chiederne ancora senza darmi il tempo di riprendere
contegno, mentre tra le mie orecchie scivolavano parole che solo più
tardi compresi il significato. “Madame a questa sera! Un violino le
indicherà la strada”. Null’altro, nemmeno un ghigno d’intesa.
Professionale in divisa riprese il suo lavoro schiacciando bottoni,
trasportando fino a terra una bionda dall’aria innocente e
inaccessibile.
E ora
struscio questi tacchi che risbattono sul selciato, patinato di vapori
e annerito dal fumo nero di cantieri navali, che nonostante sia notte si
distinguono in lontananza. Le finestre delle case mandano urla
incomprensibili. Sono litigi e canzoni che si mescolano alle secchiate
d’acqua sporca che schivo a stento. Ma mi sento bene e via via che mi
inoltro mi lievita dentro come le righe dritte di calze di seta che porto,
l’orgoglio di essere straniera dentro questa periferia, tra queste mura
scrostate dal mare e questi odori di fame. Un tassista clandestino mi
offre un passaggio scontato e mi dice di fare attenzione che vestita in
quel modo non c’è angolo che non odori di piscio, non c’è spigolo
che possa prospettarsi tranquillo. Ma vestita in questo modo, io sono il
faro che intermittente m’illumina, io sono la luna, fertile musa per
tutti coloro che hanno deciso di sognare, che hanno deciso di passare la
notte senza che venga più giorno, inseguendo l’odore di shampoo alla
violetta dei miei lunghi capelli. E cammino scandendo profumo e fianchi
fasciati di stoffa leggera che si svasa negli orli ed affonda le pieghe
negli occhi di chi m’ha già conosciuta nel sogno. Ma il sogno non
l’ha soddisfatto, perché troppo reale m’ha presa senza resistenze,
abusando senza corte ed impegno della sua scarna fantasia. “Ma dove sarà
il violino?” Dov’è questa musica che in lontananza credo di sentire
misto all’odore intenso delle sue mani, della sua pelle che ancora porto
indosso. Un tizio vestito di nero e sciarpa lisa s’avvicina barcollante.
Non sto più nella pelle. Cerca
a fatica di far uscire qualche suono dal suo violino, di vomitare i suoi
pensieri sobri ancora non intaccati dall’alcol. “Dove sta andando
bella signora? Ovunque la porti il suo cuore, vorrei che questa musica le
facesse cambiare percorso. Chi meglio di me potrebbe accompagnare il
fruscio del suo vestito, i colpi cadenzati dei suoi tacchi che reclamano
note per far melodia?” Diffidente della sorte troppo benevola, gli offro
qualche spicciolo per riempire il suo cappello, ma rifiuta con sdegno.
“Signora io so dove sta andando, dove le sue voglie chiedono
appagamento. Venga con me!”
Incerta
lo seguo perdendo equilibrio, finché entriamo in una specie di
bettola densa di fumo e vino annacquato. “Mi offra da bere e le svelo un
segreto.” Mille occhi
stranieri e maschili affondano i loro desideri dentro il mio decolté
rigonfio, adatto alla situazione solo se fosse merce a pagamento. Ma per
fortuna rimaniamo pochi secondi, il tempo che il mio interlocutore
gradisca una birra per poi inoltrarci lungo corridoi in penombra damascati
di rosso, lungo atmosfere silenziose ed inquietanti che contrastano con la
situazione fumosa di poco prima. “Ogni sera donne stupende mi chiedono
di farle ascoltare qualche nota di questo violino. Ed io le accompagno qui
e le faccio compagnia nell’attesa che il principe si faccia vivo. Faccio
per non capire, ma c’è poco da far finta. Entriamo in un salone enorme
pieno di divani e morbidezze.
Altre donne sono
in attesa. Sono tutte belle e tutte bionde. Cerco con gli occhi il mio
bel tunisino, ma non ci sono uomini. Solo donne in attesa del proprio
turno, di un uomo che, chiunque sia, plachi la causa perché sono finite
qui dentro. Comincio a capire. La vergogna mi sale e mi priva di forze e
coraggio. Sono finita in un harem, e per una turista, se non fosse vero,
sarebbe il massimo da raccontare. Mai mi ero sentita così deprezzata, mai
le mie gambe, il mio seno, s’erano sentite così direttamente carne da
sfamare. Ogni movimento è una chiara confessione, ogni tremito delle mie
labbra diventa una provocazione, un segno per primeggiare verso queste
donne che mi guardano con rivalità e disprezzo. Sono spose e favorite del
principe che consumano i giorni nell’attesa e nella remota speranza di
essere scelte. Mi sento come dentro un incubo e credo che tutto sia
studiato, un preciso disegno per farmi sentire in imbarazzo e per farmi
sperare che il bel principe appaia presto e mi scelga. Il vecchio mi
guarda e mi sorride, conoscendo a memoria i pensieri che passano nella mia
mente, tra i miei stupendi capelli profumati di viola. Faccio per alzarmi,
ma lui mi blocca. “Bella signora, da quella porta si entra, ma non si
esce! Questo non è un sogno dove lei possa cambiare spazio e tempo a suo
piacimento! Qualcuno potrebbe non gradire questo traffico di bionde, deve
solo avere pazienza!” Dopo qualche minuto entra un’altra donna e poi
un’altra ancora con altrettanti violinisti che si siedono accanto
vestiti di nero.
Anche loro bionde, coperte di seta e d’emozione con la
voglia di sognare e il timore di essere finite dentro un incubo.
“Potrebbe darsi che stasera, io sia l’unico uomo a farle compagnia.”
Mi dice il violinista guardandomi attraverso il fondo opaco del bicchiere.
“Che il principe non si degni neanche di guardarla, magari preferendo le
altre che a bellezza le sono da pari.” Scola l’ultimo residuo di birra
direttamente dalla bottiglia. “E lei se ne andrà senza che il nostro
signore abbia colto quella rosa che ora stringe a morsa, senza che abbia
annusato quell’odore che tra poco, e ci scommetto, si scioglierà liquido e
copioso se nessuno si degnerà di assaporarlo. Ma sicuro che domani
tornerà! Che una forza da dentro la tenterà fino a condurla spontaneamente
fin qui, senza che nessun tunisino stavolta le stropicci il vestito e la
rosa.”
Sconvolta, guardo le mie rivali che come me fissano la
porta chiusa. “Vede, dentro quella stanza il principe si sta intrattenendo
con la favorita di turno, anche lei bionda e rapita da un bel tunisino in
qualche hotel della città. Come lei è venuta con le sole sue gambe,
sfidando la casbah e gli odori gonfi di questo quartiere. Non mi
fraintenda! Non è il desiderio che vi ha fatto arrivare sin qui, ma la
smania di provare ciò che nel vostro mondo è tutto scontato. Credo che lei
di uomini, in una notte, ne possa avere tanti, quanti sono i suoi
pensieri, ma nessuno di questi si permetterà mai di stropicciarle la gonna
in ascensore senza averle chiesto il permesso o di farle fare il turno, in
attesa di un uomo, come ora sta facendo.” Mi guarda e sorride. “Tra poco
arriverà, e le consiglio di non essere sfrontata, non mostri nulla se il
principe non ordina, non parli se non vede nei suoi occhi il desiderio di
ascoltare, non offra le sue bellezze se nel frattempo non sono diventate
tentazioni.”
Finalmente s’apre la porta ed esce un giovane sui
vent’anni. E’ bello da morire ed i suoi occhi di ghiaccio mi
penetrano come lama al sole. Con un gesto della mano zittisce spose e
preferite. Si avvicina e mi guarda. Chiede al mio violinista se sono la
prima. Mi fa alzare in piedi e si lamenta che non sono tanto giovane. Mi
fa girare e vedo dai suoi occhi che non apprezza le mie calze di seta, la
mia riga nera che dritta arriva fino dove ora vorrei che fosse la sua
brama. Mi chiede quale vento m’abbia portata fin qui, quale innata
devozione m’ha convinta a gradire le sue grazie, quale effimera curiosità
di turista m’abbia fatto decidere di sfidare la sorte.
Ho paura solo a parlare, ho il timore che il minimo tremore delle
mie labbra possa farlo girare e preferire le altre bionde, venute dopo di
me, che ancora non ha visto. Mi fa rivoltare di nuovo e chiede alle sue
spose se ne vale la pena, se la montagna di capelli che porto possa
ripagare la sua attenzione.
La sala ora è completamente muta, nessuna
donna fiata più forte del respiro della mia ansia, ma le vedo che danno
giudizi sbattendo le palpebre e fissando intensamente quegli occhi di
ghiaccio. Perché non si decide? Eppure sono bella!
Eppure solo poco fa, fuori di qui, mi sentivo la luna, fertile musa
per chi chiunque avesse voluto, per chiunque avesse osato sognare. Ed ora
degradata a quarto di manzo aspetto il giudizio di questo signore che
dicono principe, che ancora mi volta e mi rivolta, cercando nelle pieghe
della mia seta la giusta ispirazione. Aspetto. Sono sicura che i suoi
occhi vorrebbero, lo vedo da come infila il suo sguardo dentro i miei
seni, dentro le mie labbra rosse che, se lui appena volesse, non avrebbero
il tempo di parlare. E se mi sceglie, che ne sarà di me? Eletta a
schiava, sposa o favorita? Ma tanto dovrò faticare perché lo sia
davvero!
Ma tutto ciò non mi spaventa. Niente sarebbe peggio di essere
rifiutata. I suoi occhi s’infilano nelle mie ossa di burro, nei miei
seni che simili a sabbie mobili vorrebbero affogarlo e togliergli il
respiro. Ma lui è principe! E non credo che si sazi per così poco! Dopo
ancora qualche attimo mi chiede se ho il tempo d’aspettare. Senza
attendere risposta chiama l’altra bionda, l’ultima entrata. E’
bella, molto più giovane di anni e pelle. Senza un filo di trucco si
muove tra i divani, innocente e smaliziata. Le sorride e mi sento persa.
Non potrò mai reggere al confronto! Rimango in piedi,
le mie gambe tremano!
Ma dove sono finita! Finita a desiderare un uomo che comunque vada, anche
se favorita, mi farà schiava. Finita a rivaleggiare per accaparrarmi una
preda che non ho scelto, tutto per colpa di quel tunisino, che mi ha
ingannata osando senza pensarci, stropicciandomi la gonna senza chiedere
permesso!
Ora m’accorgo che era una semplice trappola dove sono caduta
come quell’altra bionda, entrata dopo di me in ascensore e che ora
riconosco, è nelle grazie di questo bel giovane dagli occhi di ghiaccio.
Siamo tutte e due seduto su un divano, una accanto all’altra, ci fa alzare la
gonna, ma lei è senza calze. Mi vergogno d’averle indossate, come
queste mutande piene di merletti che ora suonano ridicole, inadatte e
stupidamente vogliose. Lo vedo dagli occhi che odia i miei fiocchetti
neri, come questo rossetto e questi trucchi che trasbordano indecenti da
tutti i contorni della mia faccia. Preferisce questo viso d’angelo
d’acqua e sapone che mi svaluta accanto, questo sesso nudo di peli e
mutande che fintamente inviolato si staglia tra le stoffe d’arabia.
E’
bella e giovane, e purtroppo non c’è confronto. Ora la sta
accarezzando, strofinando i suoi anelli su quel seno bianco e innocente
come una tazza di latte. Ma
io questa sera ero in cerca d’altro! Non avrei mai pensato che le mie
gambe, i miei seni dovessero far lotteria, dovessero gareggiare. Vorrei
che a questo punto non scegliesse o che ci portasse tutte e due
nell’alcova, in quella stanza che ora è solo l’unica mia meta. Di
nuovo silenzio, forse ha deciso! Il violinista mi stringe la mano e sembra
dirmi. “Eva è tardi sono le otto!” Ma è la voce di mio marito che
mai saprà d’avermi tirato fuori da un incubo, dove comunque mi sarebbe
piaciuto vedere la fine ed essere scelta.
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