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I RACCONTI DI LIBERAEVA
 
     
 
 
 

Fermata di treno

di LiberaEva

 
 
 
 

Quante volte ho desiderato prendere un treno quando di fuori la pioggia gronda ed inzuppa i muri di noia, quando alle dieci del mattino accendi le luci di casa e ti domandi che forse era meglio saltare un giro completo rimanendo a dormire. Quante volte ho desiderato prepararmi come se dovessi fare da testimone alle nozze della mia amica migliore, solo perché avevo ricevuto un invito in un albergo del centro, di questa piccola città sparsa tra la nebbia, dove conosco tutti e non conosco nessuno. Per accorgermi poi che volevano solo vendermi spazzole e pentole con in omaggio una gita in pullman a far visita ad un santo minore nato per sbaglio in un paese vicino.

Tante volte sono arrivata fino alla stazione con in mano soltanto un ombrello, a ripararmi dalla folle intenzione di prendere il primo treno qualunque, ma sperando in cuor mio che qualcuno m’avesse distratta, che m’avesse fatto almeno sperare che in questa città ogni tanto riflette un raggio di sole, s’adagia uno spicchio di luce che di rado riscalda i tetti delle case se proprio non riesce a scendere fino a terra.

Ma poi nessuno mi ferma, nessuno che mi faccia cambiare direzione per uno sguardo più intenso, finché m’accosto ai binari tenendomi alla larga quel tanto per non avere pensieri molesti. Vedo i treni arrivare taglienti e veloci come se mi squarciassero in due dal resto del mondo creando un risucchio di vuoto e silenzio che poi è difficile riempire.

Alle volte ritorno sui miei passi perché la voglia di partire s’affloscia prima d’arrivare, prima che un urlo di treno mi faccia davvero tremare che è giunto il momento. Cammino convinta che tanto non saluterò nessuno perché nessuno che conosco percorrerà mai questo viale di alberi e foglie che porta alla stazione. Hanno fatto dei figli per non pensare più a se stessi, per riempire gli stessi miei vuoti all’uscita di scuola o in qualunque parco di giochi, per giustificare il tempo che corre veloce ed è giunta già l’ora di cena.

Ma io non ho bimbi e non porto neanche una fede, porto solo un cappello nero per sentirmi più bella, perché i miei capelli lunghi escano lisci e più biondi dalle falde che mi fanno ombra e mi coprono gli occhi. Non voglio confondermi con chi ora sta andando al mercato, con chi a braccetto fa spese per riempire compleanni e Natale. Porto solo il ricordo di averci provato a vivere in gabbia turandomi il naso, che ora pago e m’illudo che sia stato diverso da come m’appare, da come mi guarda quando lo incontro con in braccio un bambino e un tailleur di fianco, comprato nella stessa boutique dove mi servo da anni. Lo incontro distante da questo viale, da queste foglie dove porto a spasso la mia solitudine che ogni tanto ha bisogno d’uscire, che come un cane m’abbaia e gratta alla porta.

Alle volte mi sorprendo a pensare che in questa città ci sono nata, conosco a memoria ogni scritta sui muri, ogni ti amo scolorito che grida ancora vendetta. Potrei attraversare ad occhi chiusi questo viale perché conosco esattamente i tempi di rosso e di verde di ogni semaforo. Ma quello che non riesco ad accettare sono questi volti sconosciuti, queste ombre anonime che incrocio, che mai mi potranno farmi sentire d’essere preda appetitosa di giorno quando ancora non è calata la notte. Rallento i passi per farmi venire in mente una scusa credibile, per domandarmi cosa diavolo mi sono dimenticata questa volta per rinunciare a partire. M’accorgo d’essere senza valigia, nemmeno un cambio di mutande per arrivare a domani, per poi rassegnarmi su questa panchina di pietra ed aspettare che le insegne della stazione mi colorino il viso di viola. Perché coscientemente mi basta l’illusione, il sapere che prima o poi andrò a trovare la mia amica Silvia in montagna, che indosserò un vestito di fiori o salirò davvero su un treno a caso per cercare due occhi troppo identici ai miei.

Non cerco amore che duri una vita, perché da anni ho smesso di crederci, ho smesso di farmi imbrogliare che insieme ci si possa sentire meno soli. Non cerco amicizie, perché non saprei cosa confidare d’un passato che a me dà nausea soltanto a pensarci. Cerco soltanto uomini slegati che chiedono quello che pensano senza che il problema di chiedere sia più grande di quello che vorrebbero. Cerco occhi folli che mi guardino fissa senza paura d’essere indiscreti, che mi trasmettano quella pazzia che non mi ha mai dato il coraggio di lasciarmi andare o di prendere un treno per una sola fermata perché le altre sarebbero inutili. Non li desidero belli! Vorrei soltanto due fari che m’abbagliassero come puttana di notte e mi scrutassero come mani senza riguardi e senza paura di farmi del male. Che non rimangano in superficie ad accontentarsi dei miei seni, ma che mi scavino infondo per sapere perché ora sono così dritti e duri sotto questa maglietta che mi modella e che indecentemente deformo.

O forse infondo lo sanno che sto aspettando il mio treno, che non ci sarebbe tempo per imbastire un incontro, che ad una donna così bella non si può chiedere nulla direttamente, ma occorre farle la corte ed impegnarsi per mesi ed attendere ansiosi un risultato qualunque. Perché una donna così sarà già impegnata a rintuzzare gli assalti, a difendersi ogni giorno da attacchi pressanti e che tra l’altro non può essere sola e quindi bisognerebbe combattere col suo cuore e quello degli altri.

Se invece sapessero che è tutta una farsa, che non è il freddo, che non è l’aria umida che indurisce i miei seni, che questa bellezza sta sfiorendo ogni giorno che passa e le mie gambe hanno fatto dei muscoli sodi per camminare frenetiche fino a questa panchina.

Se solo sapessero che queste caviglie gonfie nascondono un vuoto nel cuore, che basterebbe soltanto un sorriso per squagliarmi d’amore, che non rifiuterei uno sguardo fisso sul punto dove provo piacere, per poi invitarmi senza tanti giri di piazza e parole dentro una qualsiasi stanza con un letto rifatto alla buona illuminato dal viola d’una squallida insegna.

Se solo non chiedessero il mio nome, se solo sapessero che non ho bisogno di promesse, ma solo di due occhi gonfi di desiderio che mi guardino senza abbassare le palpebre per tutto il tempo che consuma la voglia. Se solo non vedessero in fondo ai miei baci un fine diverso, ma capissero davvero cosa vado cercando, che non c’è altro che quello che vedono, dove in fondo alla voglia c’è solo altra voglia senza per questo impegnarsi per mesi e per anni o tirare fuori dei soldi nel momento sbagliato.

Ma sono sicura che niente di questo troverò su questi volti grigi quanto questi portoni, perché non ci sarebbe evasione, perché sarei costretta a fare l’amore con la loro noia e la loro sconfitta. Ed io non ho più voglia, più forze per sobbarcarmi i pesi degli altri, le ipocrisie di vivere fotocopie di giorni.

Sapessero invece che non cerco promesse, che non cerco parole, che non mi serve né un tetto né due spalle che mi proteggano quando rincaso la sera. Cerco solo quel treno, qualsiasi treno perché la prima domanda è dove si scende e seppure riuscissero a guardarmi le gambe non ne conoscerebbero la voglia e la storia. Sono sicura che mai e poi mai ne vorrebbero sapere il futuro perché tanto da qualche parte si scende, prima che cali la notte, prima che qualcuno fissi un prezzo ai miei seni e mi domandi sorpreso come faccio a svendere carne bianca allo stesso prezzo di quella di colore! In questa città dove anche la nebbia sa di razzismo invece li offro per una singola fermata, perché oltre diverrebbero solo due palle di carne ingombrante, due buste di latte per bocche di bimbi affamati!

Solo una fermata di treno! Dove non abbiano il tempo d’impoverire l’amore con il desiderio di vivermi accanto scambiandoci gli umori del sesso che prima o poi diverrebbero insopportabili odori. Non chiedo che una fermata di treno per poi scendere prima che i miei occhi verde bosco possano prendere il colore di fango e detriti, prima che il sapore delle mie parole diventi chiacchiericcio noioso. Voglio vedermi specchiare nelle pupille allargate, riempirle sature del solo mio corpo senza che rimanga neanche un piccolo foro per distrarsi, per girarsi verso il primo culo che passa per strada.

Soltanto una fermata! Una passione improvvisa che t’avvolge di tanti piccoli rimpianti nonostante non sia ancora un ricordo, che sa di pentimento per non avermi afferrato il vestito di fiori mentre scendevo dal treno o per aver osato oltre il lecito senso d’ogni pudore che ti sazia d’amore, ma ti lascia uno strascico di mille domande in quella mente confusa che ancora non s’è resa conto di cosa è successo.

Scenderei contenta ricordando per caso il suo volto, per caso quelle mani frenetiche che dopo giorni ancora infilerebbe nel naso per sentire l’odore di sesso e detersivo delle mie mutande slabbrate, del mio reggiseno incollato nei ricordi delle sue labbra che invano tentavano di farsi strada da sole.

Mi chiamerebbe tutte le notti finché memoria le dia forza di avere ricordi, di rischiarare quell’unica immagine che gli ha riempito una vita. Per giorni e giorni salirebbe alla stessa ora sul solito treno, occupando lo stesso identico posto e sperando in cuor suo di rivedere una donna con in testa un cappello, di rivederla identica e bella, esattamente uguale al ricordo  con gli stessi capelli che lisci uscivano lunghi e più biondi.

 

 
     
 

 

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COMMENTI DALLA RETE
 
Lo incontro distante da questo viale, da queste foglie dove porto a spasso la mia solitudine che ogni tanto ha bisogno d’uscire, che come un cane m’abbaia e gratta alla porta.”... “Ed io non ho più voglia, più forze per sobbarcarmi i pesi degli altri, le ipocrisie di vivere fotocopie di giorni.”... Due grandi verità, due perle incastonate in una storia di vita. Daisy

FERMATA DI TRENO mi ha scelto, è stato emozionante leggerlo...mi ha fatto sentir la sensazione che ogni mattina provavo sul 1° binario...mi guardavo attorno...e cercavo una donna,una Donna come quella del racconto...con qualche anno più di me...una Donna che avesse il desiderio di amarmi intensamente passando per il piacere intenso di un attimo...non Amore,non sesso ma Passione,Passione racchiusa in una camera d'albergo in riviera, col mare ai piedi il cielo azzurro in un unico respiro.Il piacere più profondo e intenso con chi non potrà mai essere nulla fuori da quella camera d'albergo,dopo quel pomeriggio,dopo il tramonto del sole...ma le sue carezze saranno come le onde del mare...sciaf!ffff!sciaf!ffff!.... Ciao e a presto spero  Sognatore

Ieri sera ho letto 'Fermata di treno'. Sebbene grammaticalmente meno perfetto di altri racconti, è diventato immediatamente il mio preferito. E' banale dirlo, ma mi sono ritrovato in tantissime cose che hai scritto. E sorrido, perchè io faccio parte di quel nutritissimo gruppo di invisibili che mai oserebbe avvicinarsi ad una donna come te. Per timidezza forse, o per timore di non essere all'altezza o piu probabilmente per consapevolezza di non meritarti. E forse non riuscirei nemmeno a prenderti, pur se ti svendessi per poco, come vorresti (ma sono sicuro che non lo vuoi DAVVERO). Ieri ti ho immaginata puttana, è vero, ma il più delle volte ti immagino signora raffinata e anima splendida. Non ci crederai, ma mi sento incredibilmente presuntuoso a parlarti. Il fatto è che tu incuti soggezione Eva. E non è per il fatto che sei bellissima (in fondo potresti mentire.  Gemini

Emerge tutta la solitudine della protagonista, che vive da sempre in una città dove però non conosce nessuno........ dove vorrebbe trovare una persona con cui passare momenti indimenticabili insieme,soprattutto per lui,con cui passare però solo un momento,un momento lungo come una fermata di un treno. Ti senti davvero così sola? Deve essere strano vivere da sempre in una città ma non conoscere veramente nessuno........e arriva la solitudine.......posso però capire i dubbi di chi ti incontra,una donna splendida come te sola..........dovrebbero però guardarti nell'anima,leggere i tuoi pensieri........capire le tue inquietudini.........come voglio e spero di fare io. Le tue parole mi scaldano l'anima e il corpo........sei una scrittrice fantastica. Un bacio. Anonimo

Una fermata di treno, così retorica, così vera!  Serenella

Mia cara LiberaEva, ho scoperto i suoi racconti da poco tempo. Da quando è successo non passa giorno che non la vengo a trovare sul suo sito. Mi è così vicina che per assurdo penso di averla sempre conosciuta. Un abbraccio Marisa Tanzi

Alle volte mi chiedo perchè sei così triste! Ma sei brava e per questo ti leggo!  Federica R.

Forse un pochino pessimista e malinconico?  Tony

L'ho letto. Mi ha fatto pensare alla femmina che risale metri e metri di morale, insegnamenti cultura, educazione. 
E dopo essere emersa da questo fango, corre coi capelli al vento col suo maschio di fianco.
Ma e' tutto un sogno. 
Le femmine e i maschi non ci sono piu'
Sopraffatti dalla razionalita'. 
  Un uomo

Ti leggerò ancora scrivi divinamente, mi sembra di far l’amore con te mentre ti leggo, e se scopi almeno la metà di come scrivi devi essere divina. ti bacio Fernando

Giudicarti... impossibile farlo. Viverti. Respirarti. Comprenderti. Sentirti. Desiderarti. Questo, è ciò che riesco a fare, pensando a te. Giudicare è altro... giudicare è chiudere, limitare, ridurre, ghettizzare, etichettare. E non si può etichettare l'effimera ed evanescente essenza di una Donna, di una Femmina, di una Amante... di un corpo che nei suoi racconti pulsa desiderio e negazione, passione e rigidezza, caldo e freddo... sei Yin e Yang assieme, sei bene e sei male, sei giorno e sei notte. E di questo mi nutro, leggendoti, sognandoti, scoprendo qualcosa di te in ogni donna che incontro... DICODAVVERO

Ciao Eva io sono uno dei tanti tuoi lettori. Le tue storie sono delicatamente eccitanti come solo una donna puo` scrivere. Avrei voluto essere l`extra comunitario di quella sera per poter apprezzare la tua pelle ops <la sua>, Ciao stellina e ancora grazie di tutto Roberto un tuo affezionato ammiratore Roberto

 

 
 
     
 

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pubblicazione Dicembre 2003   

 
 

       

 
 
 
 

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