Conobbi mio marito durante una settimana bianca a
Cortina. Al tempo abitavo da sola in una mansarda a Roma e seppure gli anni
correvano veloci non avevo nessuna urgenza di cambiare la mia vita. Ma mi sposai
lo stesso e unicamente per amore trasferendomi tra la nebbia del nord. Per i
primi tempi tutto andò per il meglio. Il circolo del tennis il giovedì sera, le
serate a teatro, le cene con i colleghi di mio marito e le loro mogli sempre
impeccabili. Finché un leggero dubbio di quelli dove trovi tanti sospetti e
poche giustificazioni incominciò ad arrovellarmi il cervello. Un venerdì sera,
mentre la colf filippina portava un piatto di spaghetti in tavola, lo incalzai a
bruciapelo. Mio marito si alzò di scatto e mi diede la triste notizia. Si era
innamorato di una ragazzina bionda, alta e con la faccia da modella, conosciuta
per caso nel bar sotto il suo studio. Aveva un’amante!
Da allora, chissà quante volte mi sono domandata come il caso possa cambiare
totalmente la vita. Sarebbe bastato che entrasse nel bar un attimo prima o un
attimo dopo oppure …, e quante volte mi sono presa in giro semplicemente non
accettando il fatto che comunque sarebbe accaduto.
Da quel giorno cambiò tutto, la tranquillità, i soldi, le serate mondane che
cadenzavano i giorni della settimana, le passeggiate in montagna, il sacchetto
dell’immondizia chiuso prima di andare a dormire, la filippina licenziata per
vergogna, i week-end nella nostra casa al mare dalle parti di Jesolo. Con la
testa piena di pensieri giravo nelle giornate vuote alla ricerca di un qualcuno
o qualcosa che le riempisse. Ma più che altro cercavo di dare ai miei giorni un
ritmo cadenzato, quasi metodico, che in quanto abitudine non ti creano vuoti e
non ti lasciano per forza pensare a cosa fare un momento dopo.
Mi sentivo sola e seppure mio marito non perdeva giorno per rassicurarmi, mi
sentivo ancora più sola circondata da un mare di ipocrisia tutto intorno. Bastò
una minima confessione ad un’amica che la notizia si propagò nell’ambito della
nostra cerchia di pettegolezzi, i pochi conoscenti che provarono a contattarmi
avevano un solo scopo, si avvicinavano con la scusa di parlare, ma un attimo
dopo si materializzava immancabilmente la fatidica richiesta. Gli altri, gli
amici delle domeniche al mare o del sabato sera, erano e rimasero amici di mio
marito, pronti in qualsiasi momento a giustificare e perdonare. Vivevo il trauma
del cambiamento interno e mi sentivo alla ricerca di un punto fermo, sballottata
tra le sponde di un fiume in piena, e per di più relegata in questa città
borghese del profondo Nord, dove anche i cestini della spazzatura erano di un
colore diverso.
Ero confusa e devastata nell’orgoglio al punto di non pretendere da mio marito
di separarci definitivamente. Forse perché non avevo perso tutte le speranze o
forse, come al solito, perché attiravo su di me tutti i sensi di colpa e non
ultimo quello di essere stata parte della causa del tradimento. Avevamo solo
separato i letti, mio marito dormiva sul divano nello studio, ma facevamo due
vite completamente diverse, tanto che molte sere non rincasava ed io
naturalmente non gli ne chiedevo la ragione.
Lo smarrimento durò mesi e mesi contaminando perfino i pensieri più elementari
della giornata. Anche ricordarsi di comprare il latte o annaffiare le piante o,
che so io, spegnere lo scaldabagno diventavano grossi sforzi quotidiani ai quali
mi sarei sottratta volentieri. Ero vissuta per anni nella più ingenua
incoscienza e per prima cosa m'impegnai ad avere tutto sotto controllo. Cercai
di analizzare le ragioni e soprattutto le colpe che mi avevano portato a
trascurare ogni cosa al di là del mio lavoro. Mi resi conto che era sopraggiunto
il momento di pensare a me stessa. Cominciai ad uscire presto dal lavoro senza
concedere agli altri un attimo di più della mia vita. Ma poi non facevo
assolutamente nulla, passavo pomeriggi interi in giro per negozi senza nemmeno
acquistare la minima stupidaggine. Tutti i giorni seguendo lo stesso itinerario
facevo il giro delle pasticcerie del centro, in poco tempo avevo imparato a
conoscere tutte le specialità di ogni singolo negozio. Non contenta cercavo di
non farmi mai mancare nella dispensa di casa e nell'armadio dell'ufficio ogni
tipo di cioccolata compresa la vecchia e cara Nutella.
E proprio in una pasticceria all’angolo con Piazza delle Erbe incontrai
Maddalene. Di madre cinese e di padre europeo faceva la cameriera per sbarcare
il lunario. “Signora, i suoi occhi sono tristi.” Mi disse in un italiano incerto
e vellutato mentre mi serviva una fetta di Sacher. Rimasi sorpresa, era la prima
persona dopo mesi che mi rivolgeva una domanda così diretta indovinando, senza
ombre di dubbio, il mio stato d’animo. Non potevo negare, sorrisi in cerca di
parole che camuffassero il mio stato interiore salvaguardando la mia immagine di
donna di un certo rango. Era giovane, il suo viso orientale non poteva avere che
vent’anni o giù di lì. Le sue mani, perfette e delicate, si muovevano innocenti
e incontaminate. “Io vedo dolore nei tuoi pensieri.” Disse ancora, quasi
malinconica, scuotendo i suoi capelli lisci e neri. Sorrisi di nuovo imbarazzata
soprattutto da quel tono confidenziale di quel piccolo esserino senza alcuna
autorità.
Gelosa dei miei pensieri più intimi, così evidenti, pagai il conto e me ne
andai. Ma il giorno dopo tornai, come il giorno dopo ancora, finché un
pomeriggio di un qualunque venerdì mi chiese di uscire. Aveva notato la mia
nuova eleganza e intuito quelle sfaccettature di soggezione che immancabilmente
comunicavano quello che non avrebbero mai detto le mie parole. Era vero, avevo
solo bisogno di parlare con chi avrebbe potuto capire l’intensità del mio
dolore. Davanti ad una pizza in un ristorante orientale traboccai situazioni e
sentimenti, persone e stati d’animo mescolando tempi, luoghi e la sua
stupefacente pazienza ad ascoltare. Non espresse giudizi, non rincuorò la mia
sofferenza, ma per la prima volta mi sentivo meglio, svuotata di vendette e
recriminazioni, di risentimenti e fughe all’indietro. Aveva la capacità di
ascoltare e non parlare, dopo una settimana non conoscevo ancora niente di lei,
mentre io ormai nuda mi sorprendevo a pensare come era possibile che una piccola
ventenne mezza orientale eppure cameriera potesse riempire fino all’orlo la mia
voglia di compagnia. Ci frequentammo ancora.
Durante la giornata non mi riusciva altro che pensare a lei. Non dissi una
parola quando una mattina al telefono mi sussurrò delicatamente: “Io potrei
venire a stare con te.” In effetti avevo bisogno di lei, ma la presenza di mio
marito mi fece accogliere freddamente la richiesta. Non so, forse il mio spirito
di rivincita nei suoi confronti desiderava farmi vedere affianco ad un uomo
stupendo, magari un avvocato suo collega principe del foro, ed invece quella
piccola e minuta figura, anche se oramai indispensabile, non m’avrebbe permesso
di vantarmi più di tanto attenuando il dolore dell’orgoglio ferito.
“Maddalene ci devo pensare” Presi tempo a malincuore. Ma quando la sera chiamai
la pensione per chiederle scusa e ancora scusa mi disse che era già pronta sulla
porta e che mi stava aspettando con la valigia già fatta. “Io capisco sai, tu
hai paura d’innamorarti di me.” Questo veramente era un tasto che finora non
avevamo toccato e sinceramente non l’avevo mai vista sotto questa ottica, anche
perché, a parte una situazione ambigua con la mia amica Silvia, non avevo mai
avvertito attrazioni verso lo stesso mio sesso. Sottolineai la sua ingenua
tenerezza prendendola sottobraccio. “Io non avere problemi.” Mi disse quando le
proposi di spacciarsi per cameriera davanti a mio marito. Quella sera ridemmo di
cuore.
Dopo solo qualche giorno la mia casa sembrava come nuova, sotto i colpi della
mitica grazia orientale acquistò dignità e decoro di una vera casa. Maddalene si
rendeva utile oltre il lecito di una convivenza paritaria. Faceva la spesa, ci
faceva trovare la cena pronta e la sera non smetteva mai di rigovernare. Ero
quasi felice, la sua presenza mi inorgogliva e allo stesso tempo mi spazzava via
il miele appiccicoso e malinconico della solitudine interiore. Dopo cena non
mancava di riempirmi d’attenzione e spiavo i suoi occhi pieni di emozione quando
mi guardava segretamente. E di lì a poco, una notte, inevitabilmente, la sentii
scivolare dentro le mie lenzuola. Il cuore mi batteva e rimasi ferma nella
posizione facendo finta di dormire. Sentii inconfondibile l’umidità della sua
lingua incunearsi tra le mie gambe fino a centrare senza un attimo di
sbandamento il mio piacere per poi proseguire tra le mucose ansiose del mio
ventre ormai in balia della sua tenacia.
Era la prima volta e pregai Dio che non fosse l’ultima! Sentivo la sua bocca
remissiva, fedele e piena di abnegazione continuare a baciarmi per minuti e
minuti, succhiando quel liquido di passione che sgorgava copioso fino ad orlare
le linee della sua bocca. Se ne andò in punta di piedi come era venuta senza
nessuna pretesa di compiacenza o ringraziamento. Da quella notte, ogni notte non
aspettavo altro, mi coricavo sempre più tardi per abbreviare il tempo
dell’attesa, e la mia piccola orientale, puntuale come una disgrazia, respirava
il mio calore senza avere in cambio niente. “Tu, signora, non parlare, tu essere
felice e ok così.” M’interrompeva la mattina a colazione ad un minimo cenno di
gratitudine. Diventammo inseparabili, lei si era licenziata dalla pasticceria ed
io mi ero consumata in un mese tutti i permessi di un intero anno.
Passarono altri giorni e soprattutto altre notti finché quando, a suo
insindacabile giudizio, mi ero definitivamente liberata dalla tenia della
malinconia, iniziò ad accettare le mie carezze. Dapprima imbarazzate ed
inesperte divennero in poco tempo avide ed audaci. Non potevo fare a meno di
lei, del suo corpo, della sua grazia, di quel mistero orientale infarcito di
filosofia e benessere. Mi sorprendevo ad essere più protettiva di un uomo e più
indifesa di una donna. Ci amavamo ovunque e ovunque sentivo il mio corpo
fremere, che in poco tempo, simile ad una mappa, divenne terra di conquista,
deserto per i predoni e mare per i pirati. Ero felice e non chiedevo altro, la
sera mi riempiva di coccole e la notte di ogni tipo di sesso.
E come quando tocchi il cielo con un dito nel mio animo cominciò a covare la
paura di perdere quello che lo stesso cielo mi aveva donato. Non dormivo la
notte per assicurarmi che non scappasse, di giorno ero sempre all’erta, quando
tornava dalla spesa la sottoponevo ad un vero e proprio interrogatorio, mi
divorava il dubbio che potesse incontrare altre persone, magari ragazzi e
ragazze del suo stesso paese. Finché per lenire la mia angoscia le proposi di
incatenarla. “Se questo serve, signora, nessun problema.” E così scesi dal
ferramenta sotto casa e comprai una corda, dei lacci, un bavaglio, un lucchetto.
Contenta tornai a casa e la incatenai. Ora la sentivo veramente mia. La notte mi
dormiva accanto legata e nonostante le corde strette fino a segarle i polsi, mi
sorrideva, senza mai un attimo di risentimento. Avrei benissimo potuto giurare
che era felice, perché io ero felice. Non avevo mai conosciuto un essere simile
come mai mi ero scoperta possessiva e ladra di fronte a tanta bellezza.
Mio marito
nel frattempo viveva la sua vita come se nulla
fosse cambiato. Immerso totalmente nel lavoro dedicava il poco tempo libero agli
amici ed ai suoi hobby preferiti. La presenza di Maddalene sembra non
interessarlo e lei lo ignorava totalmente, finché una maledetta domenica
pomeriggio vidi nei loro sguardi un inconfondibile cenno d’intesa. Aspettai che
mio marito uscisse per la solita cena con gli amici e per la notte chissà dove.
Accecata dalla gelosia la legai alla gamba del tavolo della cucina pentendomene
amaramente quando verso le due del mattino sentii inconfondibili i suoi gemiti.
M’alzai di scatto come una furia, mio marito era rientrato furtivo e lasciandola
legata la stava baciando tra le cosce. Mi tuffai invasata urlandogli contro gli
improperi che uscivano più facilmente dalla mia bocca. E mentre la ragazzina
sorrideva, tutti e due inginocchiati lottavamo con le nostre lingue, per
conquistare qualche centimetro in più del suo sesso. Ingoiai peli e saliva con
la sola ostinazione di non recedere centimetri di quella pelle morbida. Finché
dopo tanto lottare riuscimmo contemporaneamente ad entrare nel suo piacere umido
ed eccitato da tanto possesso, rivendicando ognuno per la sua parte la
responsabilità di tanto godere. E in quella posizione a carponi, come mucche al
mattatoio in attesa del colpo di grazia, succhiavamo succhiavamo, sbavando su
quel sesso frustrazioni, insicurezze e voglie di riscatto. E succhiavamo Cortina
e la nostra storia d’amore, gli amici di sempre, le feste e i compleanni.
Succhiavamo la nostra apparenza e il nostro perbenismo misto a colate di piacere
di quell’extra comunitaria dagli occhi a mandorla. Aspiravamo boccate di fetore
di basso ventre incuneandoci nelle pieghe della sua carne intima. E succhiavamo
la sua energia vitale, la sua pazienza, la sua apparente sottomissione, il suo
Dio più solido del nostro, i suoi valori incontaminati dall’Occidente. E
indecenti ci contendevamo pelo su pelo a colpi di lingua e saliva rifilandoci
colpi bassi e mosse sleali, succhiandoci il nostro matrimonio, l’album con le
foto, la sua carriera e il ritratto di suo nonno generale.
Lei rideva ed io impazzivo urlandole contro tutte le notti passate insieme, lei
rideva mentre mio marito cercava di darmi testate per conquistarsi il Paradiso,
lei rideva e noi succhiavamo, eh sì succhiavamo il mio cappotto d’Armani, le
fedi antiche dei trisavoli, le sue camice di Trussardi, il viaggio di nozze
nello Yemen del Sud, il filmino visto e rivisto nei sabato sera, le vacanze
estive al Club Med. E succhiavamo senza contegno e decoro fino a logorarci le
lingue ed essiccarci le ghiandole puntando in quel gioco la sua amante bionda,
le partite a calcetto, le mie ricette vegetariane e i tanti pomeriggi di
massaggi e abbronzature. E succhiavamo succhiavamo, con i nostri culi in alto e
la ragione dentro le cosce, i nostri fallimenti, il suo navigatore satellitare e
i nostri sentimenti anoressici, il quadro di Cascella in sala da pranzo e
l’amore insulso della domenica mattina, la porta blindata e gli SMS inviati di
nascosto. E succhiavamo succhiavamo …………………………………………