Sarà quest’inverno
che mi piace e mi sfiora, tra questa Roma che umida patina i
tetti, e mi lascia da sola fino ad essere certa, che niente
potrebbe scaldarmi le mani, come queste castagne che stringo
gelosa, e m’illudo ed aspetto che il calore che sento, m’arrivi
tra poco dalle parti del cuore. Sarà il rumore dei tacchi sopra
questi sampietrini, sarà il fruscio del mio nylon che sento tra i
passi, mentre avanzo e cammino come se avessi una meta, uno sfondo
di specchi dove mi rifletto più bella, e faccio le pose e tiro
dietro i capelli, tra mazzi di rose incastonata nei vetri, per
farmi guardare come una pietra preziosa.
Sarà che da un mese non
fumo e non bevo, che i miei occhi al tramonto sono più verdi, e qualcuno negli
anni ci ha visto anche il mare, perfino boschi e pianure traversate da fiumi.
Saranno queste scale di Piazza di Spagna, dove appena sedicenne mi sentivo una
diva, magra modella con le tette accennate, giovane ed acerba senza un filo di
grasso, che ora nascondo come se davvero servisse, stringendomi in vita con una
cinghia di pelle, ma lasciando ai fianchi la mia parte abbondante.
Saranno questi balconi
stipati di fiori, e queste case che m’hanno visto perfetta, coperta soltanto di
pelle di luna, che al tempo valeva una notte ed un’alba, ed oggi mi ritrovo una
casa decente, che non mi fa dubitare d’essere stata poi bella. Sarà che non ci
vedevo nulla di male, a sentire scivolare le mani vogliose, che come palle da
bigliardo andavano in buca, tra le pieghe di carne che riprendevano forma, tra
le pieghe di carne che ora si lasciano andare. Saranno gli anni passati che
passano ancora, gli sguardi degli uomini infilati nei seni, come se in un niente
fiorisse un bocciolo di rosa, e le mie gambe s’aprissero ancora sbadate, come la
porta d’un bagno in un albergo diurno, dove entri e non bussi senza aspettare.
Sarà che ora ci penso
davvero, ed ogni letto d’amore è una siepe di rovi, spine seccate che mi
graffiano dentro, prima che il cuore se ne faccia ragione. Saranno queste luci
che sanno il mio nome, e m’ingialliscono il viso come corredi marciti, ma io
stasera vorrei andarmene oltre, magari dentro un albergo di specchi e di luci,
dove il tempo è rimasto fuori per strada. Portassi ancora la seta! Coperta di
pieghe di luce di luna! Saprei questa notte dove portare le tette, per farle
ciucciare e farne confronto, con le tante che ora danzano al vento, e si mettono
in mostra a questo sole che rosso, non ci fa dubitare d’essere a Roma. Portassi
almeno un cappello! Saprei dove farmi invitare, su quale sedia di paglia di
Vienna, sfilare la calza e rubare lo sguardo, ad uno dei tanti che incerto si
chiede, quale stoffa m’adorna sotto il vestito, e quale colore mi copre e mi
sfiora, che potrebbe scostare se gli abbozzassi un sorriso. Portassi almeno dei
trucchi! Arresterei la smagliatura con un tocco di smalto, prendendo del tempo
tra il vedo e non vedo, per togliendomi dall’impaccio e non esser scortese,
perché una donna per bene non risponde all’invito, e fa cadere leziosa il primo
saluto, e il secondo lo lascia sospeso nell’aria.
Sarà che ne sento la
smania e il bisogno, d’essere affascinata da un uomo cortese, che si toglie il
capello abbozzando un inchino, che mi chiama signora aspettando paziente, ed
anche se ha capito non perde la forma, dandomi del Voi quando mi offre una rosa.
Sarà che ora vedo ferma che aspetta, una carrozza di legno a forma di zucca, un
cocchiere con i guanti che tra poco ci porta, dove il sogno più vero non
potrebbe arrivare. Saprei veramente come ripagare quel garbo, sfogliandomi a
strati le sottogonne di seta, finché il cuore non avverte un tremore di freddo,
e l’odore che sale d’un ceppo che arde, si confonde al rumore di zoccoli in
strada. Saprei come arrossire e ripagarlo del mio turbamento, alla vista d’un
uomo al contatto di pelle, fino ad illudere gli occhi ed illudermi ancora,
macchiando di rosso le lenzuola di lino.
Sarà che questo vento che
mi taglia la gola, e questa luce più gialla ogni notte che passa, questi uomini
belli che passano in fretta, e mi lasciano appena uno sguardo distratto, ma
stasera davvero affogherei leggera, dentro un letto di piume ed onde di raso,
nel mare di voglie che attutisco e dilato, che carico a miccia in attesa che
scoppi, perché tutto questo dà senso all’amore, che altrimenti sarebbe soltanto
un regalo, che per anni ho trovato sul comodino di fianco. Saranno queste
castagne che stringo gelosa, ma ora tiepide non arrivano al cuore, sarà questa
luna che uguale promette, notti d’incanto e albe diverse, ma stasera davvero mi
sfilerei una calza, se solo servisse a costruirci un’attesa, davvero
ricomincerei almeno a fumare, se una donna che fuma all’aperto, col tacco che
preme su questo lampione, non fosse soltanto che l’immagine antica, di una
vecchia puttana che aspetta un cliente, uno qualunque purché abbia un compenso.
Con fare distratto mi
slaccio un bottone, perché ci sia il posto per infilarci una rosa, o un sogno
che mi porti lì dentro in albergo, e mi faccia specchiare sopra quei divani, che
sanno di caldo e d’attesa e di scale, d’amore ai piani senza che nessuno
disturbi. Sarà, ma credo che stasera finisca come tutte le altre, che al
prossimo bottone s’avvicini il portiere, e con fare discreto mi chieda d’andare,
d’allontanarmi quel tanto per non destare imbarazzo, a questi uomini che entrano
vestiti eleganti, sottobraccio a signore alte quanto un lampione. Sarà che non
mi sento all’altezza, e questi tacchi sono troppo marcati, che a vederli bene
sanno di vecchio, e mi fanno pensare che il mio seno stasera, non diventerà mai
un giardino fiorito, e nessuno si degna d’infilarci una rosa. Saranno i miei
tacchi sopra questi sampietrini, il fruscio del nylon che sento ad ogni mio
passo, sarà che mi allontano e tutto coincide, come ogni sera precisa a quest’ora,
come quel cliente che è arrivato in ritardo, ed ora in albergo mi cerca e mi
brama, e come tutte le volte s’accontenta deluso, di quella alta un lampione
magra come uno stecco, che beve un drink seduta sul divano di raso, che sa
d’attesa di scale e di caldo ai piani.
Sarà che davanti gli si
aprono due gambe gemelle, fasciate di nero di seta leggera, e lei ora si spoglia
al chiaro di luna, con i vetri aperti e le chiome dei pini, e lui di sicuro ci
sta facendo l’amore, addosso ad un muro con le pareti di stoffa, poi sopra quel
letto in penombra su Roma, ma sul comodino è rimasto un bocciolo, che neanche
stasera ha trovato un giardino, un presente abbondante a forma di seno, per
farci l’amore per farlo fiorire.