Dalle due alle
tre c'è un ragazzo che aspetta, dentro una stanza con le veneziane
abbassate, dalle due alle tre una donna elegante, s'avvia di
fretta e fa fatica sui tacchi, vestita di bianco con un twin-set d’Armani.
Ha pochissimo tempo ma non deve mancare, il figlio la figlia il marito
la casa, come zavorre rimangono appese, ai dubbi che crescono ed
ingrossano il cuore, e fanno tremare le gambe e la voce, che se
dovesse parlare non uscirebbe che fiato, caldo bollente come
d’inverno il vapore.
Dalle due alle tre il ragazzo ha vent’anni, e
fuma impaziente spiando dai vetri, una donna che spunta da sotto
l’insegna, vestita di bianco come fosse una sposa, che corre e
s’affanna per essere in tempo, per sentire se è vero e cosa c’è di
diverso, nell’amore che nasce tra due corpi d’amanti. Ha lasciato
l’auto parecchio distante, “non c’è mai un parcheggio quando ti
serve”, e pensa al suo trucco al sudore che scende, al suo viso
disfatto sotto il sole d’agosto. Solo una donna potrebbe capirla,
perché sa che fibrilla dentro due tette, quando l'amore l’aspetta
dentro una stanza, e fuma e la scruta tra le veneziane abbassate.
Dalle due alle tre Pensione Aurora, primo piano
due stelle e sembra un tugurio, l’acqua corrente che arriva a singhiozzo, ma
oggi per lei vale più d’una villa, una governante servile che la chiama signora,
dentro uno specchio antico e barocco, che incornicia il suo viso e il cappello
di seta, che guarda e riguarda per esser bella, per chiunque stanotte al ballo
di corte.
Dalle due alle tre lei entra di corsa, la portiera
la scruta da sotto gli occhiali, si chiede che ci fanno due gambe senza difetti,
coperte da calze che costano un occhio, come mai una donna così bella si spreca,
senza futuro per un cuore bambino, con la faccia da pupo e la barba accennata,
che tutto sommato potrebbe esserle figlio.
Dalle due alle tre la saluta di fretta, lei non sa
che ha un marito e dei figli, zia di nipoti che li ama e li adora, che ogni
domenica li accompagna alla messa.
Dalle due alle tre la donna sale le scale, e sente
i suoi occhi incollati e perplessi, le sembra di vederla che scuote la testa,
mentre fissa la riga che corre lungo la calza, mentre s’asciuga con uno cencio e
si chiede, quanto caldo può avere in pieno d’agosto.
Dalle due alle tre indossa un corpetto, comprato stamane in un negozio del
centro, una pennellata di giallo che la copre e la indora, le strozza il respiro
stringendola ai fianchi. Sa d’essere bella ammaliante e signora, che uomini a
frotte farebbero a turno, a spogliarla in un fiato o lasciarla vestita, perché
quello che conta è sentirne il possesso, governarle l’istinto che tracima e
cola, saziarle la carne che d’incanto dischiude, la porta dell’anima che
chiamano labbra. Il ragazzo la guarda mentre si spoglia, non crede ai suoi occhi
non crede sia vera, vorrebbe sfogliarla come una rivista, come fosse una foto
che respira e cammina.
Dalle due alle tre lei s’avvicina, vorrebbe che lui la stesse già divorando, con
l’occhio che sfama e la mano che tocca, col fiato che appanna la voglia
infinita, d’essere presa nell’intimo dentro, con l’ardore impaziente che smaglia
la calza, e la brama la stessa che scompone la piega, dei capelli che biondi ha
raccolto con cura, nel negozio dove ora ha lasciato clienti, con le teste
bagnate per correre incontro, per aver la certezza di essere in tempo, di
ricevere amore senza sognarlo.
Dalle due alle tre si riguarda e s’ammira, dentro quegli occhi desiderati da
giorni, dentro messaggi sul cellulare segreto, inviati nel bagno quando calava
la sera, e la voglia più intensa non la faceva dormire, nel bisogno più assurdo
d’aver sicurezze, che lui a quell’ora la stesse pensando, nel suo letto di
figlio a una piazza soltanto.
Dalle due alle tre e durante il giorno, tra tagli
e tinte e colpi di sole, sogni ed amanti e Novella 2000, credendo davvero che
fosse giunto il momento, che l’avrebbe rivisto dopo giorni d’attesa, dopo una
volta l’unica ancora, in fila alla posta ed un sorriso che s’apre, e poi lungo
il filo di un mattino diverso, camminando leggeri a fianco e distanti. “Oddio
che pazza, avrà solo vent’anni!”, ma la mano che stringe è muta ed è liscia,
come di notte quando cade la neve, come in quel posto al riparo di sguardi,
quando sale la gonna e si stropiccia la stoffa, e sgualcisce anche il cuore se
lo trova assopito, se negli anni passati mai ha fatto un sussulto.
Dalle due alle tre avanza e si ferma, in un gioco
crudele d’esser preda preziosa, Dio davvero l’ha fatta più bella!, con
l’ombretto di cielo e gli occhi di mare, che bello che voglia sentirsi sfiorare,
da questo filo di perle che si culla e s’adagia, dove una bocca farebbe di
meglio, dove i suoi seni s’offrirebbero osceni, a fili di fiato e brividi
lunghi.
Dalle due alle tre lui seduto sul letto, che
fuma e la guarda tra un anello che sale, “Non manca che niente lo sento che ha
voglia”, per ricominciare da dove s’è fermata la mano, da quella gonna sgualcita
non stirata per giorni, da quegli occhi ventenni che le dicevano bella, e quel
cuore impazzito che scalciava da dentro, come fosse un bambino curioso nel
ventre.
Dalle due alle
tre avanza decisa, i suoi tacchi scandiscono tre passi soltanto,
perché altro non serve per sentirsi una donna, femmina persa tra
le braccia assetate, d’un fiume che scende e inonda le sponde, che
bagna merletti ed orli e fiocchetti, se solo adesso lui scoprisse
la gonna, vedrebbe una foce aggraziata da pizzi, se solo adesso la
mano salisse, affonderebbe nel mare di tinte e colori.
Dalle due alle
tre lui sta zitto le guarda, la scruta indietreggia e si sposta
nervoso, vorrebbe almeno farle piacere, accarezzando il corredo
che ammanta la pelle, per non deludere quello che porge e regala,
che ora lo preme s’inarca e si curva. Ma è solo un pensiero
nient’altro che quello, perché non riesce ad allungare la mano,
toccarla e baciarla dove s’offre e gli dona, la rosa che spoglia
in un m’ama e non m’ama, come fossero petali schiusi di carne,
come fosse conchiglia che danza nel mare.
Dalle due alle tre non s’accorge e non teme, che lui è distante ed è venuto per
altro, alle due in punto alla Pensione Aurora, lo spinge sul letto e lenta si
spoglia, ride grida mentre cala la gonna, sbottona la seta come modella, una
pennellata di giallo di un pittore famoso, che ha dipinto deciso il suo seno ben
fatto. Scioglie i capelli e gonfia la bocca, raccoglie il suo seno come un
pacco regalo, che nessun altro potrebbe scartarlo, tranne il sorriso in
fila alla posta, che per ore e per giorni s’è impresso negli occhi, e di notte
ogni notte ci ha fatto l’amore, accanto ad un uomo che dorme e che russa, che
sordo non sente la voglia che cala.
Dalle due alle tre lei non demorde, si toglie il corpetto il reggicalze di
fiori, ora non manca che un sesso deciso, per essere vestita di baci e carezze,
per essere secchio e sapere per quanto, ingurgita acqua sotto la pioggia. Ora
non manca che un ti amo e un invito, su quel letto che grida di non essere
vuoto, d’esser l’alcova di due amanti segreti, che hanno sfidato il sole
d’agosto, gli sguardi invidiosi della portiera, i sorrisi beffardi delle
clienti.
Dalle due alle tre lei atterra sul letto, lui si sposta s’alza ed evita
l’urto, lei ride urla e lui prende le chiavi, troppo presto per pensare a vent’anni,
che il paradiso davvero sia a portata di mano, per apprezzarla nell’intimo
complice e perso, di vivere un’ora come fosse una vita. Fissa il suo sguardo
smarrito che chiede, è bella davvero ma troppo signora, seria e pesante nel
trucco che dona, “troppo donna più grande per giocarci leggero, troppo femmina
calda per sentirsi già uomo.”
Dalle due alle tre un rumore di chiavi, lei immobile tace e lui apre la porta,
pensando alla ragazza che tra poco la vede, nella sua stanza e sua madre tra i
rumori in cucina, ed ascoltano musica e parlano piano, jeans strappati
dell’identica marca, baci sfiorati distesi nel letto, quello a una piazza con le
foto sul muro, un poster gigante di New York di notte. Lei ha vent’anni e
sorride contenta, lui che muore a vederla che scopre, la tetta sinistra quella
del cuore, e poi con le mani che vanno giù in basso, accarezzano il bianco di un
perizoma da poco, quello d’Oviesse comprato a dozzine.