E mi chiedi davvero, davvero come è successo? Come il
tempo m’abbia ridotta qui davanti allo specchio a consumare matite, a
guardarmi con gli occhi di chi ancora non conosco. Da sola e in attesa,
con i sogni di bambina, che se non fosse per l’età, sarebbe giusto
coltivare. Davvero mi chiedi chi sono? Chi sono quando la tinta si sfuma
d’oro e d’argento lungo l’arcata degli occhi e sbriciola il tempo
nella notte che cala. Mi trucco e mi ritrucco e seguo i bordi e calco ed
affondo i contorni e mi concio come una bambola gonfiabile. Come
un’amante che ha perso il senno e si ritrova attenta a non ridere, perché
questa maledetta ruga che scompone il viso lascia un solco indelebile e
s’allarga come labbra di sesso avanti negli anni.
E mi sciolgo i capelli tra le smorfie allo specchio e mi tiro la
pelle per dimostrare qualche giorno di meno. E nascondo questo seno che
tracima ormai molle lungo i ricordi che m’hanno visto ostentarlo, ed
offrirlo per poco di un niente, per amori svaniti nel nulla. Ma sarò
ancora bella tanto, quando qualcuno mi guarderà, sarò bella tanto,
quando fuori da questo sogno qualcuno s’accorgerà di quanto candida e
pura l’aspetto da anni.
Davvero mi chiedi perché? Quale sogno di uomo m’abbia
ridotta a tirar mattina davanti allo specchio mentre inghiotto la voce
annodata alla gola e trattengo il respiro per sentirmi più viva. Fottuta
è l’attesa che mi colora le unghie e
allunga le righe di rimmel passate di moda, fottuto il mio sogno
che negli anni, passati a renderlo vero, è diventato ancora più sogno
senza nessuna speranza. Ma i ricordi non m’aiutano a capire, a dare quel senso che
il desiderio domanda e aggroviglia questo ventre inesplorato. E come un
flusso che macchia lenzuola, mi sorprendo a chiedermi come il tempo sia
passato così in fretta, più in fretta dei miei dubbi e del destino che
mi obbliga ancora a ripassarmi di creme fino a farmi così bella davanti
allo specchio. E ossessiva mi guardo e mi riguardo mille volte, tra gli
vetri incastonati per magia, ammiro il mio di dietro e il mio davanti,
ancora vergini ed illibati al susseguirsi di maschi che hanno affollato le
mie notti ed i miei letti di lino poco convincenti. E pettino il mio
tesoro mezzo biondo che pirati avrebbero volentieri trafugato, dove
uccelli rapaci si sarebbero davvero riposati lungo la traversata dei mari
di piacere. E fiera me la tengo stretta tra le mani, e come figlia,
creduta persa, vorrei baciarla ma non posso. Quanti uomini l’hanno
tentata, bagnandola di carezze e fantasie, quanti sessi dritti sono stati
sul punto di affondare immergendosi nel mistero per il desiderio
irrefrenabile di esserne avvolti. E tu mi chiedi davvero, ma davvero chi
sono? Davvero come è potuto accadere? Quale istinto di donna represso
davanti palle gonfie di uomo possa negarsi per tutta una vita e sperare
che stasera, ieri o domani, sia la prima volta.
E la notte è lì fuori
che m’aspetta, basterebbe
quel poco per farmi diventare terrestre, stasera m’inviteranno come
tante volte hanno fatto, come tanti uomini nel tempo sono diventati più
vecchi. E mi tremano le gambe a pensarci, come per tante volte sono stata
sul punto di cadere, quando m’invitavano a ballare, quando mi sfioravano
i vestiti ed i battiti del sangue. E le mani scendevano, scendevano
scandendo secondi di ansia e centimetri di stoffa fino al limite dove
oltre non è consentito, fino a dove il sentire comune non dà benestare.
E rimanevano lì, attaccati alla loro conquista, leggeri e pesanti in
attesa di una mia reazione.
C’era musica e c’era silenzio in quegli attimi di decisione, ma non
decidevo e li lasciavo fare, in preda agli eventi ed ai loro respiri più
grossi che mi solleticavano il collo ed il raso dei fianchi. E duri di
sesso premevano sulla mia timida voglia che flebile e lontana avvertivo
come se fosse non mia, come se fosse della signora di fianco. Che ballava
e come ballava, come se avesse scambiato musica e
sesso di maschio, come se quel corpo sinuoso non avrebbe mai potuto
sentire di meglio. E poi ad un tratto la musica s’arrestava ed io
avvertivo la stretta sul cuore, confuso nel vortice di darsi e non darsi,
di battere a vuoto per una nuova promessa che nessun antidoto avrebbe
potuto arrestare. Ma li lasciavo fare, in macchina o dentro una casa,
quando li sentivo allargare l’orlo delle mie mutande e quando la mano,
troppo timida per essere vera, accarezzava il pube e non andava oltre.
Rimanevano in attesa e stupiti che l’alone di fascino non m’avvolgeva
per nulla, che la voce, le mani, la loro essenza di maschio non m’avesse
smosso che un leggero imbarazzo.
Ma la luna non era persuasiva e rimanevo
vigile ad aspettare la prossima mossa che chiedeva permesso lungo la lampo
dei miei non posso o lungo le pieghe della carne che si stringevano a
morsa. E tentavano ancora, magari parlando di sé stessi e ricominciando
il percorso dal punto di partenza. Dal ginocchio frusciavano leggeri lungo
la fibra della calza risalendo come salmoni la corrente a fatica, per poi
tornare a sfiorare i miei slip ripieni solo di dubbi e dinieghi. E mi
guardavano negli occhi più umidi del sesso cercando le risposte ai loro
sessi eretti che per quanto mi riguardava potevano rimanere in quello
stato, se ancora decisi e insistenti nel trovare piacere dove piacere gli
era negato. Qualcuno si spazientiva, altri s’accontentavano a seguirmi
in superficie dove l’amore non è amore, ma un surrogato che ammansisce
la voglia e rimanda l’attesa. Avvinghiata alla gamba dell’uomo ignaro,
m’aggrappavo a fantasie che solo il mio corpo poteva sentire, penetrata
senza cortesie dall’uomo che nel sogno conoscevo davvero. E mi concedevo sul tavolo di marmo in cucina, come addosso alla
ringhiera quando mi prendeva da dietro contando i suoi respiri come i
tanti giorni che non mi ero lasciata andare. E affondava come martello
pneumatico, come asfaltatrice sulle mie resistenze che cadevano come
stelle in mare nella notte di San Lorenzo. Ed era bello sentirselo dentro,
sentirlo pulsare di sangue e piacere, sentirti appellare con parole che
solo in quel momento avevano un senso, che solo dentro il sogno non
m’avrebbero offesa. E proprio lì ho avuto tanti uomini che ora
li giro come anelli tra le dita, qualcuno per errore, perché anche
nel sogno si può sbagliare, tanti per scommessa, ma nessuno per
amore, quell’amore che rischiara notti insonni e che domani
sembra ieri od oggi un altro giorno.
E proprio lì avvinghiata alla gamba
dell’anonimo ho avuto tanti
amanti come i lividi che porto, ed entravano senza chiedere, e mi
consumavano le labbra, oscene
e generose, strizzandomi il cuore come straccio da per terra. E mi
chiamavano Eva, perché puttana perché porca, perché succhiavo rabbia e
sesso di rivincite notturne, perché cogliona alimentavo le speranze di
saliva, perché, solo in sogno, era semplice truffarmi. E le mani sulla
testa mi scarnivano i pensieri, concentrata sul piacere in attesa dello
sputo, come il dai e dai di meretrici, tumefatte d’abitudine attutivo i
loro colpi ammollandogli il percorso. E mi davo come nuova, oltre i denti
del giudizio, oltre il lecito consenso del mio cuore malandato, fino a
farmi vomitare corrodendomi la gola con acido infecondo che ristagna di
sapore fino al prossimo sogno inconfessato.
E poi tutto finiva, tutto tornava come fuori dal sogno. E l’uomo
incredulo mi guardava, domandandosi come avessi potuto godere in quel modo
senza essere penetrata, senza che un uccello, il suo, fosse arrivato a
sfiorarmi là dove non ci sono più richieste, là dove non c’è più
spazio per chiederne ancora. E tutto tornava come prima, come prima del
ballo, prima di sapere dove sarei finita quella sera, prima di quando
davanti allo specchio allacciavo stringhe e tentazioni, prima di
convincermi ancora una volta che non era quello il momento, non era quello
l’uomo che m’avrebbe presa fuori dal sogno e sgonfiato per sempre
l’attesa.