Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male. Questo è tutto. Oscar Wilde

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Càpita

di Libera Eva

Foto di Kai Schwarzer

 
 
 
 
 

Càpita. Càpita un giorno che non hai niente da fare, che rimani nel letto ed allunghi l’ultimo sogno, finché qualcuno imprevisto bussa alla porta e bussa più forte e riempie la casa. T’alzi di fretta stringendo la cinta, d’una vestaglia di seta messa alla buona, pensando al postino che ti porge un avviso, o a tuo marito distratto che s’è scordato le chiavi. Ed invece ti trovi davanti un ragazzo, che con fare gentile fa per andare e mentre si scusa gli chiedi un minuto, per correre in bagno ed aggiustarti la faccia.

Càpita, eccome se càpita! Che ritorni in sala dove ti stava aspettando, ora più sorridente e gentile di prima e lui che ti guarda e ricambia il sorriso e premuroso ti chiede per una ricerca un libro ormai raro che credi di avere. Lo preghi di aspettare pensando sicura, che Dumas figlio non può certo mancare, nella tua libreria in bella mostra in salotto tra i tuoi tanti libri di professoressa al ginnasio.
Lo fai accomodare e t’assenti di nuovo, per offrirgli un caffè che in fretta prepari e pensi e sorridi scuotendo la testa per quale motivo lo stai trattenendo, che avrà perlomeno la metà dei tuoi anni, ed è il primo figlio della tua amica Stefania che alla sera in terrazza scambiate segreti.
Servi il caffè con due cucchiaini di zucchero pensando che è giovane ed ha bisogno di dolce, e tu amaro per via della dieta, delle tante balle che ti frullano in testa, che sei grassa ed è questo il motivo, perché tuo marito nemmeno ti vede e la sera rimane a dormire distante, anche se la cosa non t’ha mai convinta, perché non ti vedi né magra né grassa, e indossi la taglia dei campionari.

Lui studia a Roma alla Sapienza, lo sai perché sua madre ne parla ogni volta, e va fiera orgogliosa di questo suo figlio che non ha distrazioni e pensa a studiare, e passa il suo tempo soltanto sui libri. Seduti sul divano t’ascolta e tu parli, dei grandi Dumas distinguendo il padre dal figlio, e ti lasci andare su un concetto bizzarro, sull’amore assoluto che non ti viene poi bene, sul cuore che a vuoto sono anni che batte.
Vedi che è interessato a quello che dici, che a fatica lo incolli in un concetto fumoso, perché sei distratta da quegli occhi che fissi, che dritti ti guardano dentro lo spacco.
Di colpo t’accorgi che la vestaglia s’è aperta, che tra la stoffa fiorata s’intravede il tuo seno, e con un gesto improvviso fai per coprirti, ma lui è più svelto ed ci infila una mano, che scivola in fretta lungo l’incavo, per poi fermarsi senza ragione, a separare le tette e non stringere altro, come se non l’avesse davvero mai fatto, cose se fosse il primo seno che a stento accarezza e ci fosse gratitudine perché l’hai lasciato toccare.
Vorresti in un attimo che fosse più duro, che magari ti legasse almeno le mani, per avere il pretesto di non reagire, ma non è così e sei costretta a fermarlo, a fare la faccia più finta e scocciata, mentre lui non si scusa si alza e va via, contento d’averti toccato il calore, d’averti rubato la tua parte migliore.

Càpita che passano i giorni ed ancora ci pensi, l’unica sera che tuo marito ti tocca, e t’irrigidisci pensando a quelle mani leggere, che spartivano nette il tuo seno abbondante. Tuo marito insiste, s’avvicina, e va in fondo, ma quando ti è sopra è più forte il pensiero, di sentirti in balia di un ardore irruente, d’una bocca che giovane cerca il tuo latte. Tuo marito insiste e ti lasci guidare, perché quella bocca è in fondo al piacere, ti bagna e si sazia del tuo calore di madre, di quell’istinto che il tempo ha solo sopito.

Càpita e come se capita, nelle mattine che passano ti manca qualcosa, ti senti nervosa ed aspetti il postino, la portiera che lava e dà colpi alla porta, ma niente nemmeno un segnale, nessuno che deve parlare in francese, o gli salti la voglia di riprovare a vedere, che quel gesto non potevi non farlo, che era normale fermarlo in quel punto, e una signora per bene non offre le tette, al primo che a caso è in cerca di un libro, e non si lascia frugare senza nemmeno reagire.

Càpita un giorno che non te lo aspetti, che dentro la posta trovi un biglietto, c’è scritto più volte che ti vuole vedere, e sulle sue mani c’è appiccicato il tuo odore, che sa di talco e profumo di donna più grande, e leggero ristagna e non è andato più via.
C’è un numero e chiami ti batte il cuore e sorridi, come se avessi vent’anni o qualcosa di meno, tremi al pensiero che sia tutto uno scherzo, ed invece è lui e senti la voce, la sua voce infantile che non parla e non dice, e tu di rimando prendi tutto il coraggio. “Domani sì ok domani sicura, di fianco le scale a Lettere Antiche, alle 11 in punto… ci sono… a domani.”

Chiudi il telefono e ti senti distrutta, senza energie ti chiedi cosa stai facendo, cosa ci può essere dentro un bambino, che curioso ha infilato soltanto una mano, attratto da un seno appena svegliato, da una vestaglia di fiori che ti ha giocato uno scherzo.
Che ci fai ora davanti allo specchio, a sentirti di colpo più brutta ed anziana, a limarti le unghie ed un brivido freddo, che corre autonomo lungo la schiena. “Sarà, ma davvero non mi sento all’altezza.” Pensi alla ricrescita che hai trascurato, ai capelli da mesi che vorresti tagliarli. Hai paura che la parrucchiera capisca, che in quel fare deciso c’è una donna ridicola, che inutile tenta di rifarsi una faccia, coprire le rughe e calare i suoi anni.
Lei ti guarda e sorride, sorride ed ammicca, chissà quante altre su quella poltrona, le hanno chiesto dubbiose l’identica cosa, quante in preda alle bizze di un giovane amante? Con lo sguardo capisci attraverso lo specchio, che se lui ti vuole gli stai bene come sei fatta, che la voglia di una donna più grande, va oltre le rughe e le unghie limate, i colpi di sole che ti riflettono in testa.

Càpita, che davanti all’armadio ristai per ore, pensando che sei in maledetto ritardo, ma poi ti decidi di vestire più sobria, e lasci da parte la tua seta intrigante, perché ti sembra davvero di fare violenza, a chi t’ha voluta perché eri in vestaglia. Più che donna sembravi una madre, più che femmina un nido e una tana, il posto più caldo per passarci le ore.
Allora di fretta ti metti un tailleur verde mela, una camicetta da nonna ed il tacco più basso. Di trucco un’ombra che ti sfuma la faccia, perché mai deve credere che cerchi dell’altro, che i tuoi pensieri malati corrono veloci cercando, un luogo, un parco, una siepe al riparo, dove il rossore non sia troppo evidente, e la tua voglia imprecisa si consumi in un’ora.

Càpita che dopo dieci minuti di passeggiate in silenzio, ti senti una mano sopra la spalla, ora davvero non sai cosa dire, non puoi davvero far finta di niente. T’imbarazzi ed incespichi ma ti lasci portare, tra i marciapiedi sconnessi d’una Roma affollata, sotto una pioggia sottile che arriccia i capelli, tra i tuoi pensieri che vorrebbero altro, un posto tranquillo dove rivedere il coraggio, le mani che ladre si tuffano ancora, per poi adagiarsi e sentire che urla, il peccato più intenso d’accarezzare una donna, la disubbidienza sfacciata di sentire un ragazzo.

Càpita e come se càpita, sentirsi la smania che cuoce di dentro, che ti tira le dita e t’allunga le gambe, perché quelle ore che hai atteso nel letto, volgono anonime verso la fine. Quel braccio incollato sembra un ramo insecchito, che non ha dato i suoi frutti per almeno tre ore. Allora affretti il tuo passo per uno scorcio di Roma, che ti ripari dal resto e non passi nessuno, un cartellone, una siepe che tolga la vista, due macchine alte per un bacio rubato.
Ma niente, lui parla d’una vacanza a Parigi, d’una ragazza belga incontrata per strada, mae tu non l’ascolti e pensi a quella mano pendente, che dondola e sfiora in tuo presente abbondante, e galleggia nell’aria senza stringere altro.

Càpita! E come se càpita, entrare in un bar e fingersi stanca, cercare con gli occhi la saletta privata, per poi sederti con lui davanti, e togli le scarpe e massaggi i tuoi piedi, e t’apri il soprabito e slacci la giacca, per fargli notare ciò che s’è perso, che una passeggiata per Roma non vale il tuo seno.
Càpita che ti piace lasciarti ammirare, che ti guardi intorno e felice t’accorgi, che negli altri due tavoli non siede nessuno, che il ragazzo del bar stranamente di fretta, ha già portato il tè e una spremuta d’arancia.

Càpita, e come se càpita, che gli vai vicino e mentre parlate, con la mano tremante stringi la sua, e con l’altra indugi e poi di fretta, sbottoni un’asola per fagli capire. Ma un bottone non servirebbe a nessuno, neanche al crocefisso per farsi notare, e via l’altro senza pensarci, perché quella tetta che fa capolino, si mostri decisa senza vergogna. Come all’ora di pappa la porgi su un piatto, a quella mano leggera che si posa e non stringe, e risenti quel tatto che t’ha condotto per giorni, a sperare davvero che bussasse di nuovo, ma era il postino, la portiera che lava, e tu dentro nel letto rimanevi delusa.

Càpita che oramai non hai più niente da perdere, neanche un cameriere se entrasse di colpo, neanche la sua faccia che ora è vicina, gli prendi la testa e gli tappi la bocca, che a morsa si chiude a forma di ciuccio. E succhia succhia lo senti che succhia, come se fosse coperta di zucchero a velo, come se tra poco ad uno sbocco di latte, aprisse la bocca per un piccolo rutto. Succhia e s’affoga tra questo calore, le sue mani sono ferme lungo il suo corpo, perché prende soltanto quello che offri, docile ed inesperto senza chiedere altro. Lo vedi, lo senti che non è una voglia di uomo, che è quella di un bimbo e non è sesso di maschio, che a quest’ora almeno t’avrebbe spogliata, t’avrebbe costretta a respingerlo indietro, a dirgli che non è cosa, il luogo più adatto, nemmeno il momento per una signora.

Ma con lui è diverso e ti senti sicura, che niente succede se la tua voglia non vuole, ed assisti appagata e contempli la scena, e sazi i tuoi occhi con quella bocca infantile, che lecca un gelato di fragola e more, e tu con la mano che porgi la tetta, e lui che la ciuccia con la lingua ed il cuore. Ciuccia il tuo passato che ogni tanto ritorna, lecca e si muove come se scalciasse nel ventre, ti inumidisce tre mesi passati nel letto, la scelta tra Luca e il nome del nonno, ci hai provato tre volte e ci hai provato testarda, non lo volevi accettare ed ogni volta un aborto.

Chi se ne frega se è il figlio della tua amica, perché questa saliva ti sazia e ti porta all’estremo, ti bacia e ti bagna l’anima dentro, come un cane che ti mostra tutto il suo affetto, ti lecca nel punto dove t’ha morso. E succhia e risucchia e lo senti più forte, come se cercasse la membrana più dura, quei giorni passati da sola nel letto, o quando bambina t’abbandonavi curiosa, all’amore maturo che ti dava piacere.
La sua lingua gira ancora e s’espande, lontana dall’aureola ridotta a velina, s’insinua dentro il ferretto dell’altra, che mansueta e invidiosa aspetta il suo turno. Saranno passati soltanto secondi, ma ti sembrano ore, e giorni ed anni, e sai già che il cameriere non tarderà altro tempo, proprio ora che la sua voglia sbatte più dura, contro il tuo ginocchio che a stento trattieni.

Sai già che questa giornata non ne avrà una gemella, non perché tu non abbia più voglia, ma sarà arduo ricominciare da zero, scavarti in fondo e ritrovarti di nuovo, vuota di remore senza almeno pensare, che chi ti spalma saliva ha solo vent’anni, e per giunta è il figlio della tua amica migliore, che questa bocca l’hai vista piccola e bimba, quando sporca di pappa non voleva mangiare.

Ed allora speri che il cameriere ti lasci ancora del tempo, lo invochi e ne sei certa che ti stia ascoltando, slacci la camicia fino all’ultimo bottone, la apri in un incanto e porgi l’altra tetta, e la porgi delicata nell’incavo della mano, come se fosse acqua per dissetare un lebbroso, come se fosse grano per un piccione viaggiatore.
Lui è lì davanti che guarda il paradiso, e non sa quale scegliere per farti più piacere, come se si rammaricasse di non avere altre bocche, o averne una più grande per poterle contenere. S’accanisce poi nel mezzo succhiandole a caso, ora una poi l’altra accecandosi un occhio, le tira e poi le succhia le bacia e poi le lecca, ed un respiro denso sbatte tra le sponde, come se fosse vento che spira tra le gole, e porta il mare grosso che l’asciuga e le ribagna.
Ormai non sono tette e non danno più piacere, non è questo soffitto e nemmeno un cameriere, sono suoni d’altri mondi che risiedono nel ventre, è un vortice infinito di immagini lontane, è questa bocca che s’arresta e ti guarda giù dal basso, perché sa che il suo dovere è arrivato fino in fondo, e sorride con i suoi occhi e socchiude le sue labbra, mentre magica si forma una bolla del tuo latte.
 

 

 

 

 
COMMENTI DALLA RETE
 
Prosa-poesia che si gonfia e si svuota come seno di latte. Cresce come fremito questo andare sottile , e s’incunea. Virgilio
Capita e come se capita di leggere un racconto meraviglioso. Tu entri nell'essenza dei sogni degli uomini. Come fai? Lolly
La donna che voglio Ma che luce dai... tu prometti e poi vai... irraggiungibile sempre... pero' di te... c'e' quel non so che.. nell'aria respiro e se poi mi giro mi stende... la tua belta'... che prezzo non ha... e' un affare per pochi... cosi' oggi di profilo passo accanto a te... e mentre ti sorrido esce un fiore dalla mia mano...  Giorgio
Càpita, cara signora, che lei è sempre la migliore. Piroper@

Quelle sensualité, quelle merveille, un étrange désir va me conquérir.. maurizio65

Buongiorno............signora fra le signore............ splendida emanazione della femminilità e del peccato........ scusa, se  non ho omaggiato degnamente il tuo racconto.......... Augusto

Parole fantastiche che vanno al cuore, che entrano nelle viscere, che ti frustano e ti accarezzano. Bellissima.  wompar

Sei fantastica, sei la donna che sogno di avere, sei la donna che sogno di prendere, sei la donna che sogno di amare, sei la donna che sogno di portare a cena, sei il profumo piu' dolce, sei l' alito che mi soffia sul viso, sei il fondotinta sulla camicia, sei il sudore che mi bagna, sei il corpo che mi scalda, sei la bocca che mi accoglie, sei il desiderio che mi assale, sei la mia adrenalina, sei la musica che amo, sei l' odore del sesso, sapore della vita...... sei il mio sogno.....  Luca

Il tuo racconto mi ha colpito molto... è veramente di impatto sensoriale.. e allo stesso tempo ha una vena poetica... anche molto eccitante. Devo dire che si respira un completo abbandono, un modo di vedere la cose da parte di una donna molto particolare... direi ideale e rara!! Baci. Wlacb

Hola, finalmente riesco a venire da Te con un pò di calma a commentare uno dei tuoi racconti... come ti avevo promesso! Molto interessante la tua scrittura, oltre naturalmente al contenuto. Mai volgare e mai eccessiva, sempre misurata ed elegante. Complimenti...in rete si vedono di quelle schifezze spacciate per scrittura erotica!!!!!! Beh, molto interessanti anche i contenuti di questo racconto...un'ottima rappresentazione di un sogno erotico che io, ma penso sia comune molti maschi, hanno sin dall'infanzia (anche femminile? sarebbe interessante capirlo...)... rappresenti alla perfezione un'immagine, una situazione, e finalmente, una volta tanto dal punto di vista femminile!!!!! Un abbraccio charlie brown


LEGAMI ETERNI Nel firmamento ti vedo come stella lucente. Luce di memorie indissolubili. Nicola
sei unica quando scrivi! gato
 
 
 
     
 

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