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I RACCONTI DI LIBERAEVA
 
     
 
 
 

Calze nere

di LiberaEva

Foto Lorenzo Renzi

 
 
 
 

 

Indossavo da sempre calze nere, di quelle che a vista accendono il dubbio, che il bordo finisca molto prima dei fianchi, lasciandomi all’aria la parte importante.  L’avevo scoperte fin da quando bambina, frugavo curiosa nei cassetti di mamma, m’immergevo da sola nei colori e fiocchetti, e giocando alla donna m’ammiravo allo specchio. E contro corrente rispetto alla moda, col passare del tempo ne ho capito l’essenza, quando la trama mi velava le gambe, d’impalpabile nylon che sfumava alla luce, come se fossero di una bambola antica, le muovevo orgogliosa per essere certa, d’essere unica originale e superba, con un’arma in più rispetto alle altre.

Me ne regalavo tante ma tante davvero, perché mi piaceva veder lo stupore, di chi accarezzandomi sotto la gonna, risaliva la mano leggera e impaziente, fino a quando la calza diventava più scura, poi bordo velato come se iniziasse la notte, e la pelle più chiara spalancasse alla luce, quel mistero svelato di malizia e di vizio. Col passare degli anni non sono cambiata, chiudo gli occhi ogni volta ed attendo curiosa, come se fosse un rito sacro e solenne, che conserva intatto la bellezza del gesto, d’una mano che trema d’un respiro più gonfio, d’uno sguardo che fissa la pieghe più scure, che esperto le nota alla caviglia o il ginocchio, e ti chiede discreto se davvero le porti.

Quel venerdì pomeriggio mi stavo vestendo, nella penombra tra il letto e l’armadio, quando mio marito credendo di non essere visto, sbirciava estasiato da dietro la porta. Con esperta maestria recitavo la scena, srotolando le calze lungo le gambe, poi leggera ed attenta raddrizzavo la riga, ostentando le gambe davanti allo specchio. Slacciavo i gancetti riallacciandone in parte, alzando la gonna quel tanto e quel niente, per poi riguardarmi e vedere l’effetto, d’una riga che muore sotto la gonna.

"Dove stai andando?" mi chiese in ingresso. "Dal dentista." Ho risposto senza badare. Mi dava fastidio quel suo incerto indagare, così ipocrita e falso e mai diretto. "Se vuoi ti accompagno?" Mi disse geloso, lo guardai e risi sapendo il motivo, sospirando un “Va bene” per non lasciare sospetti. Poco dopo in auto credo per caso, o forse perché si era sollevata la gonna, quando con una mano teneva il volante, con l'altra cominciò ad accarezzarmi le gambe. Poi senza fermarsi seguì la sua voglia, lungo il percorso dicendomi bella, che se non fosse stato per quel mal di denti, saremmo tornati a casa di fretta. Sentii la sua mano che calda premeva, che calda arrivava dove mi sentivo già pronta, e con un gesto violento scostai la sua voglia, che obbediente riprese in mano il volante. "Ma non sai pensare ad altro?" Le dissi stizzita serrando le gambe. "Guarda, mi hai pure rotto la calza!" Sulla gamba sinistra dove la trama è più scura, la calza purtroppo si era smagliata.

Un attimo dopo davanti lo studio, lui era avvilito ed io arrabbiata, scesi di fretta baciandolo in fronte, come per dire che mi sarebbe passata. “T’aspetto.” Mi disse non guardandomi in faccia, sorpresa cercai una scusa qualunque. “C’è sempre fila qui dal dentista!” “Non importa, non ho niente da fare.” Replicò fermo prendendo il giornale. Avvertii che mi stava guardando, quando entrai nel portone di corsa. Salii di fretta le scale nonostante i miei tacchi, passai davanti alle persone in attesa, fingendo un’urgenza un dolore di denti, forte improvviso che non poteva aspettare.

Il mio bell’amante in camice bianco, non aspettava che me, non aspettava che altro, gli dissi che mio marito mi stava aspettando, e lui mi spogliò senza battere ciglio, adagiandomi sopra la sedia di pelle, che ogni venerdì ospitava da anni, quell’amore segreto breve ed intenso, con la gente in attesa che cadenzava gli orgasmi. Afferrò le mie stringhe scoperchiando la gonna, trovò in un attimo l’ispirazione bollente, saziandomi fino all’ultima smania, che lievitava impellente da una settimana di attesa. Ma questa volta mi chiese dell’altro, cercai di dissuaderlo senza esserne certa, ma l’attesa di mio marito a poca distanza, ingigantì il desiderio di possedermi di nuovo.

Con fare deciso mi spogliò d’ogni cosa, prima la gonna poi le scarpe e le calze, dietro quei vetri che davano in strada, proprio dove qualcuno leggeva un giornale. Mi prese come mai aveva fatto finora, in piedi violento mentre guardavo di sotto, facendomi sentire una donna vogliosa, che mai avrebbe rinunciato a quella furia d’amore. Mogliettina affettuosa che si faceva riempire, d’amore e passione e sesso di fretta, mentre l’ignaro premuroso aspettava, in apprensione sincera per quel mal di denti.

Mi rivestii di fretta tra i suoi baci più caldi, che insistenti m’avrebbero ancora voluta, uscii di corsa portandomi appresso, i segni della mia insaziabile imprudenza. Salii in macchina cercando una faccia diversa, coprendo a malapena l’ultimo impulso, dietro quella tenda tornata al suo posto, che ora davvero nascondeva un dentista, ed un paziente che aveva bisogno di cure, diverse da quelle che mi avevano accolta. Mio marito mi chiese se avevo sentito dolore, sorrisi pensando che ne avrei voluti ogni giorno, di canini e molari e gengive infiammate, se questo era il male e la cura più adatta. Non mi chiese altro ed ero contenta, posò il giornale sul sedile di dietro, ripartì ammiccando i suoi occhi vogliosi, come per dire che quel pensiero di prima, ci avrebbe condotti dritti a casa, e seguendo la sua maledetta mania, mi mise una mano sotto la gonna, scoprendo le calze fino al bordo più scuro.

Al primo semaforo rosso mi guardò attentamente, cercai di distoglierlo ma ripartì a razzo, prese velocità nel giro di qualche secondo, gli chiesi il motivo ma non ebbi risposta. Voltò di colpo per una strada senza uscita, due passanti sulle strisce ci evitarono appena, lui senza parlare guardava dritto la strada, il sudore imperlava la sua fronte bollente, i suoi occhi accecati da fitte di cuore. Schiacciò ancora l’acceleratore, senza che mi rendessi più conto, che non ci sarebbe stato più tempo, che un muro di cinta ci stava aspettando, che mio marito non poteva sopportare, che quella stupida smagliatura sulla calza sinistra, si era inspiegabilmente spostata sulla gamba destra.

 

 
 
 
 
 
 

 

COMMENTI DALLA RETE


La calza nera è un foglio bianco da riempire di parole magiche, uno spartito da ricoprire di note, come una musica che ogni donna interpreta a proprio modo.
Splendido racconto, scivola via come una calza che ha mollato la presa… Firmato Staseramibutto

Io la definirei narrativa erotica. L’erotismo non è pornografia ed è bello quando viene scritto nella penombra. Il vedo non vedo è sempre elegante. Non stona mai e non ferisce l’animo di chi legge. L’erotismo è simile ad uno stiletto ornato di pietre preziose, di quelli che le donne rinascimentali tenevano nascosti nella scollatura, in mezzo ai seni. Hai scelto un bel nick. Eva ha ispirato il mio libro, sai? Trovo che meriti una collocazione letteraria più giusta. Eva è la prima donna che ha conosciuto l’insieme dei percorsi d’amore: tentazione, peccato e redenzione. Un abbraccio da AlexandraBorgia

Scritto molto bene, si legge tutto d’un fiato. kein

Concordo con kein.
Sembra scritto da una piacevole vibrazione lesbica... calomarto

Mia dolce Eva, ho letto il tuo racconto e mi chiedevo quale fosse la tua fonte d'ispirazione vista la novizia di particolareggiate sensazioni che solo vivendole in prima persona è possibile coglierne l'essenza più intima e mi colpisce questa tua passione per le calze nere perfette che ami indossare perchè queste sono la quintaessenza dell'Eros e della passione, la sintesi del corteggiamento e della malizia ed unica è la sensazione che senti scivolare avidamente su di esse da una mano calda che si fa strada tra le tue gambe incerte che si aprono al passaggio di quel tocco che va a prendere quella voglia umida che dilaga in te. Un tuo ammiratore

Bella, un'avventura tremendamente normale.  Elendil

Ciao, sono Garter, quarantenne toscano. Mi piace la tua storia. Mi evoca ricordi straordinari di quando le donne portavano solo reggicalze. Ti interessa sapere qualche mia storia? Mi piacerebbe scambiarla con le tue. A presto. Un dolcissimo bacio sul tuo nylon  Garter

Racconto eccezionalmente erotico e garbato, la domanda che ti faccio è: quante donne portano ancora le calze nere sorrette dal reggicalze? Io credo che se lo facessero tutte ci sarebbero molte meno separazioni. Il potere seduttivo di una donna in calze nere e reggicalze è enorme, come tu hai felicemente descritto.  Enzo

Mia cara le calze nere sono la mia passione divento matto, mi piace vederle toglierle lentamente. Molto bello il racconto. Complimenti! Sensualissima autrice.  LUIGI

L'ho letto e mi ha colpita, come il fruscio del nylon che ti fa girare d'improvviso a cercare uno sguardo, un sorriso, un profumo. Meravigliosa Eva.  Miranda

Quisquiglie. Sono sempre piccoli  particolari che cambiano il corso degli eventi. A rileggerti  Bea

Molto carino, complimenti. Magari lo stile non e' perfetto ma il crescendo e' quasi perfetto e il finale ben architettato. Amore e morte (metaforicamente parlando).ciao  FEDERICO

Testo originale. Hai una capacità descrittiva fuori dall'ordinario. ......quelle pieghette che ci fanno uniche....... Brava a rileggerti.   Cecilia

Se la malizia è un gioco...  Complimenti vivissimi.  CLAUDIO

Bisogna essere davvero bravi a no far scadere il tono su un tema così partecipato e partecipante  (parlo dal punto di vista del lettore maschio). Mi piacciono questa cura dei particolari, la smagliatura, le pieghe delle calze che fa tanto incuriosire i ragazzi. Il colore nero.. e poi l'houmor del finale che riscatta l'argomento e gli evita che il tono prenda tutt'altra piega. Bisogna essere davvero bravi, complimenti. Se però dovessi scegliere tra il lettino del dentista e le tende, preferirei essere al posto delle tende: è una posizione migliore, ciao  LUIGI

Bianco e nero. Mi è piaciuto il ritmo, sempre difficile da trovare, qualcosa da obiettare invece sul linguaggio forse troppo banale. Mi sarebbe piaciuta qualche "rifinitura in più.  ALEX

Finalmente una che di un'arte seduttiva andata perduta ne ha fatto un'arte. Brava...  Karmen 

Brava Eva, molto bello! Però... perché i sensi di colpa? perché quel tragico finale? davvero non si può vivere liberamente e allegramente un tradimento?! Bella cmq la battuta finale che riporta tutto a sana leggerezza! Baci baci. VALENTINA

Complimenti, scrivi davvero bene, e sai raccontare.... il finale mi sembra un pò troppo sbrigativo. ciao Fiur

Ovvero: la smagliatura fatale... stavolta c'è una storia piu' consistente, per questo mi piace. Isabella

Non male l'idea ispiratrice. Ma mi pare scritto in fretta e senza la tua solita cura. Manù

A volte certi particolari... risultano determinanti. Arbasinodeipoveri

Ho letto il tuo racconto Calze Nere. Hai una straordinaria cura dei dettagli.  C'è l'incanto di un erotismo mentale in quello che scrivi, fruscii di seta in quel reggicalze che si sgancia, c'è un ritmo che gestisci in maniera magistrale, lento per un erotismo delicato, veloce per una passione violenta. Velluto e pelle che si cercano. Hai un grande futuro.  E un talento innato. Brava! Paolo

Ciao, ieri ho letto un tuo racconto. Parlava di una donna che ha come amante il suo dentista e a cui la passione per le calze gioca un brutto scherzo.... Non so da quanto tempo il racconto sia stato pubblicato, ma volevo dirti che l'ho trovato molto ingegnoso e ben scritto. Hai costruito un'immagine, una fantasia che restano impresse, e penso che questo fosse il tuo scopo.  Poi se uno ha un interesse feticistico nelle calze, si trova un terreno assai fertile...... Ancora complimenti Gen

 
 
 
     
 

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