Se mio marito sapesse cosa ci faccio a quest’ora, con una
gonna leggera insolitamente più corta, con un paio di calze nonostante sia
luglio, e sotto un reggicalze che nemmeno conosce. Cammino guardinga e faccio
attenzione, che non incontri qualcuno che conosco di vista, o peggio si fermi e
sospettoso si chieda, che ci faccio alle nove d’un mattino qualunque, mentre
conto gli alberi che mi portano dritti, ad una casa in attesa che già fanno la
fila, ad un bordello dell’anima che ora è il mio mondo.
Se mio marito davvero sapesse quanto non posso farne più a
meno, quanto il sentirmi desiderata sconfigga, ogni paura e morale che accetto,
la domenica in chiesa quando confesso a don Mario, i miei danni di dentro senza
sollevarmi del tutto, da questo peso che sottintendo e non dico.
E’ stato più facile di quanto pensassi, una signora elegante
dentro un negozio, ha intercettato i pensieri senza una forma, senza una noia
per sentirli importanti. Mi ha avvicinata discreta: “Lei è molto carina Signora!
Venga a trovarmi.” Un biglietto di carta mi ha cambiato la vita, un indirizzo
scritto l’unica meta, l’unico pensiero decente di un giorno, che la notte m’ha
scosso e ritemprato la mente.
Non c’erano dubbi che avessi accettato, non c’erano colpe di
tradimento, ma solo una serie di circostanze, di cosa avrei detto al primo
incontro, e quale il momento per sollevare la gonna, e quale gonna e quale
vestito, quello rosa con gli spacchi di fianco, quello nero scollato e più
stretto. Mi domandavo quale fosse stato il più adatto, e se il mio seno fosse
stato all’altezza, le mie labbra il rossetto il mascara, e come avrei reagito
alla vista ed al tatto, del primo sesso diverso dall’unico che conoscevo.
Nella notte i pensieri vagavano in fretta, a chiedermi cosa
avrebbe distinto, una signora normale da una bella di giorno, e una bella di
giorno da una puttana di notte? E poi sarei stata capace di farli tornare? Di
finirli nel tempo stabilito a priori? Sapevo che una puttana non ha scrupoli
affatto, e non bada a spese per apparire più bella, non bada al trucco per
innescare la miccia, ma io ero diversa e mai avrei potuto.
Una forza incontenibile mi spingeva da dentro, una nausea
violenta mi risucchiava in quel posto, alla fine andai piena di dubbi, di una
settimana infinita di congetture, di ripensamenti davanti allo specchio, del
bagno di casa che mi faceva più bella, di tutte le volte che m’aveva ignorata.
Bussai col cuore, non servirono mani. Lei era bella,
ammaliante e signora, parlava discreta con un filo di voce, parlava un francese
di parole smielate, di grazia di suoni ed eleganza di mani. Se il suo charme era
frutto di questo, se il suo fascino era forma e mestiere, avrei cominciato senza
pensarci. Ma non ero pronta e lei comprese.
Se mio marito sapesse mi domanderebbe il motivo, cosa mi ha
spinto ad andarla a trovare, cosa mi spinge a vivere questo segreto, che mai
nessuno potrebbe capire, nemmeno lui che m’ostino a pensare, che sia l’unica
causa vera, per la quale ogni giorno scorro la strada, queste panchine dove non
si siede nessuno, e conto gli alberi frapponendo i miei fiati, ogni trenta passi
un pino marino, ogni trenta minuti un nuovo cliente.
Mi siedo e penso d’essere oltre quella finestra, mentre
suonano alla porta ed io ricomincio daccapo, dentro il letto lo stesso appena
rifatto, dentro lenzuola immacolate ed intatte, ed io la stessa stringo le mie
pieghe disfatte, dentro mutande che appaiono nuove e mantengono indelebili gli
avanzi e le tracce, di chi poco prima mi gridava il piacere, ed io soddisfatta
gli mettevo più fretta e poco dopo mi rivestivo con cura. Faccio solo attenzione
ad apparire perfetta, che sulle mie calze non ci sia una macchia, o sulla mia
gonna davanti allo specchio, che tiro e che allungo fino al ginocchio , che
ricomincia d’incanto a farlo sognare ad illuderlo certo d’essere il primo.
Sono altri fiati altri occhi diversi, che ricominciano a
girare e scandire gli approcci, e non vanno mai dritti per prolungare l’attesa,
per vedermi più attraente un attimo dopo. Come se ci dovessimo scambiare parole,
come se davvero mi dovesse far voglia, senza sapere che invece gli sguardi, le
mani le dita sono identiche a quelle di prima, che m’hanno toccata e rivoltata
per bene. Mi guarda e prende tempo, come se tra poco ci accoccolassimo insieme,
sopra una panchina ad ascoltare un tramonto, come se fuori ci fosse un culo di
luna, e il prezzo che paga dovesse solo servire, a scoparsi una donna dalle
parti del cuore.
Ma fuori c’è solo traffico e caldo, un mezzogiorno cocente
che squaglia l’asfalto, e qui dentro un’ombra soffusa, finta e bugiarda che ci
copre e ripara, e non serve per nulla a questo tipo d’amore, che per farlo
decente non occorrono gli occhi, e l’anima in gioco è fatta di pelle. Chissà
perché gli uomini tutti, davanti ad una donna si rifanno la faccia, recitando la
parte di non esser capiti, questione di madre, questione di moglie, comunque di
donna che l’ha portati qui dentro, dimenticando che anch’io sono una donna, e
loro sono venuti soltanto per sesso, per questa cosa che stringo e nascondo,
perché la voglia non scemi prima del tempo.
Io sono lì che fumo, seduta sul letto che dondolo il tacco, e
chiedo a caso una storia ed un nome, perché tanto lo so che di vero c’è poco, e
sapendo che dopo non rimane che niente, un ricordo lontano che odora di sesso,
che copro e svanisco con altro profumo.
Come del resto quando mi chiedono il nome, rispondo Samantha
o Marika o Giada e lo s’accontentano perche sanno che in fondo è solo un
nomignolo per passare mezz’ora, e quello che faccio lo faccio in segreto, da
perfetta e matura signora borghese, che passa il giorno dietro queste tendine,
che ammazza la noia sbafando rossetti, gli stessi che prima di cena sfiorano la
fronte dei suoi nipotini.
Poi d’incanto tutto svanisce, smettono di apprezzare la
sfumatura perfetta, che fa l’ombretto attorno ai miei occhi, come se non ci
fossero più laghi e tramonti, e quel culo di luna che li ha fatti sognare. Mi
fissano il seno ed i capezzoli scuri, poi scendono veloci fino alle gambe, gli
occhi si fanno impazienti e più duri, e diventano bilance che pesano carne.
Si fanno avanti, e mi spogliano tutta, il primo troia è un
respiro leggero, il secondo è bagnato di saliva bollente, il terzo è netto,
violento di mani, quando decisi mi toccano in fondo, convinti che il mio sesso è
come il contorno, che è caldo e capiente e ne vale la pena. Bugiarda fingo di
sentire piacere, come se un dito alle volte calloso, potesse davvero farmi
vibrare, potesse essere come il primo a vent‘anni, in luna di miele con la
vetrata sul mare. Ma sono bimbi che giocano ad essere grandi, sono uomini e non
conoscono altro modo, di sentirsi più maschi davanti ad una donna, di
compiacersi e sentire se stessi, padroni una volta di una mezz’ora qualunque.
Ecco questo è il momento! L’esatto momento che mi convince
ogni volta, a ricominciare domani o al prossimo incontro, la stessa ragione che
ribadirei con forza, davanti a mio marito se per caso mi chiede. Ecco il
momento! Con la faccia appiattita sulle ginocchia, con il seno schiacciato che
strizza e fa male, e una mano possente m’accarezza i capelli, e mi spinge e
m’abbassa senza che possa reagire, per poi tornare bambino che piange, e
s’attacca e ciuccia da figlio il mio seno, per fame, per sete per essere quello,
che la vita ogni giorno gli dimostra il contrario. Sono lì che m’impegno e ci
metto mestiere, obbediente lasciva e madre viziosa, per poi come pane a comando
l’inforno senza lasciarne un centimetro all’aria.
A volte lo giuro non c’è bisogno di altro, sento la pressione
che sale e che preme, il respiro allungato senza più soste, le mani a forza che
mi spingono oltre, come se ci fosse altra pelle di sesso, altra voglia per farmi
sentire in difetto. Mi lascio insultare che non sono all’altezza, che un’altra
signora ha fatto di meglio, proprio ieri nell’appartamento di fronte, dove le
rose fioriscono in marzo, dove una donna ci sbava passione, con le labbra a
ventosa sopra un uomo che gode, dove ora resiste per allungare il piacere. Ma io
non mi fermo lo stringo e l’ingoio, accarezzo al palato gli ultimi istanti, che
mi danno la certezza d’essere unica, la stessa che sbocca in un attimo un
fiotto, che sfocia in un mare piatto e tranquillo, ma nei suoi abissi si smuove
ed urla, in un turbinio che non cede e non vede riposo.
E mi sento appagata femmina e schiava, e manca un niente per
sentirmi l’anima zuppa, come coniglia che s’ingravida e gode, e segue l’istinto
senza capirne la causa. Eccolo lo sento, ma non vuole mollare, ora mi rivolta
per finirmi e sfinirsi, ma il tempo è scaduto e lo invito a sbrigarsi, ad
entrarmi nel posto dove giustifica il prezzo, dove la signora tra poco mi bussa,
ed un altro cliente sta facendo la coda. Lui obbediente si rintana e si culla,
nella voglia che apro come conchiglia che schiudo, e poi chiudo come un guscio
di uovo, che dà vita e vigore all’ultimo istinto.
Solo ora capisce che era tutto un sogno, che salendo le scale
s’immaginava davvero, tramonti infiniti di giallo e di rosso, mentre ora ha
davanti soltanto una fica, e pieghe di carne che s’inumidiscono apposta. Ora lo
sento, mi vuole e mi chiama con un nome discreto, che non ho detto e lui non ha
chiesto, ma sa di moglie e d’amante, di mille parole forse mai dette. Lo sento,
si contrae per svuotarsi fin dentro le ossa, per sentirsi leggero quando giù nel
portone, attraverserà questo viale di pini marini, per convincersi davvero che
ha fatto l’amore, e s’è fatto una donna, signora di classe, che freme, che gode
come lui ha voluto, che urla tra pareti damascate di rosso, e non ha chiesto
dell’altro che esser domata, nella noia dell’anima o poco più in basso, nella
folle richiesta di lasciarsi estirpare, l’inquietudine dentro che ancora
l’assale.
Oggi è la prima volta che faccio la lunga, salto il pranzo
per scoprire l’effetto, di cosa si prova rimanere col ventre, zeppo e ripieno
dall’alba al tramonto, per scoprire il suono delle mie parole sincere, le mie
parole bugiarde stasera a cena, quando mio marito mi chiede dove diavolo vado,
dove cavolo ho passato l’intera giornata. Mi chiederà cosa ho fatto di bello, su
quale vetrina ho adagiato i miei occhi, su quale orlo a mano ho accarezzato le
dita, senza sapere che se andasse giù duro, se fosse interessato a quello che
dico, non potrei cavarmela sorvolando i dettagli, descrivendo fumosa una
giornata qualunque, una di quelle senza sussulto, che passano lente e non devi
sforzarti, a cercare un labile sfacciato merletto, da cucire ai bordi della
tenda del bagno. Mentre parlo e ci metto ardore e passione, nella mente mi
passano divani d’oriente, pareti e velluti damascati di rosso, dove cala sinuoso
un fascio di seta.
C’è solo un pensiero che sottile m’angoscia, e mi lascia
sospesa a sudare nel dubbio, quale gonna domani abbellirà le mie gambe, quale
merletto questa volta davvero, aggrazierà i miei seni rigogliosi e protesi, che
un uomo a caso si svenerà per saziarli, aspetterà il turno affannando il
respiro?
Già lo vedo, lo sento che spinge e poi sale, che accelera e preme illuso e
convinto, che il suo pene è più lungo più duro e voglioso, di quello di prima
che ha incrociato entrando, e possa ridurre a ragione il mio ventre,
addomesticarmi la carne che a riccio si schiude, e gonfia s’ammolla per
chiederne ancora. Ma durerà un niente perché non può più arrivare, oltre la
misura che è tutto il suo avere, e lo solleciterò di fare più in fretta, per il
prossimo che aspetta ancora in salotto, per scorticarmi quest’anima che non ha
labbra e né pelle, che se solo sapessi dove mi risiede, l’abbellirei almeno con
una punta di trucco. Perché è lei la puttana, la grande mignotta che sogna
d’andare, di giorno sui tacchi, di notte a strusciare, tra i fari le scarpe se
avesse due piedi, che mi fa contare questi alberi storti, ogni trenta passi un
pino marino, ogni trenta minuti un nuovo cliente. E’ lei la cagna che attira
file, di maschi spargendo odori simili a piscio, inzuppando ogni angolo dove si
ferma, ed aspetta uno a caso che si faccia coraggio, e le dia quel senso
d’essere la sola, unico grande recipiente del mondo.