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LE RACCOLTE DI LIBERAEVA
 
     
 
 

 

     
 
 

Bagno Giuditta

di LiberaEva

CAPITOLO 1

Bagno Giuditta

"Guardo la mia ombra allungata da questo fascio di luce e mi domando cosa direbbe se potesse parlare?"

 foto di arne jahn

 
 
 
     
 
 

 

Oddio, cosa direbbe mia madre se mi vedesse appoggiata contro questo sfondo di stelle? Se sapesse che il sabato sera non vado in discoteca ad imbottirmi di musica e crack come fanno in segreto tutte le mie amiche perbene. Invece conciata in questo modo faccio concorrenza a chi lo fa di mestiere, stentando disinvoltura su questo lungomare, in attesa che qualcuno capisca e m’inviti, mi schiacci un occhio d’assenso se proprio si vergogna di respirare il mio alito. Aspetto paziente, tra la folla che si dirada, una faccia perlomeno decente che abbia per se la pazzia e per me quattro soldi che conto ogni volta per non farmi fregare. A volte mi fermo e fingo d’essermi persa, in equilibrio su questi stivali che lucidi e neri riflettono i fari, che alti e indecenti mi rendono unica accanto a questo muro di graffiti che mi separa dal mare.

Cosa direbbe mia madre se sapesse che mi metto alla pari di quell’ambulante che vende panini, di quella zingara che rifila tulipani surgelati ad amanti scovati tra la folla. Che direbbe davvero se mi vedesse che mi metto in competizione con quel pappagallo che indovina la sorte beccando biglietti, mentre distesa tra due cabine del Bagno Giuditta ingoio rena e presente di qualsiasi uomo che non crede al futuro.

Poi riprendo a camminare verso quel tratto dove la notte è ancora più notte, dove l’asfalto sconnesso ti fa sentire tremendamente più sola, in faccia ad un vento, che gonfio di sale, ti scompone la frangia e t’imbroglia i pensieri. Le bancarelle di indiani e di arabi si fanno più rade e più scure alla luce di una fioca fiammella che sa di miseria e petrolio, mentre un branco muto di cani fa la coda per pisciare nel punto preciso dove il primo ha già sfogato i bisogni.

M’innalzo fiera su questa immondizia del genere umano, dove mi sento più viva perché oltre a saper muovere ad arte la lingua conosco il latino, che, per quanto mi riguarda, mi fa passare indenne la notte sospinta da questa scia di carte e di uomini che da ore mi fa mulinello. Mi guardano timidi tra il vapore dei loro respiri provinciali e mi dicono bella, solo perché i miei guanti bianchi di rete sembrano più adatti a mani da sposa, solo perché, inebetiti da sindrome di pura bellezza, li vedono come culle e bidet per i loro sessi che dritti mi puntano e sanno di sporco. Ma sono davvero io quella che riempie i loro occhi, quella che nei giorni feriali struscia il culo dei jeans sopra lo stesso muretto? Prima figlia femmina di famiglia borghese con mio padre che fa l’avvocato e mia madre che di mestiere si cotona i capelli e si lacca le unghie di un ciclamino che fa vomitare.

Sembrano chiedermi se son vera, se davvero faccio l’amore senza togliermi gli stivali, se sputo capelli e saliva quando tingo di rosso la passione che impenna. Ma non hanno dubbi e mi dicono puttana, perché non possono avermi, perché valgo più soldi di quanto ne hanno o solo perché sono una semplice preda a quest’ora di sera senza un uomo alle spalle. Mi guardano e mi spogliano come se dopo l’amore tutto fosse diverso, come se già si sentissero più uomini prima di scostarmi idee e mutande, ma per me è tutto naturale e non serve il latino per farmi raschiare il palato, per sentirmeli dentro ansimanti ed illusi di darmi piacere. Perché anche questa cagna che ora piscia sul muro può fare il mio stesso lavoro, perché anche quella scimmia in braccio al bambino, si prostituisce per una foto alla stessa mia stregua.

Mi faccio soltanto scopare, senza far finta d’amare o esser convinta che una donna può allargare le cosce solo quando sente parole che sanno d’amore. Mi faccio solo montare senza che serva guardare questa stupida luna e dire ti amo. Sarebbe peggio far finta, magari dentro un letto di anni e di spine e farmi otturare come semplice moglie mentre di sopra spalanco la bocca al vomito che sale.

Guardo la mia ombra allungata da questo fascio di luce e mi domando cosa direbbe se potesse parlare, cosa direbbe a mia madre parlando di questa figlia che ostinata cammina fino a che il cielo non si rischiara in una domenica qualunque, che imperterrita non si dà vinta, fino a che le sue mutande non sono gonfie abbastanza di denaro frusciante che custodisce con cura. Credo che crepi d’invidia perché io sono fatta di forme e colori, perché questa sera indosso una gonna di fiori leggeri che un giapponese appostato immortala ogni volta che il vento mi scopre, ogni volta che mi volto e m’inchino a raccogliere un fiore d’un militare spaurito, che non ha ancora compreso il mestiere, che faccio che recito come commedia ogni sabato sera.

Ma io non ho bisogno di fiori, d’odore che pure annuso e me ne riempio cuore e polmoni. Ho  solo bisogno di occhi che s’incollino come zampe di mosche intrappolate nel miele, di voglie che esplodano tra la vernice lucida dei miei stivali, che per quanto mi sono costati non basteranno tre albe per tornare alla pari.

Vorrei ogni volta essere nuova e irrinunciabile a quegli occhi di maschi che mangiano le mie tette come panini e porchetta in mezzo alla strada. Vorrei che giocassero ad indovinare quanto è depilato il mio sesso e se solo una striscia li separa dal nulla, li divide dall’oblio di venirmici dentro. E poi salire e scalare anche l’ultimo centimetro che altri uomini non hanno avuto coraggio e misura, per paura del vuoto che s’ingrandiva ad ogni passo, per il solo timore che il cuore asincrono non avrebbe retto più a lungo. Ma io vorrei che desiderassero restarci più a lungo, svernarci come dentro una casa di legno in riva ad un lago, per il solo assillante rammarico che nessun altro corpo potrà più dargli un brivido tanto, forte ed incontenibile come questo profumo di viole che risalirà nel naso ogni volta che faranno l’amore.

Se sentisse mia madre quello che penso, se mi vedesse mio padre quello che calpesto! S’arrabbierebbe soltanto perché sporco le suole di piscio di cani che a rivoli corrono verso la strada. Non ridete di me, Vi prego! Potrei essere vostra figlia che di giorno fa finta di studiare e a vent’anni vi bacia ancora la fronte quando tornate!  Voglio solo che il mio cuore si annaffi di sangue e s’affoghi d’ogni momento che rubo alla vita, che strappo ad una grigia morale che mi vorrebbe anonima mentre cotono i capelli ed odoro inebetita tulipani surgelati.

Ma ho paura che tutti questi sessi che prendo mi procurino calli, che un giorno quando decido, non potrò più sentire l’amore. Ho paura di tendere ugualmente la mano e pretendere soldi, perché l’amore è rimasto tra la peluria che copre il mio sesso, fuori da quel sentimento che provo  oppure s’è fatto pietra appuntita che m’ha  procurato tagli e ferite. Ma credo che non arriverò mai al punto di pensare che un uomo da solo possa riempirmi la vita! Manca ancora del tempo per limitarmi il destino, rincoglionita e convinta di non poter incontrare altri uomini oltre a quello che dice di amarmi davvero. Ora davanti c’è solo il mio pollo che non vede l’ora d’infilare la mano tra gli stivali bagnati d’asfalto, di venirmi  vicino ed annusarmi  questo profumo dolciastro che mi strofino come petali di fiori ogni sabato sera. Ma è timoroso e mi chiede il prezzo chiamandomi signora, ma è maledettamente bugiardo perché già sa che conosco il latino e sotto questa gonna, che nuda mi copre, porto le stesse mutande, le uniche che reputo all’altezza del contenuto che offro.

Tra poco gli ordinerò di seguirmi, a qualche metro dal mio di dietro rigonfio, per non destare sospetti, per non allarmare quel poliziotto che ogni sera mi tiene d’occhio e vorrebbe scoprirmi in flagrante. Vorrei andargli vicino e dirgli che non faccio nulla di male se offro il mio seno a queste bocche che hanno ancora bisogno di ciuccio intinto nell’acqua di mare, impregnato di ricordi che sa di madri e di mogli. Vorrei, ma sarebbe difficile fargli capire quanta poesia può nascere tra quelle cabine del Bagno Giuditta, quanto amore può nascere dentro questi stivali che calpestano piscio e marciapiedi sconnessi. Sarebbe difficile spiegarlo quando non ci sono né rime e né versi, ma un uomo qualsiasi che ti cerca di sopra e di sotto, al riparo di questa stupida luna, che se non faccio attenzione, un giorno o l’altro mi farà pure arrestare. 


 
 
 
 
 
 COMMENTI DALLA RETE

 Ciao Eva, ho cominciato a leggere i racconti di Bagno Giuditta, dal primo racconto. Due frasi su tutte : "Ma ho paura che tutti questi sessi che prendo mi procurino calli, che un giorno quando decido, non potrò più sentire l´amore." & "Vorrei andargli vicino e dirgli che non faccio nulla di male se offro il mio seno a queste bocche che hanno ancora bisogno di ciuccio intinto nell´acqua di mare, impregnato di ricordi che sa di madri e di mogli."  Grazie Eva Ti bacio teneramente  Stefano

grande....  yago

Stupore Alla fine uno si porta a casa un senso di stupore. Non so bene perché, ma al bagno Giuditta non c'è altro che quello. Per una giovane troietta, per una madre che non sa e che di mestiere si cotona i capelli, per un padre che rimane lì ad aspettare il bacio sulla fronte, per un tulipano surgelato. E magari anche per quel vento che ti scompone la frangia e t’imbroglia i pensieri. Ma sì. Hai una bella scrittura, limpida. Un ritmo travolgente, preciso, inquietante. Lanci segnali a mucchi. Qualcuna raccoglierà sicuramente. Roba da esserne riconoscenti.   Flinker 

Seimenomeno Ordinaria storia di prostituzione trattata con troppo "miele"...una scrittura più brusca e dura avrebbe reso meglio l'atmosfera e il personaggio...questo è il mio parere, ovviamente  Ettore the treacherous 

Straordinario o, per meglio dire, reale, vero, straordinario in quanto difficilmente riscontrabile in altri scritti. 
Scritto con indubbia maestria (e sensibilità, e conoscenza), ha confermato alcune cose che già pensavo- 
Per es. "sarebbe peggio far finta, magari dentro un letto di anni e di spine e farmi otturare come semplice moglie mentre di sopra spalanco la bocca al vomito che sale". 
Ciao 
Morrissey 

Quanta strada hai fatto per arrivare a questo testo? Qui restituisci misura, consapevolezza, nessun sentimento gridato o represso in silenzio, equilibrio di una vita e di un'esperienza. Proprio bello. Che dice anche, però che quell'oddio in apertura, ti avrà restituito incipit di racconti passati, ma dai...toglilo, sì? Rovina il tutto, secondo me.  Betta

Invidia, invidia di chi ti conosce veramente e può confrontarsi ed attingere da chi riesce a superare alcuni filtri e vivere libera invidia di non saper scrivere e comunicare questa tangibilità di emozioni. Invidia di chi sa se effettivamente esistono i bagni Giuditta o se invece sono un teatro virtuale di emozioni reali invidia e curiosità e voglia di avvicinarmi a quei bagni Giuditta che sembrano così vicini e così lontani.  Roberto

Adoro come usi le parole e il ritmo che sai dare alla narrazione. Ho letto altri commenti a cose tue in cui venivano contestati i tuoi personaggi poco "femminili". I tuoi personaggi sono belli proprio perchè sono forti e rudi.  Malita 

Bello m'è piaciuto proprio. Forse in certi pezzi la metti un po' troppo sul drammatico, comunque mi piace parecchio. M'andrò a leggere anche le altre storie di prostituzione. Ciao  Thomas 

Dolore rabbia e disillusione. Si può amare anche così. E' un bel testo. ci sento delle incongruenze, nel personaggio. non ho capito se dipende dalla necessità di trovare un prima un durante e un poi tipica di chi vuol sempre pensare. mi mette dubbi l'idea che qualcuno agisca pensando di aver scelto con consapevolezza perchè meglio non si poteva fare ed era inutile fare diversamente. è come se si giustificasse. 
voglia di essere amati e già delusione in una vita così giovane.  la frase che mi ha suggerito qualche intuizione 
è questa :"ho paura che tutti questi sessi che prendo mi procurino calli, che un giorno quando decido, non potrò più sentire l’amore."  ottimo lavoro davvero. 
Diletta2 

Hai dipinto un universo denso di emozioni sospese, struggenti, vere... la malinconia di un'esistenza in parte nascosta ma mille volte più autentica dell'ipocrisia borghese che ci circonda... dare amore ed avere il coraggio, a volte anche disperato, di vivere, questo è ciò che scrivi. Mi hai dato un forte brivido. Grazie.  Laura

Work in progress per ciò che riconosco come il nucleo di LiberaEva. Un romanzo che si va componendo di racconti autosufficienti. Racconti narrativi come Fanny, Il profilo di luna e Addio al celibato, racconti lirici come Bagno Giuditta e Si spiegano albe. Varietà e modulazione di toni ed intensità per il mondo che è fuori ed il proprio mondo, gioco di specchi di vite intrecciate ad un paio di stivali che non sono delle Sette Leghe, sogni e speranze misconosciuti che caparbi defluiscono nella realtà. Ancora una grande prova d'Autore, attendendo la stesura definitiva. Paolo

 
 
 
 
 
     
 

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