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Oddio, cosa direbbe
mia madre se mi vedesse appoggiata contro questo sfondo di stelle? Se
sapesse che il sabato sera non vado in discoteca ad imbottirmi di musica e
crack come fanno in segreto tutte le mie amiche perbene. Invece conciata
in questo modo faccio concorrenza a chi lo fa di mestiere, stentando
disinvoltura su questo lungomare, in attesa che qualcuno capisca e
m’inviti, mi schiacci un occhio d’assenso se proprio si vergogna di
respirare il mio alito. Aspetto
paziente, tra la folla che si dirada, una faccia perlomeno decente che
abbia per se la pazzia e per me quattro soldi che conto ogni volta per non
farmi fregare. A volte mi fermo e fingo d’essermi persa, in equilibrio
su questi stivali che lucidi e neri riflettono i fari, che alti e
indecenti mi rendono unica accanto a questo muro di graffiti che mi separa
dal mare.
Cosa
direbbe mia madre se sapesse che mi metto alla pari di quell’ambulante
che vende panini, di quella zingara che rifila tulipani surgelati ad
amanti scovati tra la folla. Che direbbe davvero se mi vedesse che mi
metto in competizione con quel pappagallo che indovina la sorte beccando
biglietti, mentre distesa tra due cabine del Bagno Giuditta ingoio rena e
presente di qualsiasi uomo che non crede al futuro.
Poi riprendo a
camminare verso quel tratto dove la notte è ancora più notte, dove
l’asfalto sconnesso ti fa sentire tremendamente più sola, in faccia ad
un vento, che gonfio di sale, ti scompone la frangia e t’imbroglia i
pensieri. Le bancarelle di indiani e di arabi si fanno più rade e più
scure alla luce di una fioca fiammella che sa di miseria e petrolio,
mentre un branco muto di cani fa la coda per pisciare nel punto preciso
dove il primo ha già sfogato i bisogni.
M’innalzo fiera su
questa immondizia del genere umano, dove mi sento più viva perché oltre
a saper muovere ad arte la lingua conosco il latino, che, per quanto mi
riguarda, mi fa passare indenne la notte sospinta da questa scia di carte
e di uomini che da ore mi fa mulinello. Mi
guardano timidi tra il vapore dei loro respiri provinciali e mi dicono
bella, solo perché i miei guanti bianchi di rete sembrano più adatti a
mani da sposa, solo perché, inebetiti da sindrome di pura bellezza, li
vedono come culle e bidet per i loro sessi che dritti mi puntano e sanno
di sporco. Ma sono davvero io quella che riempie i loro occhi, quella che
nei giorni feriali struscia il culo dei jeans sopra lo stesso muretto?
Prima figlia femmina di famiglia borghese con mio padre che fa
l’avvocato e mia madre che di mestiere si cotona i capelli e si lacca le
unghie di un ciclamino che fa vomitare.
Sembrano chiedermi se
son vera, se davvero faccio l’amore senza togliermi gli stivali, se
sputo capelli e saliva quando tingo di rosso la passione che impenna. Ma
non hanno dubbi e mi dicono puttana, perché non possono avermi, perché
valgo più soldi di quanto ne hanno o solo perché sono una semplice preda
a quest’ora di sera senza un uomo alle spalle. Mi
guardano e mi spogliano come se dopo l’amore tutto fosse diverso, come
se già si sentissero più uomini prima di scostarmi idee e mutande, ma
per me è tutto naturale e non serve il latino per farmi raschiare il
palato, per sentirmeli dentro ansimanti ed illusi di darmi piacere. Perché
anche questa cagna che ora piscia sul muro può fare il mio stesso lavoro,
perché anche quella scimmia in braccio al bambino, si prostituisce per
una foto alla stessa mia stregua.
Mi faccio soltanto
scopare, senza far finta d’amare o esser convinta che una donna può
allargare le cosce solo quando sente parole che sanno d’amore. Mi faccio
solo montare senza che serva guardare questa stupida luna e dire ti amo.
Sarebbe peggio far finta, magari dentro un letto di anni e di spine e
farmi otturare come semplice moglie mentre di sopra spalanco la bocca al
vomito che sale.
Guardo la mia ombra
allungata da questo fascio di luce e mi domando cosa direbbe se potesse
parlare, cosa direbbe a mia madre parlando di questa figlia che ostinata
cammina fino a che il cielo non si rischiara in una domenica qualunque,
che imperterrita non si dà vinta, fino a che le sue mutande non sono
gonfie abbastanza di denaro frusciante che custodisce con cura. Credo
che crepi d’invidia perché io sono fatta di forme e colori, perché
questa sera indosso una gonna di fiori leggeri che un giapponese appostato
immortala ogni volta che il vento mi scopre, ogni volta che mi volto e
m’inchino a raccogliere un fiore d’un militare spaurito, che non ha
ancora compreso il mestiere, che faccio che recito come commedia ogni
sabato sera.
Ma io non ho bisogno
di fiori, d’odore che pure annuso e me ne riempio cuore e polmoni. Ho
solo bisogno di occhi che s’incollino come zampe di mosche
intrappolate nel miele, di voglie che esplodano tra la vernice lucida dei
miei stivali, che per quanto mi sono costati non basteranno tre albe per
tornare alla pari.
Vorrei
ogni volta essere nuova e irrinunciabile a quegli occhi di maschi che
mangiano le mie tette come panini e porchetta in mezzo alla strada. Vorrei
che giocassero ad indovinare quanto è depilato il mio sesso e se solo una
striscia li separa dal nulla, li divide dall’oblio di venirmici dentro.
E poi salire e scalare anche l’ultimo centimetro che altri uomini non
hanno avuto coraggio e misura, per paura del vuoto che s’ingrandiva ad
ogni passo, per il solo timore che il cuore asincrono non avrebbe retto più
a lungo. Ma io vorrei che desiderassero restarci più a lungo, svernarci
come dentro una casa di legno in riva ad un lago, per il solo assillante
rammarico che nessun altro corpo potrà più dargli un brivido tanto,
forte ed incontenibile come questo profumo di viole che risalirà nel naso
ogni volta che faranno l’amore.
Se sentisse mia madre
quello che penso, se mi vedesse mio padre quello che calpesto!
S’arrabbierebbe soltanto perché sporco le suole di piscio di cani che a
rivoli corrono verso la strada. Non ridete di me, Vi prego! Potrei essere
vostra figlia che di giorno fa finta di studiare e a vent’anni vi bacia
ancora la fronte quando tornate! Voglio solo che il mio cuore si annaffi di sangue e
s’affoghi d’ogni momento che rubo alla vita, che strappo ad una grigia
morale che mi vorrebbe anonima mentre cotono i capelli ed odoro inebetita
tulipani surgelati.
Ma
ho paura che tutti questi sessi che prendo mi procurino calli, che un
giorno quando decido, non potrò più sentire l’amore. Ho paura di
tendere ugualmente la mano e pretendere soldi, perché l’amore è
rimasto tra la peluria che copre il mio sesso, fuori da quel sentimento
che provo oppure s’è fatto
pietra appuntita che m’ha procurato
tagli e ferite. Ma credo che non
arriverò mai al punto di pensare che un uomo da solo possa riempirmi la
vita! Manca ancora del tempo per limitarmi il destino, rincoglionita e
convinta di non poter incontrare altri uomini oltre a quello che dice di
amarmi davvero. Ora davanti c’è solo il mio pollo che non vede l’ora
d’infilare la mano tra gli stivali bagnati d’asfalto, di venirmi
vicino ed annusarmi questo
profumo dolciastro che mi strofino come petali di fiori ogni sabato sera.
Ma è timoroso e mi chiede il prezzo chiamandomi signora, ma è
maledettamente bugiardo perché già sa che conosco il latino e sotto
questa gonna, che nuda mi copre, porto le stesse mutande, le uniche che
reputo all’altezza del contenuto che offro.
Tra
poco gli ordinerò di seguirmi, a qualche metro dal mio di dietro
rigonfio, per non destare sospetti, per non allarmare quel poliziotto che
ogni sera mi tiene d’occhio e vorrebbe scoprirmi in flagrante. Vorrei
andargli vicino e dirgli che non faccio nulla di male se offro il mio seno
a queste bocche che hanno ancora bisogno di ciuccio intinto nell’acqua
di mare, impregnato di ricordi che sa di madri e di mogli. Vorrei, ma
sarebbe difficile fargli capire quanta poesia può nascere tra quelle
cabine del Bagno Giuditta, quanto amore può nascere dentro questi stivali
che calpestano piscio e marciapiedi sconnessi. Sarebbe difficile spiegarlo
quando non ci sono né rime e né versi, ma un uomo qualsiasi che ti cerca
di sopra e di sotto, al riparo di questa stupida luna, che se non faccio
attenzione, un giorno o l’altro mi farà pure arrestare.
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