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LE RACCOLTE DI LIBERAEVA
 
     
 
 

 

 

 

 
 
 

Bagno Giuditta

di LiberaEva

CAPITOLO 11

Marta, Marta

"Le sue labbra mi cercano incessanti, come per trovare parti mai esplorate, come per farmi sentire un brivido senza nome che non conoscevo."

 
 
 
     
 
 

Davanti a questo imbrunire vorrei inventarmi uno spicchio di rosso, che non si facesse mai nero, mai azzurro, ma che ci accogliesse dentro questo infinito bacio che non ha fine. Fanny oramai è distante, troppo lontano da questo cuore in cerca di cura, in cerca di tramonto che trasmette calore, in cerca di mani che ora mi stringono, che ora mi danno una strana sensazione di non essere mai stata sola. Mi stringono come se avessero il timore che non rimanesse che niente, come se io fossi una nuvola, una dissolvenza, un sogno che all’alba si fa lenzuola e cuscino.

Marta è qui incredula, i suoi occhi pettinano i miei capelli, il suo naso m’annusa come se in fondo in fondo all’odore ci fosse un profumo che non riconosce, un sapore d’amore lasciato dentro qualche dogana sperduta, dentro qualche promessa che ancora batte e fa male. Si distende e s’inchina, mi bacia e m’accovaccia come una cavalla da monta, come una cagna che piscia. E’ lei la femmina, i suoi baci mi lasciano un sapore di olive salate, di ossi che spolpi e che sputi in faccia a chi per anni m’aveva convinta che l’amore ha sembianze di maschio, la forma a punta d’un pene che penetra mentre tu godi e ne chiedi per il tempo che lui ha deciso.

La guardo e mi sfamo di tutti quei giorni che sono rimasta a dormire nel letto. Sapesse mia madre cosa s’annida dentro due tette, dentro due labbra che ora mi cercano tra altre labbra che non hanno rossetto, dentro altro umido che come saliva nasce e s’abbonda al sapore di sale. Se lo sapesse mia madre che tra due cosce di femmina c’è un pene che mi devasta, più potente di qualsiasi uomo che finora m’ha fatto abbaiare alla luna. Mi sembra incredibile che questo corpo esile e biancastro possa comprendermi tutta, possa capiente tranquillizzare le mie vene che battono, battono dal cuore alle dita, calmarmi l’ansia dell’anima come quando ti prostri davanti ad un altare e t’affidi e confidi all’unico che possa darti conforto.

Ci sono dei giorni che non usciresti da casa, che non serve andare dall’altra parte del mondo per sentire un flebile accenno d’amore, che come reti da pesca dividono i mari, come ora, in questo momento Marta mi divide dal resto. Le sue labbra mi cercano incessanti, come per trovare parti mai esplorate, come per farmi sentire un brivido senza nome che non conoscevo. Lei non si rassegna, sento la sua lingua che batte come un martello sopra una lama, che filtra, che ficca dove nessun pensiero fa resistenza. Mi volta, mi lega e m’aggroviglia con i suoi fili di fiato, con le sue dita che non hanno unghie, con questa sua testardaggine d’affetto e d’ardore di farmi godere.

E godo sopra questo imbrunire, sopra questa linea invisibile d’accettare le mani, il mio essere dentro questo corpo che freme, che suda, che chiede come se bambina non sapessi cosa c’è in fondo, cosa tra poco m’irrigidirà seno e cervello.

L’altro giorno in cucina era stato un assaggio, un antipasto di mare d’aceto e limone. E poi le parolacce di Fanny, il suo ostinato orgoglio d’essere unica, il sentirmi calpestata come foglie d’autunno. Il mio bisogno d’aiuto, il mio bisogno d’amore che colmasse il vuoto di uomini che entrano, escono e scavano, scavano e fanno buchi nella mia carne.

Ma tutto ciò è amore? Sono questi gli occhi che andavo cercando? Sono queste le mani che ora mi stringono e mi chiedono di farmi più piccola? Sono queste le labbra che mi lasciano il sapore di olive salate? La lingua si insinua, si fa spazio, crea un buco di fiato ed entra nella mia bocca come lama in un burro, come spiedino in una salsiccia. E’ la prima volta che bacio una donna, ma poi rido perché non ho mai baciato un uomo, neanche Luca ai tempi di scuola dove la sua passione si fermava sulle mie labbra serrate.

Marta è muta, qualcosa di Fanny ha capito! Chissà dove sarà ora? Chissà di quanti uomini si ingozza e si placa. Tutto per amore di un uomo, quel pericolo incombente che lei mi ha insegnato ad evitare, a riconoscere la notte quando ti senti più fragile, a scacciarlo quando la luna alta ti vorrebbe soggiogare. Credo che non ci sia di peggio al mondo che fare la puttana ed essere innamorata dell’uomo che ti sfrutta, come un suino che fugge e s’affida ad un salumiere, mentre io e Marta siamo qui e ci scambiano gratis l’amore, carezze che ci graffiano la voglia interiore di non essere sole.

Ti amo Marta. Mi cresce un sospiro che diventa un boato, un’eco che sbatte, ribatte e prende vigore. E l’amore che grido è questa saliva abbondante che mi bagna i capelli, è questo fiato che m’allarga i polmoni. E’ mia nonna che mi prepara pane e olio, mio nonno con la sua bottiglia di vino che sapeva di sale e sambuco. L’amore che grido è la libertà di non avere paura, quelle preghiere infinite da sola nel letto recitate a tre a tre. E’ mio padre che mai aveva dormito una notte di fuori, era mia madre che mai si sarebbe sognata di fare a meno della sottogonna. L’amore che grido erano lunghi sentieri di fratte, era pioggia e lumache, erano funghi, suoni di latta l’11 novembre per festeggiare i cornuti.

L’amore che grido è questa donna che mi chiama Giuditta, che mi inumidisce le orecchie per sentirla più accanto, per sentire una voce che proviene da dentro, che mi fa credere bella come mai nessuno specchio m’ha persuasa davvero. L’amore che grido è femmina dentro, è bucata nel mezzo e t’accoglie, ti fa galleggiare come un feto, un canotto che gonfio e rigonfio perché non sia mai che mi ritrovi annegata ancora una volta, che il risucchio di un vortice mi faccia pensare di stare meglio ai Bagni Giuditta a far da scorta a Fanny che fa l’amore guardando in faccia il cliente, mentre io che guardo il mare e la luna, mai respirerò il sapore d’un fiato che sa solo di maschio.

L’amore che urlo non piscia all’in piedi, non alza la zampa se mai fosse un cane, ma ha latte abbondante che sfama e protegge, l’amore che urlo è un leggero rossore che colora lenzuola quando accanto ancora dorme una bimba di pezza.

 

 
 
 
 

 

COMMENTI DALLA RETE

Perché.. le fate non esistono e lo sappiamo  Sally

Erotismo di classe. Forse meno incisivo di altre volte, ma il tema del sale che appare e riappare in continuazione lo rende emozionante. Erotismo di classe per chi non cerca il piacere facile facile.  Flinker

Penso che altro non serva per descrivere maggiormente tale bellezza, che ancora una volta mi appresto a leggere con il fiato spezzato, mentre una lacrima mi solca nuovamente il viso fino ad arrivare alle labbra che mai, per loro sfortuna, hanno potuto assaggiare quanto invece tu hai descritto...  Black Mamba

Suggestivo percorso che attraverso la passione conduce alla consapevolezza di un amore unico, come le memorie delicate della propria famiglia, come le immagini più pure dell’infanzia. Un amore che “protegge” diverso da quello “protetto” di un meschina Fanny… Bellissima la chiusura con l’immagine di un letto e di una bambola di pezza… Un sapiente miscuglio di carne e di cuore, dolcezza e passione sessuale…  Maurizio 

 

 
 
 
     
 

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