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LE RACCOLTE DI LIBERAEVA
 
     
 
 
     

 

     
 
 

Bagno Giuditta

di LiberaEva

CAPITOLO 10

Il nido d'uccelli

"M’accorgo che è lo stesso muretto dove una ragazza che sapeva il latino s’appoggiava contro uno sfondo di stelle, convinta che quella fosse la sua strada,"

 
 
 
     
 
 

Stasera finalmente siamo tutte e tre da sole, in un pub del centro divoriamo birra e margherita. Bagno Giuditta fa il turno e dall’agenzia nessuna chiamata. Neanche un festa di compleanno o che so io un imprenditore di Udine che cerca di allungare la notte. Fanny è arrabbiata non parla, non scherza, detesta non lavorare. S’è truccata come se avesse un dopocena già pieno, come se in questo locale ci fossero occhi e mani che l’aspettano fuori.

Mi guardo intorno e sono solo ragazzini, feste di scuola che consumano in un bacio la voglia d’amore. Ma Fanny in questo momento arriverebbe anche a quello. La guardo e la vedo smagrita, fissa e rifissa frenetica l’ora sul telefonino, poi scrive messaggi e s’incazza. Chissà questa sera dove sarà il suo uomo? Dopo che giorni e giorni le ha tolto il fiato e consumato la carne. Ma lei non parla, mi guarda sprezzante. Come se fossi io la colpa! Continuamente si volta verso l’uscita.

Chiama il cameriere. “Ti avevo ordinato una birra! Non il tuo piscio riscaldato!” S’accende una sigaretta anche se nel locale non è permesso fumare. “No non la voglio più, non mi va più di mangiare, portami solo un posacenere.”

Dove sarà finita Fanny? Dove sarà finita la musica africana dei suoi seni che per mesi come tamburi avrei voluto battere, avrei voluto sentirmeli addosso e farmi saltare i timpani. Dove sarà finita l’estate dei suoi occhi dove ho visto bambini incoscienti giocare, la sua faccia impertinente e senza regola. Ora eccola qui, come una semplice donna incazzata col mondo, che fa scontare al mondo e a sé stessa le pene d’amore. Uno stupido amore che l’ha minata di dentro ed ora servirebbe solo sfiorarla per sentirne il fragore.

Mentre io e Marta ci sfioriamo sotto il tavolo, vorrei dirle se si rende conto che è soltanto un uomo! Per un uomo sta soffrendo e magari non ha soldi nemmeno per pagarsi una pizza, una birra che solo il suo palato ne sente il calore di piscio.

Io e Marta come al solito ci sentiamo comparse, come al solito lasciamo che ci imponga l’umore, ma in fondo, in fondo stiamo bene perché abbiamo trovato entrambe un’amica, anche se di quella sera in cucina nessuna dei due ne ha più sentito l’odore.

Oggi pomeriggio sono stata a casa di mia madre, mi sono portata Marta per non farmi convincere. Mio padre ha alzato un attimo lo sguardo dal suo giornale, come se avessi in mano un litro di latte, come se non mi vedesse che da minuti. Erano due mesi che non mettevo piede in quella casa! Mia madre in crisi profonda per un chilo di troppo ci ha accolto con la tovaglietta degli ospiti sotto tre tazze bollenti di tè. Ci ha chiesto se ci vedevamo anche di notte. Come dire, un modo discreto per informarsi sul mestiere di Marta e cercare un’improbabile complicità. Poi ha cominciato a parlare di sé stessa, quel chilo in più allontanava i propositi di separazione. Perché quel grasso le aveva tolto la forza di affrontare mio padre! Ma ormai ne era certa, prima o poi avrebbe fatto il grande passo. Accennò, senza vergognarsi poi tanto di Marta, ad un ex compagno di scuola, disponibile nelle notti più lunghe perché sua moglie faceva l’infermiera. E poi al venditore di tappeti che ancora la chiamava ad ogni suo ritorno dalla Cappadocia, ed una relazione iniziata la sera prima con un cantante di lirica.

Eccola mia madre, quella che avevo sempre conosciuto. Eccolo il suo ottimismo incosciente. Il vedere in qualsiasi uomo che le rivolga parola la cura dei suoi tanti malesseri, il tappo delle sua insoddisfazioni dilaganti.

“Allora questa cazzo di birra?” Fanny mi sveglia dai miei pensieri. Continuamente tira su col naso e va in bagno.

“Oh no Fanny, questo non è giusto!” Mi guarda come se non avesse altri nemici, come se fossi l’essere più spregevole mai visto.

“Ma tu che cazzo ne sai di quello che ho dentro?” Si rivolta come una bestia.

“Proprio perché lo intuisco e non voglio arrivare alla fine del pensiero.” Calma rispondo.

“Ma che cazzo dici? Parla chiaro!”

“No Fanny, ti prego, lascia perdere. Ricordo solo il pretesto per cui abbiamo cominciato. Respirare aria pura di mare, invece di imbottirci di schifezze in discoteca.”

Marta mi guarda e non capisce, le fa strano pensare che una puttana non abbia cominciato per soldi, che eravamo due stupide bambine con la noia dentro il cuore.

“Fanny ti prego, non urlare!” Ma lei è invasata, quasi quasi scopre la sua quarta misura proprio lì davanti. “Queste sono pure! Se hai appena qualche soldo … le dovresti almeno baciare per riconoscenza. Cara mia lesbica! Altro che amore!”

Non mi dà tempo di rispondere, dopo neanche un minuto è di nuovo di buon umore, remissiva, come un cane dopo aver sbranato un uomo, fa progetti per la serata. Come se non m’avesse colpito, come se fosse tutto così naturale.

Squilla ancora il telefonino. E’ il suo uomo che dopo cinque minuti ci raggiunge. Lo vedo e mi sento male. E’ brutto, tarchiato con le mani grasse, quattro peli sulla testa da riporto. Oddio Fanny, ma come hai fatto! M’escono parole senza fiato. Lei è già un’altra, i suoi occhi sono fari abbaglianti, la sua pelle liscia e distesa. Ci presenta come due amiche. Mentre si baciano senza un attimo di respiro, lui la cerca e le sfiora una tetta. La stessa che per mesi era stato il mio cruccio e il mio ciuccio, la stessa che poco prima avrebbe offerto a qualunque ragazzo per una margherita e una birra.

Io quell’uomo non l’avrei accettato neanche come cliente, invece ora le sue mani più pelose della testa sfiorano avide quel corpo da modella. Imbarazzata mi alzo e loro smettono immediatamente.

Oscar, non poteva avere nome più brutto, mi guarda da sfida e sorride.

“Ah tu saresti la sua amichetta?” Mi sento avvampare.

“Dai Oscar smettila.” Dice Fanny senza energia.

Ma lui eccitato scopre l’altra tetta. “Scommetto che muori dalla voglia d’assaggiarla.”

“Dai smettila!” Anche Fanny s’accorge che sta andando oltre. Ma lui è li che rincara la dose toccando tette senza che ora la sua mano abbia un pizzico di voglia, ma solo per ribadire ai miei occhi d’essere l’unico, d’essere il più potente.

Ma io sono già fuori, Marta mi segue, Fanny non potrebbe mai farlo. M’accarezza i capelli, ora sa tutto. Anche se non era questo il modo, la forma per farglielo capire.

Di fuori si sente settembre, rade bancarelle offrono residui di mode di un’estate passata. Ci appoggiamo su un muretto. Le nostre scarpe da tennis sospese danno calci all’aria e non fanno più voglia. M’accorgo che è lo stesso muretto dove tempo fa una ragazza che sapeva il latino s’appoggiava contro uno sfondo di stelle, convinta che quella era la sua strada, quello il pezzo d’asfalto proprio davanti ai Bagni Giuditta. Ma sapeva che non l’avrebbe portata lontano, che per sentirsi importante non c’è bisogno di uomini che colano piacere. D’essere la stella più bella che brilla mentre l’alba si spiega e qualcuno indomito per tutta la notte ti continua a svasare la gonna.

Marta mi stringe la mano ed io mi sento più vecchia. Che serve ora sapere la causa del mio destino e perché mi trovo a quest’ora di notte con una russa che non riesce a capire quello che dico. Non si tratta d’italiano! Non si tratta di latino! E’ l’amore che cerco e non è scritto sui diari di scuola, non è nelle telenovele che vede mia madre. E’ qui dentro questo tombino che raccoglie rifiuti di acqua piovana.

Solo che non riuscirò mai a trovare le parole per spiegarlo alla russa e magari a me stessa. Cosa vado cercando tra le bassezze degli uomini? Cosa cerco nella mia carne quando una patina d’umido ricopre i Bagni Giuditta.

Sarà che i pensieri che mi girano attorno non sono gli stessi di quando mi sveglio, sarà che non hanno ragione o meglio ragionano senza che il cervello ne tiri le fila. Come questo tombino m’abbandono e respiro tutti gli odori che produce la notte. Il mestiere lì è a portata di mano e quegli stivali in vetrina sono come una siringa piena di buono per un drogato che vuole smettere, come il tesoro del Sultano per un ladro che s’accorge che non c’è nemmeno un allarme.

Marta tu mi chiedi di parlare! Ma che ti dico? Che la notte è un buco nero, che è aperta e slabbrata come le mie cosce. Che cazzo ti dico a quest’ora di notte? Che mi sento soltanto un nido d’uccelli, che potrei farli volare, scappare, perché, ti giuro, altro non so fare!

Mi rendo conto che sono solo lamenti di una piccola borghese in cerca di compassione. Tu si che avresti storie vissute! Mentre io mi illudo ancora una volta che l’amore, quello vero, nasce dentro questa fogna. Hai voglia a dire che tutto questo potrebbe cambiare, che se solo volessimo domani sarebbe un giorno diverso. Ma la puttana è come un malato, non può prescindere da quello che ha dentro, da quello che interno le cola. Che significa essere ex puttana? Come se un omicida fosse un ex assassino, come se tutte le voglie infeconde che m’hanno deposto potessero domani generare dei figli.

Magari vestirmi di bianco e fare l’amore con Luca e pensare che è il primo come davvero solo lui ci crede. Sentirmelo dentro giurando che ha una forma diversa. Che non è un pene! Che non è un maschio! Che davvero di niente, d’uguale avevo mai sentito tra le mie pieghe ristrette.

Che ti dico Marta? Che per me ogni uomo è cliente e nessuna puttana si ritrova l’anima in mezzo alle gambe. Sarà dura domani, ma io ci provo a svegliarmi, sarà dura perché con queste scarpe da tennis poco ci azzecco, perché con questa gonnellina che mi dà gli anni che porto non riesco nemmeno a guardarmi allo specchio. Sarà dura perché Fanny è davvero lontana e mia madre ancora m’aspetta.

 

 

 
 
 
 

 

COMMENTI DALLA RETE

Ti ho seguito fino quì, dal primo racconto. In silenzio, perchè non avevo parole per riuscire a dire le emozioni che mi davi. Ma sapevo, "sentivo" che ad un certo punto ti avrei sentito dire.."E' l'amore che cerco....". Sto piangendo, e sono felice. Sandro mar

Tabù linguistici e non solo pretendono che io non dica parole sacralmente pudicamente inibite Nella cautela cerimoniale della noa concessaci mi avvicino invece colto e quindi perdonabile alla licenza di dire che la vulva lascia un odore che amo sulle mie dita più di ogni poetico fiore E non vi rassicuri pensarla poesia erotica perciò minore come in Verlaine di “Ne métaphorons pas, foutons!”  Davide

Ora più che mai, arrivato fin qui nei Bagni Giuditta, so di ignorare chi meriti il nome di LiberaEva, e di questo sorrido nel tramonto assaporando le nuove forme in cui la incontrerò, io libero da aspettative e speranze, io grato per ogni goccia di rugiada. Qualcuno una volta scrisse "Hai letto tanto e oltre questo labirinto dell'anima cosa ti resta? Una donna che pensa, soltanto pensieri che s'aggrovigliano e si compiacciono? Soltanto una donna problematica, che per tutti  i dubbi che ha dentro dovrebbe pesare tanto ma tanto.", e mi sa che non era proprio d'umore eccellente. Non ricordo di preciso cosa risposi allora, qualche pessima battuta, credo. So che oggi mi rimangono sul viso il sorriso e la meraviglia di bambino, ed un caldo "grazie" che a tenermelo dentro, la bilancia si lamenterebbe. Ormai la prima stella è in buona compagnia, è tempo di tornare al mio orticello. Tornerò a questo giardino, anche se non subitissimo, e chissà, forse Sora Fortuna mi arriderà. Un abbraccio di cuore e muscoli Paolo

Splendido…crudo ma come solo le cose vere e schiette sanno esserlo…ho cominciato a leggerti con sufficienza pensando all’ennesima banalità pseudo erotica e invece mi hai stupito con il tuo linguaggio fluido e preciso e con un’incredibile abilità ad evocare immagini bellissime e struggenti…più che erotico l’ho trovato toccante, malinconico e agrodolce. Molto,molto stimolante…   Maurizio Di

Li sto tirando d'un fiato! L'Amore, l'Amore tradito e scambiato! E' splendido, davvero. Toccante, triste. Mi ha fatto sentire solo, come quando a 14 anni mi sono innamorato per la 1a volta e lei consapevole lasciava che speranze ed umori nascessero e morissero per niente, per un compito andato male o che so? E poi l'altro, Bello, con la vespa ed il monclair, con il ginocchio storto per il troppo pallone... Fino ad oggi che mi volto indietro e piango perchè non ho saputo capire la mia Giuditta...  Quincey 

E' noioso e pedante.  PASQUALE

 

 
 
 
     
 

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