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“Mamma, faccio la puttana.” E
dire che mi ero preparata un discorso a memoria facendo appiglio alla
mancanza d’affetto, alla situazione tra lei e mio padre. E dire che
sarebbe stata l’ultima cosa da dire annunciandole prima che sarei andata
ad abitare con Fanny, che avevamo trovato una mansarda in faccia sul mare
poco distante dai Bagni Giuditta.
Mi rendevo conto che questo
mestiere non avrebbe mai visto una fine, che Fanny era troppo importante
per pensarla lontana, che dopo quel pomeriggio prima del Plaza non avrei
trovato più la forza di partire da sola e cercarmi un destino dove non
fosse coinvolta.
Le
labbra di mia madre rimasero incollate al vapore della tazza da tè, i
suoi occhi cercarono il nulla, magari uno sfondo per ripetersi quelle
quattro parole:
“Mamma,
faccio la puttana!” Ribadii sfrontata per il timore che non avesse
capito.
Respirò
profondamente per prendere tempo nel dubbio se darmi uno schiaffo o
riversarmi tutto il contenuto della tazza bollente. Ma dopo un attimo di
smarrimento l’adagiò delicatamente sul piattino, mi fissò negli occhi
senza cercare altre parole.
“Tutto qui, solo questo dovevi
dirmi?” La vedevo che in quel momento m’odiava, ma non riuscì a
trasformare il disgusto in una cascata di schifo. Anche perché non
l’aveva mai fatto, non ricordo negli anni d’essere stata sgridata,
picchiata. Non sarebbe riuscita a sostenere la parte senza risultare goffa
e ridicola in quel locale così elegante che prenderci solo un tè mi
pareva uno spreco.
“Buona
fortuna.” Prese la borsa senza aggiungere altro.
Rimasi
a guardarla dalla vetrina mentre attraversava la strada. Piansi, tanto che
il cameriere si avvicinò e mi chiese se avevo bisogno di aiuto. Piansi,
ma non erano lacrime di pentimento, piansi perché avevo aggiunto un altro
pensiero alla sua vita già desolata. Perché non avevo avuto la forza di
seguirla, perché magari avrebbe voluto parlare di altro, magari di quella
cena dai nomi inventati o del suo nuovo tailleur colore di malva.
Povera mamma che avrebbe voluto
una vita diversa, una figlia diversa per pensare soltanto a sé stessa.
Non aveva amiche, solo Don Armando conosciuto ai tempi del liceo, chissà
come ora avrebbe fatto a portare quel peso? Una figlia puttana che andava
a vivere da sola per aver più tempo per aprire le cosce, per fare il
mestiere con devozione e dedicarci tutta sé stessa.
Chissà se in quel momento mentre
scompariva nel buio di un taxi sarebbe andata dal prete o magari ad un
appuntamento con qualcuno conosciuto per sbaglio al telefono. “Cara
aveva una voce da impazzire!”
Oppure stava pensando soltanto a
sua figlia così eterea e leggera che mai avrebbe pensato che passasse le
notti a infornare come forno le pizze e fremere e sentirsi soddisfatta
solo quando un respiro profondo le sporcava la gonna, solo quando con un
fazzoletto di carta ripuliva con cura la sua vittoria, mentre l’uomo
ormai cotto aveva l’ardire di strapparle un altro incontro, magari
domani, magari ancora ai Bagni Giuditta.
Io e Fanny ci stiamo preparando,
questa sera dopo una settimana si ritorna ai Bagni, finalmente lavoreremo
insieme, spartirò con lei anche quei momenti di intimità che ogni tanto
per mestiere ci vedono lontane. In quei momenti mi sento scompagnata, come
un calzino che rimane in lavatrice o come una tavola apparecchiata senza i
bicchieri dell’acqua. Mi sento davvero quella che sono senza che
l’alibi mi possa dare la forza di pensare che senza la mia amica avrei
fatto tutt’altro.
Mi piace quando si guarda allo
specchio, l’ammiro perché s’ammira, perché rimane incantata come se
dentro il vetro ci fosse una Madonna, un miracolo vivente che il cielo
l’ha scelta come testimone. I suoi seni sono mele verdi che mai
s’arrosseranno per diventare mature, i suoi occhi sono mare calmo di
notte che t’invita e t’ammalia ad entrare nel ventre, a scoprire i
fondali d’un’anima opaca che nessuno in superficie avrebbe l’ardire
di conoscerla a fondo.
Ti amo Fanny, ti amo quanto la
pena che sento di non poterti legare ai miei sogni, magari con questo filo
di phon che ora t’asciuga i capelli.
Squilla il telefono, esco dal
bagno ma non sento. Nella piccola casa c’è solo il buonumore di Fanny
che canta, fuma, si depila le gambe e s’asciuga i capelli. Ogni tanto
s’interrompe, mi chiama e mi sospira che mi vuole bella come vorrebbe un
cliente che paga.
“Chissà stasera se mi metto i
pendenti le entro dritta nel cuore? Se ogni tanto le ossigeno il sangue
come lei nutre e sfama il mio sogno. Chissà stasera se mi metto la gonna
di lino le rubo lo sguardo? Ed insieme ci contiamo i capelli, ad ogni
doppia punta un bacio sul collo, ad ogni mille ricominciamo daccapo.”
Al telefono è la voce di mia
madre che mi tratta di nuovo bambina e mi chiede se ho mangiato. Di
coprirmi perché fuori fa freddo e minaccia la pioggia, alludendo alle mie
gambe scoperte, al mestiere che diventa un dettaglio. Dice che papà è
fuori fino a sabato prossimo e che se ho un buco da offrirle potremmo
parlare in pace e da sole.
“Mamma, ma io non ho niente da
aggiungere!” Le urlo tappandomi l’altro orecchio con Fanny che esce
dal bagno e mi confonde.
Se sapesse mia madre! Il fatto è
che non mi ha dato il tempo di spiegarle fino in fondo la mia scelta, ma
poi penso, mentre mi parla di una vicina che si è risposata, che forse è
stato meglio così, si sarebbe ritrovata in un giro d’un niente con una
figlia lesbica che fa la puttana.
Chiudo il telefono convinta che
davvero non abbiamo più nulla da dirci, che una puttana non può
accettare d’essere figlia, d’avere una madre che si preoccupa che
stasera fa freddo e di portarsi magari un golfino di lana.
Rido, pensandola ingenua, perché
non immagina come la sera mi scopro davanti e mostro le tette, perché
come cagna bagnata cospargo d’odori sedie, tavoli e muri all’aperto e
lascio la scia per chi cerca riparo o un nido di caldo che apro, che
slargo senza mai portare un ombrello.
Fanny smette di depilarsi e mi
guarda curiosa. Le vado incontro e porgo ad occhi chiusi la guancia a
questa bocca perfetta che sarebbe un peccato soltanto baciarla. Dopo un
attimo di smarrimento mi scansa perché è tardi, perché è sempre
maledettamente tardi ed io non sono mai pronta, perché perdo tempo a
parlare con una stupida madre che s’è sposata ed ha fatto uno sbaglio
ed ora la dà in giro senza beccarci una lira.
“Si può essere più cretine?
Dille che ai Bagni Giuditta c’è posto per chiunque sia disposta ad
ascoltare parole d’amore mentre odora lo sterco di cani romantici che
preferiscono la sabbia all’asfalto, una barca ai muri sul lungomare!”
Convinta di quello che dice, mi
riviene incontro guardando l’effetto.
“Ora si sente gli scrupoli
ammassati alla colpe, perché sua figlia fa la puttana, perché avrebbe
dovuto accorgersi da sola, ed ha perso ancora una volta l’occasione per
fare la madre!” Mi viene ancora più vicina, il suo corpo odora di
crema, non sono d’accordo su quello che dice, ma in questo momento non
potrei mai contraddirla.
Con due dita mi chiude le
palpebre, sento nitido l’odore del suo rossetto che si fonde col mio
fiato sorpreso, col mio battito in gola in attesa d’essere strozzato lì
in fondo. Sento nitide le sue mani che mi ridisegnano le braccia, che ora
si fermano, indugiano, saltellano, picchiettano i miei seni protesi. Cazzo
è la prima volta che una donna s’impadronisce dei miei seni, ma non me
ne rendo conto che sono mani di Fanny? Mani di donna che conoscono i
contorni, che ora mi schiaccia tra la nicchia del bagno e l’ingresso e
mi dice parole di uomo. M’accarezza e si ritrae, mi dice mignotta come
tante volte ogni sera la sento da voci diverse. Ma solo ora ne sento il
velluto, la trama del suono che m’entra e mi devasta il cervello. Mi
faccio più piccola per farla sentire potente, per darle il gusto di
sbattermi al muro e schiacciare quel piccolo cuore proteso a forma di
tette.
“Chiamami pure Giuditta,
stasera non mi offendo! Chiamami Giudy perché da stasera non c’è altro
nome che mi tenga legata, che mi faccia sentire protetta da queste mani
capienti come cabine, perché davvero come donna sono nata in quel posto
ed ogni volta rinasco dove qualsiasi altro nome non chiamerebbe
nessuno.”
Apro gli occhi per esserne certa,
per vedere la montagna dei suoi capelli che s’abbassa sul mio seno.
“Fanny davvero? Fanny amore mio!” Aspetto solo che mi dia un segno di
quanto mi vuole, che scivoli in ginocchio fino sgualcirsi le labbra
perfette dopo ore nel bagno.
“Chiamami Giuditta! Marchiami a
fuoco dove meglio io possa vederlo, lasciami un segno indelebile a forma
di labbra, perché non permetterò più a nessuno di chiamarmi in modo
diverso.”
Sento il suo fiato scorrermi
lento, è fiato di donna che lentamente s’adagia e provoca brividi
all’interno. Sento le mani, sono mani incorporee che non lasciano
traccia, che non toccano pelle ma ti scavano l’anima e fanno più male
come se avessero calli o fosse un cliente di fretta.
Ma non dura che il tempo di
ripianare il cruccio sulla mia fronte, di distrarmi da mia madre e magari
a suo modo chiedermi perdono.
Si alza e sorride, come per dirmi
quanto lungo è il guinzaglio che mi tiene stretta, che se volessi
scappare non arriverei oltre quel platano in mezzo alla piazza, dove farci
i bisogni e rendermi conto che non ci sarebbe altro albero, altra strada
per camminarci da sola.
Si alza ed è di nuovo davanti
allo specchio a raddrizzarsi la riga che incauta ho storto, a riordinarsi
la frangia che per un momento
ho creduto di cambiarla di posto.
“Dai Giuditta è tardi.”
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