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Senti, sarà pure vero che ciò che facciamo,
è il lavoro più abietto alla faccia del mondo, sarà pure vero che siamo
tombini, fogne a risucchio di quando piove d’inverno, e come uccelli
notturni ci dà fastidio la luce, cadiamo in letargo e tappiamo finestre,
perché al giorno non possiamo mentire e ci spoglia più a nudo di chi ora
ci aspetta.
Senti sarà pure vero che il trucco che
porto, è un’impronta indelebile sulla mia faccia, un marchio da troia su
una scrofa adulta, ma che ci posso fare se in fondo mi piace, se il sesso
che prendo è soltanto un dettaglio, di dieci minuti in ginocchio o
distesa, mentre intorno m’avvolge una notte di stelle, d’aria fredda che
sbatte sul mio viso più bello, d’aria calda di fiati che m’appanna la
vista. Perché non c’è paragone di quando allo specchio, mi trucco e mi
vesto prima di uscire, e curiosa compongo una donna diversa, un contorno
di buco di colori e di stoffe. Chi sarà questa sera che cammina sui viali?
Un punto di rosso trasportato dal vento, come un cappello che vola raso
sull’acqua, e lento s’immerge come mi capita spesso, affogarmi di notte
tra le tenebre strette, d’una strada in discesa coperta di sabbia.
Senti, sarà pure che gli altri mi credono
pazza, che non c’è poesia quando si batte per strada, e tra le mie gambe
c’è una crepa che corre, che chiamano fica che chiamano culo, tanto non
conta per passarci la notte, quando dentro mi entra la feccia e la melma,
di gente che paga per fare l’amore. Ma io davvero mi sento una sposa,
quando indosso le calze candide e intatte, o quando raccolgo i capelli e mi
baciano il collo, tra il rumore del mare che sento a due passi, e sono
strascichi lunghi e risucchi e gorgogli, che confondo ogni volta con la
saliva più calda, che scia sulla pelle e ne sento il piacere. Che bello
davvero sentirsi la brama! E’ un attimo breve dove non c’è lavoro che
tenga, come se tutte le donne non avessero tette, o fossi l’unica al mondo
ad averle più grandi.
Senti sarà pure che il vento mi gela le
mani, ed a volte faccio fatica ad essere brava, ad esser me stessa in un
rapporto esclusivo, col sesso che ammollo prima di concedermi tutta. Non
li guardo mai in viso, cosa servirebbe all’amore? Vederli negli occhi e
scambiarci un sorriso, spettinargli i capelli e baciargli la bocca. Ma
loro mi cercano perché faccio bene l’amore, e tra le mie gambe ci batte
passione, come se ogni volta fosse la prima, in una stanza d’albergo la
prima notte di miele.
Senti sarà pure vero che il mondo fa schifo,
e tutto intorno c’è guerra con le macerie fumanti, ed io offro solo pelle
di fica, e qualche volta nemmeno perché basta la bocca. Perché allora
dovrei sentirmi più sporca? Vergognarmi di questo seno che mostro, che a
notte fonda lo scopro per aprire due occhi, che girano a vuoto ancora
indecisi, se farsi una donna o finirsi da soli. Chiedono un prezzo e
rispondo cinquanta, chiedono come e li lascio vagare, nella voglia
d’avermi di fermare la danza, di mettere in gabbia le mie tette leziose,
che ballano al vento mentre cammino. Sono tette di troia che vanno con
tutti, obbedienti e infedeli che si danno per poco, ribelli e sfacciate
che si danno per tanto.
Sono campi di grani rigogliosi e fecondi,
distese di mare che nutrono pesci, ma anche siepi d’alloro che sanno di
piscio, lische marcite per i gatti di notte. Sono palle bagnate di saliva
e di voglia, spugne imbevute di piacere che ciuccia, poi il vento
l’asciuga e riprendono forma, pronte e gemelle per la prossima bocca. Sono
gatte in calore sotto le finestre la notte, che s’accoppiano al primo dopo
ore di corte, ma poi ammiccano al branco che muto le aspetta, quando i
colpi del primo si fanno insicuri. Cammino le ostento e le gonfio ogni
sera, perché siano chiocce per riparare se piove, per chiunque s’illuda
d’averle già viste, attaccate alle madri che sgorgavano latte. Come vorrei
davvero che ne uscisse abbondante, per ogni bocca che succhia e ogni
lingua che lecca, come nettare d’anima che nutre la mente, e farli
ingozzare fino all’ultima goccia, quando la voglia poi scade e non rimane
che niente.
Fanny mi guarda e ha già adocchiato una
preda, e quello che dico non la sfiora nemmeno, sono balle soltanto di una
ragazzina borghese, che ha il padre avvocato e s’illude ogni volta, che
l’amore che cerca è nella bellezza che prova, che cerca ogni notte
spalancando le gambe, che trova soltanto tra il letame e gli avanzi,
convinta che al mondo non c’è posto migliore, per far nascere rose e
nutrire i suoi sogni. Sono brividi forti sono colpi di maschio, che cerca
all’estremo un piacere più alto, come se il mio sesso fosse solo
l’entrata, un capriccio che passa non appena attraversa, per il desiderio
più intenso vicino ai polmoni, per sentire una donna e sentirsela tutta,
quando geme e poi urla e s’accascia di voglia, e fiero s’innalza
incredibile e vero, per esser riuscito a far godere una troia.
Senti sarà pure vero che m’illudo soltanto,
che tutto questo non ha mai fatto poesia, che le puttane ci sono da
sempre, come i cani d’inverno con le bocche fumanti, ma se scavi
nell’anima di ogni cosa che vedi, se giri di notte e non cerchi la fica,
ci vedi una donna in cornice che aspetta, appoggiata sull’ombra della
falce di luna, ed un pittore di fronte che intinge i colori, nell’umore
che cola e la fanno più bella. E dipinge le labbra e scontorna le tette,
ingrugnisce la faccia per ricomporla più tardi, fissando i colori al vento
che tira, al sesso che grande la riempie e la sazia, e sfama il bisogno di
essere bella, di essere regina di un mondo sommerso, che l’alba poi lava e
sbiadisce i colori, e il camion d’immondizie l’avverte che ora, di
tornarsene a casa ed andare a dormire.
Pubblicazione Settembre 2005
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