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I RACCONTI DI LIBERAEVA
 
     
 
     
 
 

Amante

di LiberaEva

FOTO lauraanna

 
 
 
 

“Signorina, il resto!” S’insinuò tra la maglia dei miei pensieri disattenti la voce sorpresa dell’addetto ai biglietti dei treni. Come mi capitava spesso da un po’ di tempo avevo compiuto una delle mie tante sbadataggini giornaliere dimenticando resto e biglietto.

Ma quel giorno era diverso! Grazie alla comprensione del mio direttore ed amante ero riuscita a strappare cinque giorni di ferie. “Eva, tu hai senz’altro bisogno di un po’ di riposo.” Mi disse con finta paternalità all’ennesima distrazione sul lavoro. Non passò che qualche ora e mi ritrovai nel suo ufficio con in tasca il permesso di passare a Roma la settimana tra Natale e Capodanno. Per la contentezza avrei voluto quasi baciarlo, incurante del posto e della sua posizione di uomo sposato, ma il suo fare professionale mi tenne a distanza. “A buon rendere ...” Tradussi il suo sorriso mentre mi congedava con una semplice  stretta di mano.  

Avevo proprio bisogno di staccare la spina. Anzi, visto come stavano andando le cose, avevo proprio bisogno che lui mi obbligasse a staccare la spina. Impantanata in una di quelle storie di sesso e complicità dove è sempre tardi tirarsi fuori, vivevo la mia vita come uno slalom sballottata tra finzioni e mezze verità.

Con il mio ragazzo, invece, le cose continuavano come al solito, aveva intuito qualcosa, ma aveva timore di sapere. Una sera in macchina  capitammo per caso in argomento. Fintamente disinteressata buttai lì la domanda senza pensarci.

“Ma se per caso venissi a sapere, per vie traverse, che ho un’altra persona cosa faresti?”

Ci pensò un momento, tirò fuori una sigaretta e contrattaccò calmo.

“Per te è più importante sapere come mi comporto in questi casi o come li giudico?”

Aveva colpito, ma soddisfò comunque la mia superficiale curiosità.

“Eva, stai tranquilla. Non credo di avere sangue siciliano nelle vene. Comunque non farei niente, anzi aspetterei.

“E come mi giudicheresti?” Incalzai veloce.

“Non cambierei di una virgola il giudizio che ho di te in questo momento.”

Mi guardò fissa sottolineando la sicurezza della proprie convinzioni e la fragilità del nostro rapporto.

Continuavamo arrancando a passi lenti al di qua della linea gialla di una qualsiasi autostrada sapendo benissimo di coprirci di ridicolo se uno dei due avesse domandato all’altro non tanto la meta finale quanto la prossima uscita.

Gli volevo bene e non volevo perderlo, mi dava profondità, presente e soprattutto continuità scavando dentro ogni azione e tirandoci fuori causa e significato. Ero affascinata dalle sue grandi potenzialità ancora inesplose. Aveva il senso della vita e grandi mani comprensive, ma peccava nei grandi progetti. Si esaltava nei piccoli episodi e s’intorpidiva nei grandi eventi naufragando puntualmente senza nessuna ragione apparente in un lago di malinconia.

Non ci vedevamo  molto spesso, il lavoro lo aveva portato fuori città e lontano da quel confronto che ancora aspettavo.

Il mio amante, invece, si era fatto quotidiano come il latte e il metadone. Non mi dava respiro e non chiedevo ossigeno. Dopo i primi indugi fatti di passione e repentini ripensamenti la cosa era continuata senza un attimo di tregua. Giorno dopo giorno iniziai ad accettarmi e a coabitare con l’altra parte di me che non poteva fare a meno di quelle labbra ostili ed invitanti, di quel fascino da quarantenne che invano avevo cercato nei miei coetanei, di quelle mani che mi cercavano l’anima fino a graffiarla, di quell’odore intenso di pelle, sudore e palmolive. Iniziai senza accorgermene ad innamorarmi della sua presenza, della sua espressione distratta e gelida, del suo sguardo fisso e tagliente sulla mia vergogna. Insomma, ammisi con grande affanno che avevo solo ed unicamente voglia della sua presenza e per questo alla prima occasione non rifiutai la sua compagnia. Aveva bisogno di uscire dal quotidiano ed io di quella parte materiale che nessuno era riuscito ad offrirmi così direttamente. Niente di timidamente cerebrale, niente giri di parole per arrivare al dunque, niente spiriti elevati, ma soltanto la sicurezza ostentata di chi ha fascino e denaro per pagare la merce richiesta. Non ci furono pretesti, ma solo un invito bell’e buono. Ebbene si, la prima volta, senza ipocriti pendolarismi, ci appartammo con la sua Mercedes nera ai bordi di un lago simile ad una grande pozzanghera. Si accorse immediatamente che avevo bisogno solo di liberarmi, attraverso il sesso, da fangosi condizionamenti annidati nella mia mente. Allo scopo mi ero vestita come credevo che a lui piacesse e colpii nel segno. Non mi chiese di spogliarmi, non si stravaccò pesantemente sopra il mio corpo giovane, non mi prese né per egoismo, né per il gusto di farlo, ma rimase fermo ad ascoltare il mio lento piacere, procurato soltanto da quella mano leggera che delicatamente si era insinuata nel mio ventre. Le stringhe del mio reggicalze color panna si tesero ad elastico  ad ogni parola, frase e respiro, ad ogni volgarità sussurrata elegantemente, ad ogni costruzione di storia fantastica che mi sballottava nelle situazioni più incredibili. Nel giro di qualche minuto ero stata  suddita ai voleri di uomini senza potere,  amante di uomini all’apparenza donne, asservita ad un esercito di militari con il solo scopo di soddisfarli, schiava di quattro malviventi sotto la minaccia delle armi, e così in crescendo fino ad assaporare la sensazione per me reale del suo sesso che mi penetrava fino a toccarmi la pancia, lo stomaco e i pensieri più insani che partoriscono altri pensieri che nessun rito potrà mai privarli dell’originalità del proprio peccato. Rimasi interdetta accorgendomi distrutta e vedendolo ancora composto in giacca e cravatta; quell’uomo così affascinante      avrebbe potuto amare contemporaneamente milioni di donne, soddisfacendole meglio e più intensamente di qualsiasi vigoria fisica.

 Il giorno dopo tornai in ufficio e ripresi meticolosamente il mio lavoro. Cercai di non pensare, ma uno squillo verso le tre del pomeriggio mi riportò anima e corpo a qualche ora prima. “Signorina, ho bisogno di lei!” Senza un minimo  sforzo mi trovai nella sua stanza. Mentre parlava percepii nitido l’odore della sua pelle e la magia delle sue dita, lottai contro me stessa alla ricerca di una scusa su due piedi, ma non riuscii nemmeno a prendere qualche secondo in più. Senza resistenza obbedii come un bimbo di fronte alla figura gigante di suo padre. Non riuscii ad oppormi! Sprofondata su quella poltrona di pelle nera, mi ordinò di aprire di qualche centimetro le  gambe in modo da far salire simultaneamente il bordo della gonna, rimase soddisfatto vedendomi di nuovo in reggicalze. La mia mano cominciò a scivolare tra i miei peli radi fino al punto del non ritorno. Cercai solo un attimo di ribellarmi, tentando di rimandare il tutto a qualche ora dopo nel caldo della sua macchina. Ma lui non poteva, aveva un impegno con  la moglie o  col commercialista, non ricordo bene perché le nebbie della mia mente diradarono la coscienza e la ragione. Mi sentivo in dovere di fare presto, ma soprattutto di soddisfarlo procurandomi piacere. Immobile sulla sua poltrona di direttore prese il telefono rimandando di dieci minuti l’appuntamento.  “Eva, mi stai facendo fare tardi!” Mortificata velocizzai il ritmo della mia mano, la strinsi tra le cosce in una morsa infernale quando il mio padrone di giochi si degnò di alzarsi e venirmi accanto. Fu sufficiente il suo respiro che mi sfiorò per meno di un centesimo di secondo per avvertire lo scioglimento contemporaneo di ghiacciai eterni che confluirono a valanga nel centro del mio piacere.  Umida e piena di vergogna chiesi quasi scusa al mio interlocutore, che con un gesto  di studiata compassione mi ricompose la gonna fino a coprire mutande e reggicalze. Era soddisfatto del proprio potere e soprattutto del disagio di questa povera ragazzina infatuata fino al punto di assecondarlo rischiando di perdere dignità  e decenza.

E così per giorni e giorni snodavo i mille intrecci della mia mente chiedendomi dove fosse finito il mio spirito ribelle, per quale straccio di causa o buco della mia infanzia m’assoggettavo con infinito desiderio ai voleri di quell’uomo. Combattuta fino ad odiarlo nella sua assenza, mi sorprendevo subito dopo inerte e senza ragione pronta a squagliarmi come neve sul parabrezza ad ogni sua richiesta. Mi sorprendeva la sua sicurezza di ottenere senza chiedere, ma più di tutto mi turbava la mia voglia di obbedire. Una strana sensazione che partendo sottile ed incerta dal basso diveniva a poco a poco decisa ed incontrollabile invadendo ogni parte del mio corpo e paralizzando cuore e cervello. In quei momenti desideravo solo annullarmi tra le sue braccia sicura che da lì a qualche secondo avrebbe staccato la spina delle mie facoltà. E più riusciva ad impadronirsi dell’origine dei miei pensieri e più mi convincevo di essere oggetto, e via via  cellula, molecola, atomo, nucleo fino a sentire le mie passioni gonfiarsi a dismisura completamente in balia  della sua volontà.

Mi ripetevo mille volte al giorno, seduta alla mia scrivania come davanti alla cassiera del supermercato che non era amore, ma solo bisogno fisico o peggio volontà e piacere di essere dominata, sottomessa.

  Divoravo momenti e boccate d’aria, laniccia della sua giacca  e pomeriggi che diventavano senza accorgersi notte, alba, colazione e lavoro. Subivo la sua presenza, il suo modo di fare netto e imbroglione, tenero e deciso che rafforzava la voglia di sesso escludendo tutto il resto. Non gli riconoscevo doti particolari se non quello di sentirmi nulla e nel contempo viva. Da qualche tempo aveva preso a farmi visita e nelle quattro mura della mia casa ricalcavamo in fotocopia i minuti strappati durante il lavoro. Ero ormai giunta al collasso, ripetuti orgasmi giornalieri m’aveva fatto perdere chili e coscienza, ma come droga il momento del benessere durava qualche attimo per poi tornare alla ricerca frenetica della fonte della mia tossicità. Bastava una carezza o poco meno e mi squagliavo lasciando ammonticchiati sul pavimento vestiti e creanza. Mi azzeravo volontariamente tra le sue mani leggere  alle ruvide fantasie senza limiti e barriere reali. Convinta al momento che nulla al mondo avesse potuto rimpiazzare le miriadi di sensazioni che m’invadevano lo tormentavo al telefono, gli scrivevo lettere rimproverandolo di scarso interesse nei miei confronti, magari solo perché durante il lavoro non aveva trovato qualche minuto per me. Per farmi godere su quella poltrona di pelle nera o alla macchinetta del caffè. Ebbene si, l’ardito esperimento riuscì senza intoppi, riuscii a liquefarmi nel breve tempo di una tazzina di caffè sorseggiata con indifferenza, mentre appoggiavo il mio ventre caldo sul suo braccio immobile, rimasto rigido lungo il fianco. Ero entrata in un vortice di magnetismo e adorazione dove anche la più banale delle ragioni veniva smantellata e ridicolizzata rispetto al mio bisogno fisico di provare piacere. E giorno dopo giorno mi sentivo aggredita dagli stessi miei desideri che andavano oltre l’istinto animale trasformandosi in un gioco perverso di spersonalizzazione. Avvertivo nella parete esterna della mia testa e nel punto più basso del mio ventre la voglia irrefrenabile di obbedire ed essere comandata dove il rapporto di sesso diventava necessario per esprimere potenza fisica e ricaricare la dinamo della mia fantasia alla ricerca di qualche altra me stessa che ogni volta credevo di vedere sempre più nitidamente oltre le barriere secolari di morale ed educazione .

Un’attrazione selvaggia senza che il cuore ne fosse minimamente sfiorato, continuava a battere senza che nulla succedesse, senza il minimo scompenso si comportava come qualsiasi altro muscolo sopportando i doveri della fatica e rimanendo sordo e muto.

Mi facevo orrore! Cercavo di aggrapparmi alle mie cose, ma la nausea del momento dopo si modificava in desiderio e negli attimi dell’attesa ricominciavo paziente e meticolosa ad addobbarmi indecentemente al fine di superare come una specie di record le voglie del giorno precedente. Studiavo davanti allo specchio mosse civette e angolature forti e con un po’ di allenamento ero riuscita perfino a guardarmi con i suoi occhi provando immenso piacere.

 Veniva a scadenze fisse: Lunedì, Mercoledì e Venerdì prima di cena. Si tratteneva il tempo necessario per non inventare scuse. E a scadenze fisse senza il minimo impegno riusciva a schiacciarmi i pensieri deboli e ad intercettare quelli più ribelli. E come un medico che riceve solo nei giorni dispari mi preparavo con puntiglio professionale nell’attesa dell’unico cliente. Ormai avevo regolato il mio ritmo e la mia vita nei buchi a disposizione. Sarebbe stato inutile chiedere di più, mi ero accorta che negli altri giorni pari, durante l’orario di lavoro, trovava il tempo per tenermi in eccitazione. Mi raccontava appuntamenti di lavoro con altre signore, mi descriveva per filo e per segno i ricami delle mutandine della sua segretaria particolare o il reggicalze rosso della mia collega che mi aveva preceduto, e così via fino ad ispessire l’alone di mistero e premendo l’acceleratore della velocità del mio sangue che scorreva tra le sponde delle mie vene come un fiume in piena portandosi dietro scorie di ammirazione e detriti di gelosie.

Si presentava verso le otto stanco, affamato di riconoscenza,  presunzione, e nient’altro. Mai un ghigno altruista, specchio di uno stato d’animo disposto a concedersi alla platea, mai un cenno d’affetto che potesse in qualche modo mescolarsi ai nostri incontri di sesso, mai un attenzione particolare al mio aspetto ogni giorno più marcato, mai una giustificazione alle mie povere, oramai flebili, idee benpensanti. Senza dire una parola posava la giacca  sul divano e mi cingeva la vita stringendomi quel tanto che bastava per farmi dimenticare in un attimo i buoni propositi e le cene sul fuoco. Per amor del vero diventava prolisso solo quando il mio abbigliamento non collimava con i suoi gusti. Ero pazzamente cotta di lui al punto di convincermi ben presto che non ci poteva essere altro tipo di sesso. Che quell’amore senza penetrazione era il massimo che una donna potesse aspettarsi. Aveva la magia di farmi sentire come nessuno mai era riuscito. Mi voleva bella e sensuale e cercavo in tutti i modi di accontentarlo. Ma le sue richieste andavano oltre, ogni sera un desiderio in più da soddisfare, una voglia uscita chissà da dove che andava a gonfiare la mia curiosità e la sua trasgressione.

 Ed ero bella, bella come una puttana illuminata dai fari nella notte, prostituta di sesso e considerazione, infasciata da calze nere e reggicalze appena sbollati, orgogliosa di tacchi a spillo che delicatamente mi strofinava sul pube fino ad inumidirli. Gelosa del mio seno sempre più scollato o delle mie unghie oramai esageratamente lunghe e rosse. Il mio sesso diventava un tesoro, una conchiglia di inestimabile valore, mai trafugato e mai banalmente riempito di carne e muscoli, sudori e sporcizie animalesche. Non m’avrebbe mai permesso di allargare volgarmente le gambe come mettermi supina, alla stregua di una cagna a quattro zampe in attesa dell’animale da soddisfare.    

 Non conoscevo nulla di lui, ma sinceramente non me ne importava nulla. Era entrato e sarebbe uscito  dalla mia vita come quando si entra e si esce da casa, sapevo che per un altro po’ di tempo l’avrei frequentato e non chiedevo altro. Perfettamente uguale alla sua immagine lo vedevo distante e pieno di energia mentale, immerso nel suo mondo di estetica e bellezza senza tanti perché e completamente privo di dubbi come chi affidandosi al destino lasciava che l’Adige scorresse lento.  

 

 

 

 
 
COMMENTI DALLA RETE
Col suo sguardo fisso e tagliente sulla mia vergogna". Lettura interessante, vincolante,.....eccitante. Studio attento dei caratteri... dell`evoluzione degli stati d`animo, viva ... brillante la narrazione. Lo leggerò di nuovo. FABIO
Alcune considerazioni. C'è del masochismo nel piacere della protagonista, e forse l'introspezione psicologica doveva approfondire 
meglio questo aspetto, magari evitando la 
fastidiosa ripetitività di certe situazioni. 
CESKO 
Scrivi davvero bene. Lo stesso personaggio c'è anche nel racconto "Quella sera a Milano pioveva". Sembra un personaggio vero, vissuto, non il semplice frutto della tua fantasia. E` un piacere leggerti. Complimenti. FEDERICO
Erotismo d'alta classe. Ben raccontato e, soprattutto, senza forzature e volgarità. Voglia ineluttabile di sottomissione sessuale descritta con puntualità e motivazioni da subito condivisibili perchè la narrazione ti porta ad una logica accettazione. Un racconto godibile sino in fondo. Complimenti, ENZO
 
 
 
     
 

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