Avevo proprio bisogno di staccare la spina. Anzi,
visto come stavano andando le cose, avevo proprio bisogno che lui mi obbligasse
a staccare la spina. Impantanata in una di quelle storie di sesso e complicità
dove è sempre tardi tirarsi fuori, vivevo la mia vita come uno slalom
sballottata tra finzioni e mezze verità.
Con il mio ragazzo, invece, le cose continuavano come
al solito, aveva intuito qualcosa, ma aveva timore di sapere. Una sera in
macchina capitammo per caso in
argomento. Fintamente disinteressata buttai lì la domanda senza pensarci.
“Ma se per caso venissi a sapere, per vie traverse,
che ho un’altra persona cosa faresti?”
Ci pensò un momento, tirò fuori una sigaretta e
contrattaccò calmo.
“Per te è più importante sapere come mi comporto
in questi casi o come li giudico?”
Aveva colpito, ma soddisfò comunque la mia
superficiale curiosità.
“Eva, stai tranquilla. Non credo di avere sangue
siciliano nelle vene. Comunque non farei niente, anzi aspetterei.
“E come mi giudicheresti?” Incalzai veloce.
“Non cambierei di una virgola il giudizio che ho di
te in questo momento.”
Mi guardò fissa sottolineando la sicurezza della
proprie convinzioni e la fragilità del nostro rapporto.
Continuavamo arrancando a passi lenti al di qua della
linea gialla di una qualsiasi autostrada sapendo benissimo di coprirci di
ridicolo se uno dei due avesse domandato all’altro non tanto la meta finale
quanto la prossima uscita.
Gli volevo bene e non volevo perderlo, mi dava
profondità, presente e soprattutto continuità scavando dentro ogni azione e
tirandoci fuori causa e significato. Ero affascinata dalle sue grandi
potenzialità ancora inesplose. Aveva il senso della vita e grandi mani
comprensive, ma peccava nei grandi progetti. Si esaltava nei piccoli episodi e
s’intorpidiva nei grandi eventi naufragando puntualmente senza nessuna ragione
apparente in un lago di malinconia.
Non ci vedevamo
molto spesso, il lavoro lo aveva portato fuori città e lontano da quel
confronto che ancora aspettavo.
Il mio amante, invece, si era fatto quotidiano come
il latte e il metadone. Non mi dava respiro e non chiedevo ossigeno. Dopo i
primi indugi fatti di passione e repentini ripensamenti la cosa era continuata
senza un attimo di tregua. Giorno dopo giorno iniziai ad accettarmi e a
coabitare con l’altra parte di me che non poteva fare a meno di quelle labbra
ostili ed invitanti, di quel fascino da quarantenne che invano avevo cercato nei
miei coetanei, di quelle mani che mi cercavano l’anima fino a graffiarla, di
quell’odore intenso di pelle, sudore e palmolive. Iniziai senza accorgermene
ad innamorarmi della sua presenza, della sua espressione distratta e gelida, del
suo sguardo fisso e tagliente sulla mia vergogna. Insomma, ammisi con grande
affanno che avevo solo ed unicamente voglia della sua presenza e per questo alla
prima occasione non rifiutai la sua compagnia. Aveva bisogno di uscire dal
quotidiano ed io di quella parte materiale che nessuno era riuscito ad offrirmi
così direttamente. Niente di timidamente cerebrale, niente giri di parole per
arrivare al dunque, niente spiriti elevati, ma soltanto la sicurezza ostentata
di chi ha fascino e denaro per pagare la merce richiesta. Non ci furono
pretesti, ma solo un invito bell’e buono. Ebbene si, la prima volta, senza
ipocriti pendolarismi, ci appartammo con la sua Mercedes nera ai bordi di un
lago simile ad una grande pozzanghera. Si accorse immediatamente che avevo
bisogno solo di liberarmi, attraverso il sesso, da fangosi condizionamenti
annidati nella mia mente. Allo scopo mi ero vestita come credevo che a lui
piacesse e colpii nel segno. Non mi chiese di spogliarmi, non si stravaccò
pesantemente sopra il mio corpo giovane, non mi prese né per egoismo, né per
il gusto di farlo, ma rimase fermo ad ascoltare il mio lento piacere, procurato
soltanto da quella mano leggera che delicatamente si era insinuata nel mio
ventre. Le stringhe del mio reggicalze color panna si tesero ad elastico
ad ogni parola, frase e respiro, ad ogni volgarità sussurrata
elegantemente, ad ogni costruzione di storia fantastica che mi sballottava nelle
situazioni più incredibili. Nel giro di qualche minuto ero stata
suddita ai voleri di uomini senza potere,
amante di uomini all’apparenza donne, asservita ad un esercito di
militari con il solo scopo di soddisfarli, schiava di quattro malviventi sotto
la minaccia delle armi, e così in crescendo fino ad assaporare la sensazione
per me reale del suo sesso che mi penetrava fino a toccarmi la pancia, lo
stomaco e i pensieri più insani che partoriscono altri pensieri che nessun rito
potrà mai privarli dell’originalità del proprio peccato. Rimasi interdetta
accorgendomi distrutta e vedendolo ancora composto in giacca e cravatta;
quell’uomo così affascinante avrebbe
potuto amare contemporaneamente milioni di donne, soddisfacendole meglio e più
intensamente di qualsiasi vigoria fisica.
Il giorno dopo tornai in ufficio e ripresi
meticolosamente il mio lavoro. Cercai di non pensare, ma uno squillo verso le
tre del pomeriggio mi riportò anima e corpo a qualche ora prima. “Signorina,
ho bisogno di lei!” Senza un minimo sforzo
mi trovai nella sua stanza. Mentre parlava percepii nitido l’odore della sua
pelle e la magia delle sue dita, lottai contro me stessa alla ricerca di una
scusa su due piedi, ma non riuscii nemmeno a prendere qualche secondo in più.
Senza resistenza obbedii come un bimbo di fronte alla figura gigante di suo
padre. Non riuscii ad oppormi! Sprofondata su quella poltrona di pelle nera, mi
ordinò di aprire di qualche centimetro le
gambe in modo da far salire simultaneamente il bordo della gonna, rimase
soddisfatto vedendomi di nuovo in reggicalze. La mia mano cominciò a scivolare
tra i miei peli radi fino al punto del non ritorno. Cercai solo un attimo di
ribellarmi, tentando di rimandare il tutto a qualche ora dopo nel caldo della
sua macchina. Ma lui non poteva, aveva un impegno con la moglie o col
commercialista, non ricordo bene perché le nebbie della mia mente diradarono la
coscienza e la ragione. Mi sentivo in dovere di fare presto, ma soprattutto di
soddisfarlo procurandomi piacere. Immobile sulla sua poltrona di direttore prese
il telefono rimandando di dieci minuti l’appuntamento.
“Eva, mi stai facendo fare tardi!” Mortificata velocizzai il ritmo
della mia mano, la strinsi tra le cosce in una morsa infernale quando il mio
padrone di giochi si degnò di alzarsi e venirmi accanto. Fu sufficiente il suo
respiro che mi sfiorò per meno di un centesimo di secondo per avvertire lo
scioglimento contemporaneo di ghiacciai eterni che confluirono a valanga nel
centro del mio piacere. Umida e piena di vergogna chiesi quasi scusa al mio
interlocutore, che con un gesto di
studiata compassione mi ricompose la gonna fino a coprire mutande e reggicalze.
Era soddisfatto del proprio potere e soprattutto del disagio di questa povera
ragazzina infatuata fino al punto di assecondarlo rischiando di perdere dignità
e decenza.
E così per giorni e giorni snodavo i mille intrecci
della mia mente chiedendomi dove fosse finito il mio spirito ribelle, per quale
straccio di causa o buco della mia infanzia m’assoggettavo con infinito
desiderio ai voleri di quell’uomo. Combattuta fino ad odiarlo nella sua
assenza, mi sorprendevo subito dopo inerte e senza ragione pronta a squagliarmi
come neve sul parabrezza ad ogni sua richiesta. Mi sorprendeva la sua sicurezza
di ottenere senza chiedere, ma più di tutto mi turbava la mia voglia di
obbedire. Una strana sensazione che partendo sottile ed incerta dal basso
diveniva a poco a poco decisa ed incontrollabile invadendo ogni parte del mio
corpo e paralizzando cuore e cervello. In quei momenti desideravo solo
annullarmi tra le sue braccia sicura che da lì a qualche secondo avrebbe
staccato la spina delle mie facoltà. E più riusciva ad impadronirsi
dell’origine dei miei pensieri e più mi convincevo di essere oggetto, e via
via cellula, molecola, atomo,
nucleo fino a sentire le mie passioni gonfiarsi a dismisura completamente in
balia della sua volontà.
Mi ripetevo mille volte al giorno, seduta alla mia
scrivania come davanti alla cassiera del supermercato che non era amore, ma solo
bisogno fisico o peggio volontà e piacere di essere dominata, sottomessa.
Divoravo
momenti e boccate d’aria, laniccia della sua giacca e pomeriggi che diventavano senza accorgersi notte, alba,
colazione e lavoro. Subivo la sua presenza, il suo modo di fare netto e
imbroglione, tenero e deciso che rafforzava la voglia di sesso escludendo tutto
il resto. Non gli riconoscevo doti particolari se non quello di sentirmi nulla e
nel contempo viva. Da qualche tempo aveva preso a farmi visita e nelle quattro
mura della mia casa ricalcavamo in fotocopia i minuti strappati durante il
lavoro. Ero ormai giunta al collasso, ripetuti orgasmi giornalieri m’aveva
fatto perdere chili e coscienza, ma come droga il momento del benessere durava
qualche attimo per poi tornare alla ricerca frenetica della fonte della mia
tossicità. Bastava una carezza o poco meno e mi squagliavo lasciando
ammonticchiati sul pavimento vestiti e creanza. Mi azzeravo volontariamente tra
le sue mani leggere alle ruvide
fantasie senza limiti e barriere reali. Convinta al momento che nulla al mondo
avesse potuto rimpiazzare le miriadi di sensazioni che m’invadevano lo
tormentavo al telefono, gli scrivevo lettere rimproverandolo di scarso interesse
nei miei confronti, magari solo perché durante il lavoro non aveva trovato
qualche minuto per me. Per farmi godere su quella poltrona di pelle nera o alla
macchinetta del caffè. Ebbene si, l’ardito esperimento riuscì senza intoppi,
riuscii a liquefarmi nel breve tempo di una tazzina di caffè sorseggiata con
indifferenza, mentre appoggiavo il mio ventre caldo sul suo braccio immobile,
rimasto rigido lungo il fianco. Ero entrata in un vortice di magnetismo e
adorazione dove anche la più banale delle ragioni veniva smantellata e
ridicolizzata rispetto al mio bisogno fisico di provare piacere. E giorno dopo
giorno mi sentivo aggredita dagli stessi miei desideri che andavano oltre
l’istinto animale trasformandosi in un gioco perverso di spersonalizzazione.
Avvertivo nella parete esterna della mia testa e nel punto più basso del mio
ventre la voglia irrefrenabile di obbedire ed essere comandata dove il rapporto
di sesso diventava necessario per esprimere potenza fisica e ricaricare la
dinamo della mia fantasia alla ricerca di qualche altra me stessa che ogni volta
credevo di vedere sempre più nitidamente oltre le barriere secolari di morale
ed educazione .
Un’attrazione selvaggia senza che il cuore ne fosse
minimamente sfiorato, continuava a battere senza che nulla succedesse, senza il
minimo scompenso si comportava come qualsiasi altro muscolo sopportando i doveri
della fatica e rimanendo sordo e muto.
Mi facevo orrore! Cercavo di aggrapparmi alle mie
cose, ma la nausea del momento dopo si modificava in desiderio e negli attimi
dell’attesa ricominciavo paziente e meticolosa ad addobbarmi indecentemente al
fine di superare come una specie di record le voglie del giorno precedente.
Studiavo davanti allo specchio mosse civette e angolature forti e con un po’
di allenamento ero riuscita perfino a guardarmi con i suoi occhi provando
immenso piacere.
Veniva a scadenze fisse: Lunedì, Mercoledì e
Venerdì prima di cena. Si tratteneva il tempo necessario per non inventare
scuse. E a scadenze fisse senza il minimo impegno riusciva a schiacciarmi i
pensieri deboli e ad intercettare quelli più ribelli. E come un medico che
riceve solo nei giorni dispari mi preparavo con puntiglio professionale
nell’attesa dell’unico cliente. Ormai avevo regolato il mio ritmo e la mia
vita nei buchi a disposizione. Sarebbe stato inutile chiedere di più, mi ero
accorta che negli altri giorni pari, durante l’orario di lavoro, trovava il
tempo per tenermi in eccitazione. Mi raccontava appuntamenti di lavoro con altre
signore, mi descriveva per filo e per segno i ricami delle mutandine della sua
segretaria particolare o il reggicalze rosso della mia collega che mi aveva
preceduto, e così via fino ad ispessire l’alone di mistero e premendo
l’acceleratore della velocità del mio sangue che scorreva tra le sponde delle
mie vene come un fiume in piena portandosi dietro scorie di ammirazione e
detriti di gelosie.
Si presentava verso le otto stanco, affamato di
riconoscenza, presunzione, e
nient’altro. Mai un ghigno altruista, specchio di uno stato d’animo disposto
a concedersi alla platea, mai un cenno d’affetto che potesse in qualche modo
mescolarsi ai nostri incontri di sesso, mai un attenzione particolare al mio
aspetto ogni giorno più marcato, mai una giustificazione alle mie povere,
oramai flebili, idee benpensanti. Senza dire una parola posava la giacca
sul divano e mi cingeva la vita stringendomi quel tanto che bastava per
farmi dimenticare in un attimo i buoni propositi e le cene sul fuoco. Per amor
del vero diventava prolisso solo quando il mio abbigliamento non collimava con i
suoi gusti. Ero pazzamente cotta di lui al punto di convincermi ben presto che
non ci poteva essere altro tipo di sesso. Che quell’amore senza penetrazione
era il massimo che una donna potesse aspettarsi. Aveva la magia di farmi sentire
come nessuno mai era riuscito. Mi voleva bella e sensuale e cercavo in tutti i
modi di accontentarlo. Ma le sue richieste andavano oltre, ogni sera un
desiderio in più da soddisfare, una voglia uscita chissà da dove che andava a
gonfiare la mia curiosità e la sua trasgressione.
Ed ero
bella, bella come una puttana illuminata dai fari nella notte, prostituta di
sesso e considerazione, infasciata da calze nere e reggicalze appena sbollati,
orgogliosa di tacchi a spillo che delicatamente mi strofinava sul pube fino ad
inumidirli. Gelosa del mio seno sempre più scollato o delle mie unghie oramai
esageratamente lunghe e rosse. Il mio sesso diventava un tesoro, una conchiglia
di inestimabile valore, mai trafugato e mai banalmente riempito di carne e
muscoli, sudori e sporcizie animalesche. Non m’avrebbe mai permesso di
allargare volgarmente le gambe come mettermi supina, alla stregua di una cagna a
quattro zampe in attesa dell’animale da soddisfare.
Non conoscevo nulla di lui, ma sinceramente non
me ne importava nulla. Era entrato e sarebbe uscito dalla mia vita come quando si entra e si esce da casa, sapevo
che per un altro po’ di tempo l’avrei frequentato e non chiedevo altro.
Perfettamente uguale alla sua immagine lo vedevo distante e pieno di energia
mentale, immerso nel suo mondo di estetica e bellezza senza tanti perché e
completamente privo di dubbi come chi affidandosi al destino lasciava che
l’Adige scorresse lento.