|
Passo il pomeriggio dentro una sala da the in attesa di un
messaggio che arriva soltanto alle sette: “Amore, avrei voglia di
vederti.” Sono parole che riempiono il cuore, ma lasciano il vuoto di
un pomeriggio feriale. Se penso a come era iniziata col desiderio
completo di una suite d’albergo, per estirparmi la noia che mi covava
da dentro, ho ricevuto in cambio soltanto un parcheggio, il bagno di
casa e le mattine che mi lasciano strascichi di un inferno che bolle,
di due gambe gemelle costrette a saziarsi di un fruscio inconsistente
di una calza che struscia. Come mi sono ridotta! A fare le prove con
la stessa mia mano, per sentire se è soda e se possa piacere, ormai
sono convinta che lui non mi vuole, che dietro a questa storia ci sono
solo parole, perché ciò che desidera non è una donna per farci
l’amore, ma una signora di classe che s’inginocchi e s’inchini, per
farla sentire umiliata e mignotta e lui che straripa e gode per averla
costretta a chiedere amore, per averla ridotta ad una larva di mente,
che accetta e subisce ogni tipo di mira.
Io o un’altra che differenza farebbe? Se alla fine non sono
le gambe, la bocca ed il seno, ma la situazione nella mente che crea,
e la trasgressione che nasce ed io subisco supina. Non ha trovato un
pomeriggio per farmi felice, per saziarci di carne in un alberghetto
di strada, Cecilia dice che devo aspettare, ma io ho sempre la fretta
di seguire la scia, di sentirmi bella tra gambi di rosa, dove spunta
il mio viso sorridente al regalo. Non posso aspettare e tornare nel
guscio, ora proprio ora che mi sento disposta, in attesa che un uomo
mi dedichi ore, mi dedichi gli occhi mentre accavallo le gambe.
Chissà perché ora sto pensando al ragazzo, che ogni giorno
ammicca il suo sguardo ficcante, se porto la gonna lo vedo più
attento, sto con la mente visualizzando la scheda, diciannove anni ed
abita in centro, secondo figlio di una coppia separata da tempo, vive
col padre un giornalista famoso, tra i suoi hobby c’è scritto sport,
donne e moto, pratica la box che io detesto, nei suoi discorsi di
parte esalta la razza, il maschio al centro e la donna che gira, in un
microcosmo aberrante e fazioso che contesto ogni volta senza successo.
Perché mi viene in mente se in faccia gli dico che è solo
un viziato, suo padre dovrebbe lasciarlo più a stecca, per fargli
sentire dove nasce l’amore, nella consapevolezza di essere uguali
nonostante il sesso, il destino la pelle e la differenza di ceto.
Chissà perché ora mi viene in mente la gonna fiorata, la più corta che
possiedo in armadio, che non ho mai messo al lavoro, che scaccio il
pensiero di indossarla domani, che l’attenzione che voglio non passa
per le gambe che mostro, ma per la voglia di capire nel fondo questo
ragazzo che s’ostina di andare controcorrente.
-------------------------
Oggi mi sento meglio, Claudio stamattina mi ha fatto i
complimenti, per la gonna fiorata per il seno che schiudo agli sguardi
intriganti. Sulla metro ho fatto le prove, è bastato niente per un
sorriso ed un approccio. Oddio se davvero volessi! Li avrei tutti
sotto i miei tacchi, che gialli che alti mi fanno sentire una papera
vera. Ma oggi ho voglia di scandalizzare, anche Cecilia m’ha guardata
dubbiosa, troppo eccentrica per un’insegnante di scuola privata. In
classe non è volata una mosca, tutti attenti a sentirmi parlare,
Davide al primo banco mi ha fatto domande, senza senso ma ho
apprezzato lo sforzo, la voglia di interloquire con me e con gli
altri. Basta davvero una gonna? Decisamente mi sento meglio, anche
perché durante la pausa, mi ha detto che stavo benissimo, che se non
avesse avuto vent’anni di meno, m’avrebbe chiesto d’uscire.
Ho sorriso lasciando cadere il discorso, ho abbassato lo
sguardo sperando che concretizzasse l’invito. Invece niente, non ho
capito se mi snobba oppure recita la parte dello studente. Sono troppo
vecchia allora? Oppure non osa perché mi vede inavvicinabile? Ma chi
l’ha detto che una docente non può uscire con un suo allievo? In fin
dei conti non faccio niente di male se sto cercando chi mi riempia le
ore, si può ascoltare musica o parlare soltanto, passeggiare lungo le
strade e commentare vetrine. Null’altro sto cercando, di null’altro
avrei ora bisogno, visto che ho un marito ed un amante, ed il sesso
che mi soddisfa mi trova nel sogno ed all’alba mi lascia sudata.
Allora perché rallento? E sento i passi di Davide che mi
sta rincorrendo. Non sa cosa dirmi e fa finta di riprendere fiato.
Attendo e non parla ed io sono già vicina alla metro. Sto scendendo le
scale, ancora qualche passo ed anche questa gonna finirà in una bolla
di fumo. Che pena affidarmi ad uno straccio fiorito, che pena ad un
ragazzo che sembrava deciso. Dove sono finiti i suoi discorsi sul
maschio e la femmina che deve obbedire? Lo vedo che freme, che
vorrebbe dirmi se accetto due passi.
-----------------------
Cosa ci faccio sopra questo divano e se suo padre
rincasasse di colpo? Cosa gli dico che sto dando lezioni a suo figlio?
Davide è in giro per casa, sta cercando una foto d’un viaggio negli
Usa, a tutti i costi vuole che veda la sua ragazza americana. Claudio
m’ha chiamata tre volte, era libero m’ha chiesto di vederci ed al mio
rifiuto ha capito che c’era qualcosa di strano. E’ sempre così quando
desidero tanto una cosa, viene vecchia prima di averla ottenuta.
Davide ha messo musica che non conosco, mi ripete ogni
voglia se mi piace, io annuisco ma per me è solo rumore, tutto
contento torna e mi mostra la foto, un sussulto di sorpresa non
immaginavo che fosse così grande, lui si butta sul divano e ride a
crepapelle. “Ma è uno scherzo questa è mia madre.” E con l’altra mano
mi porge la foto della sua ragazza, una bionda con il fisico da
modella, arrossisco più per la foto che per lo scherzo.
“Mio padre e mia madre non sono stati nemmeno un giorno
insieme, sembra quasi che m’abbiano fatto per corrispondenza.” Poi mi
chiede se voglio del vino, io rifiuto ma lui insiste mi sento quasi
fuori luogo, cerco di riprendere il mio ruolo di professoressa.
“Guarda che domani c’è il compito in classe, ti lascio perché così
studi qualcosa.” “No ti prego è tanto che sogno questo momento.” Rido.
“E per quale motivo?” “Non saprei dirti. Ogni volta che faccio
qualcosa sei il mio riferimento, i tuoi giudizi sono il mio metro, ad
esempio quando suono il piano, t’immagino seduta su quella poltrona
che mi ascolti.” Mi fissa. “Ehi e che fine ha fatto il ragazzo
strafottente, quello che parla per il gusto di inimicarsi la massa. Le
pensi davvero quelle cose, sulla superiorità del maschio? O le dici
soltanto per il gusto di sentirti uno contro tutti.” Rimane per un
attimo in silenzio. “Perché dovrei? Certo che le penso! In fondo siamo
diversi! Odio l’appiattimento dei sessi...” “Beh anch’io, non ho mai
escluso che ci sia differenza. Per l’amor di Dio ci deve essere! Ma
non credo che ci sia un sesso che per intelligenza prevalga
sull’altro!” Non pensa e risponde. “Ma io sono più forte di te, e
questo non puoi negarlo, se volessi in questo momento potrei legarti e
costringerti ad obbedirmi.” “Ma questa non è intelligenza!” Si alza di
scatto. “Corpo e mente si equivalgono, sono in perfetta simbiosi,
prendi gli animali, i loro comportamenti radicati nel tempo sono
basati sulla forza.” “Ma non è l’intelligenza che determina i sessi.”
Mi accorgo che sto urlando. “La gatta non potrebbe ragionare
indipendentemente dal suo ruolo! Basa la sua vita all’istinto che è
una sommatoria perfetta di forza e ragione.” “Dai Davide non posso
pensare che un ragazzo come te possa avere queste idee e poi sei in
netta contraddizione perché allora dovrei giudicarti quando suoni?”
Cosa c’entra! Tu sei la mia musa ispiratrice, sei le tette di mia
madre che mi facevano crescere, sei il ventre che mi ha dato l’arte.”
“Quindi io non sono femmina? Sono un’entità astratta? Senza sesso!”
“Diciamo così quella che hai tra le gambe m’interessa, ma quando suono
diventa eterea senza carne né pelle.”
Se solo sapesse che tra le gambe non ho nulla, neanche un
paio di mutande. “Scusami” Mi alzo e prendo la borsa, “S’è fatto tardi
devo andare” “Dai aspetta suono qualcosa” “No Davide è tardi e mio
marito mi aspetta.” Si fa cupo e quasi sottovoce sbotta. “Lo so sai
che sei senza mutande.” Arrossisco. La voce si fa più cavernosa.
Abbassa lo sguardo. Lo so sai che hai un amante e questa gonna fiorata
la indossi per i suoi occhi.” Devo sedermi sto quasi cadendo. “Davide
ma che dici?” “Non negare ti ho seguita.” Non so che replicare. Dire
che non è carino seguirmi sarebbe banale, ma non mi viene altro.
“Questo non dovevi farlo.” Guardo i suoi occhi, sono gelidi. Oddio ha
in mente qualcosa. Sicura che ora sbotta e mi ricatta. No, non posso
pensarlo! “Tuo marito che ne pensa?” Sorride. “Mio marito non sa
niente.” La sua mano è sul mio ginocchio. “E se lo sapesse?” La gonna
si increspa. “Perché dovrebbe saperlo?” La sento che trema, sale e si
ferma. “Dai, Davide è tardi.” Non voglio cedere a questo ricatto!
“Potrei scrivergli un biglietto anonimo.” Mi volto di scatto e gli
allento uno schiaffo. Ride. “Potrei dirgli ogni minimo dettaglio.”
Perché non fermo la mano? Ora è lì che mi tocca, proprio lì dove una
signora per bene si proteggerebbe almeno con uno straccio di stoffa.
Ed invece io sono nuda, in balia di una mano che sale, che scende,
s’asciuga e si unge. “Davide ti prego.” Ma in realtà non prego niente,
mi piace questo ricatto, mi piacciono queste dita che sanno di
prepotenza, mi piace il pretesto per non alzarmi e fuggire. Lui se ne
accorge. Ha vinto.
Toglie la mano e si alza, chiude le tapparelle e torna
deciso, nella penombra c’è una professoressa che aspetta. Se avessi
uno specchio avrebbe la faccia di un’altra collega. Non posso essere
io quella seduta su un divano di pelle, con la gonna alzata e le gambe
socchiuse, che fremo e gli chiedo di ricominciare proprio nel punto
dove s’era interrotto. Il mio respiro diventa più denso, la sua mano
un raggio di sole che schiude una rosa. Non parla, non parlo. Mi viene
più vicino. Ora non ci sono distanze, non ci sono paure. Mi chiama
dentro l’orecchio, mi raccoglie i capelli e scivola e bagna il mio
collo obbediente.
Poi si ferma, mi bacia la bocca, le labbra, la lingua. “Non
ti ho seguita sai, mi sono buttato ad indovinare.” Continua a
baciarmi. “Che sei senza mutande l’avevo intravisto a scuola, il resto
è pura fantasia.” Si sbottona i pantaloni. Non penso e l’afferro. La
mano si fa esperta, chiudo gli occhi e l’accompagno. A cosa servirebbe
dirgli che sono contenta di averci creduto! Ora vado più forte. Si
lascia fare e mi guarda estasiato. Lo vedo che vuole, vedermi
toccarmi, dove mi ha immaginata per notti. Faccio scendere la
spallina. E’ un seno di donna matura, leggermente calato. Chissà se
riesce a notarlo? La mia mano è perfetta, lo accarezza e l’avvolge. Il
ritmo sale. Decido che questo è il momento. Scendo. Ha il gusto
esuberante di voglia che chiede. Tenta di divincolarsi, lo sento che
non sta nella pelle. Vorrebbe altro, tutto in pochi secondi. Ma è
davvero tardi e i miei vent’anni di troppo sanno come si doma un sesso
proteso d’un ragazzo che chiede, d’una professoressa che insegna. “Hai
capito cosa ti ho detto?” Ma non rispondo. Anche se volessi non potrei
farlo.
CAPITOLO SUCCESSIVO >>> |
|