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LE RACCOLTE DI LIBERAEVA
 
     
 
 
     

 

     
 
 

Vizi e Virtù di una signora di classe

CAPITOLO 9

La professoressa

 

FOTO Paolo Gualdi

MODELLA Ruana de Rosa

 
 
 
     
 
 

Passo il pomeriggio dentro una sala da the in attesa di un messaggio che arriva soltanto alle sette: “Amore, avrei voglia di vederti.” Sono parole che riempiono il cuore, ma lasciano il vuoto di un pomeriggio feriale. Se penso a come era iniziata col desiderio completo di una suite d’albergo, per estirparmi la noia che mi covava da dentro, ho ricevuto in cambio soltanto un parcheggio, il bagno di casa e le mattine che mi lasciano strascichi di un inferno che bolle, di due gambe gemelle costrette a saziarsi di un fruscio inconsistente di una calza che struscia. Come mi sono ridotta! A fare le prove con la stessa mia mano, per sentire se è soda e se possa piacere, ormai sono convinta che lui non mi vuole, che dietro a questa storia ci sono solo parole, perché ciò che desidera non è una donna per farci l’amore, ma una signora di classe che s’inginocchi e s’inchini, per farla sentire umiliata e mignotta e lui che straripa e gode per averla costretta a chiedere amore, per averla ridotta ad una larva di mente, che accetta e subisce ogni tipo di mira.

Io o un’altra che differenza farebbe? Se alla fine non sono le gambe, la bocca ed il seno, ma la situazione nella mente che crea, e la trasgressione che nasce ed io subisco supina. Non ha trovato un pomeriggio per farmi felice, per saziarci di carne in un alberghetto di strada, Cecilia dice che devo aspettare, ma io ho sempre la fretta di seguire la scia, di sentirmi bella tra gambi di rosa, dove spunta il mio viso sorridente al regalo. Non posso aspettare e tornare nel guscio, ora proprio ora che mi sento disposta, in attesa che un uomo mi dedichi ore, mi dedichi gli occhi mentre accavallo le gambe.

Chissà perché ora sto pensando al ragazzo, che ogni giorno ammicca il suo sguardo ficcante, se porto la gonna lo vedo più attento, sto con la mente visualizzando la scheda, diciannove anni ed abita in centro, secondo figlio di una coppia separata da tempo, vive col padre un giornalista famoso, tra i suoi hobby c’è scritto sport, donne e moto, pratica la box che io detesto, nei suoi discorsi di parte esalta la razza, il maschio al centro e la donna che gira, in un microcosmo aberrante e fazioso che contesto ogni volta senza successo.

Perché mi viene in mente se in faccia gli dico che è solo un viziato, suo padre dovrebbe lasciarlo più a stecca, per fargli sentire dove nasce l’amore, nella consapevolezza di essere uguali nonostante il sesso, il destino la pelle e la differenza di ceto. Chissà perché ora mi viene in mente la gonna fiorata, la più corta che possiedo in armadio, che non ho mai messo al lavoro, che scaccio il pensiero di indossarla domani, che l’attenzione che voglio non passa per le gambe che mostro, ma per la voglia di capire nel fondo questo ragazzo che s’ostina di andare controcorrente.

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Oggi mi sento meglio, Claudio stamattina mi ha fatto i complimenti, per la gonna fiorata per il seno che schiudo agli sguardi intriganti. Sulla metro ho fatto le prove, è bastato niente per un sorriso ed un approccio. Oddio se davvero volessi! Li avrei tutti sotto i miei tacchi, che gialli che alti mi fanno sentire una papera vera. Ma oggi ho voglia di scandalizzare, anche Cecilia m’ha guardata dubbiosa, troppo eccentrica per un’insegnante di scuola privata. In classe non è volata una mosca, tutti attenti a sentirmi parlare, Davide al primo banco mi ha fatto domande, senza senso ma ho apprezzato lo sforzo, la voglia di interloquire con me e con gli altri. Basta davvero una gonna? Decisamente mi sento meglio, anche perché durante la pausa, mi ha detto che stavo benissimo, che se non avesse avuto vent’anni di meno, m’avrebbe chiesto d’uscire.

Ho sorriso lasciando cadere il discorso, ho abbassato lo sguardo sperando che concretizzasse l’invito. Invece niente, non ho capito se mi snobba oppure recita la parte dello studente. Sono troppo vecchia allora? Oppure non osa perché mi vede inavvicinabile? Ma chi l’ha detto che una docente non può uscire con un suo allievo? In fin dei conti non faccio niente di male se sto cercando chi mi riempia le ore, si può ascoltare musica o parlare soltanto, passeggiare lungo le strade e commentare vetrine. Null’altro sto cercando, di null’altro avrei ora bisogno, visto che ho un marito ed un amante, ed il sesso che mi soddisfa mi trova nel sogno ed all’alba mi lascia sudata.

Allora perché rallento? E sento i passi di Davide che mi sta rincorrendo. Non sa cosa dirmi e fa finta di riprendere fiato. Attendo e non parla ed io sono già vicina alla metro. Sto scendendo le scale, ancora qualche passo ed anche questa gonna finirà in una bolla di fumo. Che pena affidarmi ad uno straccio fiorito, che pena ad un ragazzo che sembrava deciso. Dove sono finiti i suoi discorsi sul maschio e la femmina che deve obbedire? Lo vedo che freme, che vorrebbe dirmi se accetto due passi.

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Cosa ci faccio sopra questo divano e se suo padre rincasasse di colpo? Cosa gli dico che sto dando lezioni a suo figlio? Davide è in giro per casa, sta cercando una foto d’un viaggio negli Usa, a tutti i costi vuole che veda la sua ragazza americana. Claudio m’ha chiamata tre volte, era libero m’ha chiesto di vederci ed al mio rifiuto ha capito che c’era qualcosa di strano. E’ sempre così quando desidero tanto una cosa, viene vecchia prima di averla ottenuta.

Davide ha messo musica che non conosco, mi ripete ogni voglia se mi piace, io annuisco ma per me è solo rumore, tutto contento torna e mi mostra la foto, un sussulto di sorpresa non immaginavo che fosse così grande, lui si butta sul divano e ride a crepapelle. “Ma è uno scherzo questa è mia madre.” E con l’altra mano mi porge la foto della sua ragazza, una bionda con il fisico da modella, arrossisco più per la foto che per lo scherzo.

“Mio padre e mia madre non sono stati nemmeno un giorno insieme, sembra quasi che m’abbiano fatto per corrispondenza.” Poi mi chiede se voglio del vino, io rifiuto ma lui insiste mi sento quasi fuori luogo, cerco di riprendere il mio ruolo di professoressa. “Guarda che domani c’è il compito in classe, ti lascio perché così studi qualcosa.” “No ti prego è tanto che sogno questo momento.” Rido. “E per quale motivo?” “Non saprei dirti. Ogni volta che faccio qualcosa sei il mio riferimento, i tuoi giudizi sono il mio metro, ad esempio quando suono il piano, t’immagino seduta su quella poltrona che mi ascolti.” Mi fissa. “Ehi e che fine ha fatto il ragazzo strafottente, quello che parla per il gusto di inimicarsi la massa. Le pensi davvero quelle cose, sulla superiorità del maschio? O le dici soltanto per il gusto di sentirti uno contro tutti.” Rimane per un attimo in silenzio. “Perché dovrei? Certo che le penso! In fondo siamo diversi! Odio l’appiattimento dei sessi...” “Beh anch’io, non ho mai escluso che ci sia differenza. Per l’amor di Dio ci deve essere! Ma non credo che ci sia un sesso che per intelligenza prevalga sull’altro!” Non pensa e risponde. “Ma io sono più forte di te, e questo non puoi negarlo, se volessi in questo momento potrei legarti e costringerti ad obbedirmi.” “Ma questa non è intelligenza!” Si alza di scatto. “Corpo e mente si equivalgono, sono in perfetta simbiosi, prendi gli animali, i loro comportamenti radicati nel tempo sono basati sulla forza.” “Ma non è l’intelligenza che determina i sessi.” Mi accorgo che sto urlando. “La gatta non potrebbe ragionare indipendentemente dal suo ruolo! Basa la sua vita all’istinto che è una sommatoria perfetta di forza e ragione.” “Dai Davide non posso pensare che un ragazzo come te possa avere queste idee e poi sei in netta contraddizione perché allora dovrei giudicarti quando suoni?” Cosa c’entra! Tu sei la mia musa ispiratrice, sei le tette di mia madre che mi facevano crescere, sei il ventre che mi ha dato l’arte.” “Quindi io non sono femmina? Sono un’entità astratta? Senza sesso!” “Diciamo così quella che hai tra le gambe m’interessa, ma quando suono diventa eterea senza carne né pelle.”

Se solo sapesse che tra le gambe non ho nulla, neanche un paio di mutande. “Scusami” Mi alzo e prendo la borsa, “S’è fatto tardi devo andare” “Dai aspetta suono qualcosa” “No Davide è tardi e mio marito mi aspetta.” Si fa cupo e quasi sottovoce sbotta. “Lo so sai che sei senza mutande.” Arrossisco. La voce si fa più cavernosa. Abbassa lo sguardo. Lo so sai che hai un amante e questa gonna fiorata la indossi per i suoi occhi.” Devo sedermi sto quasi cadendo. “Davide ma che dici?” “Non negare ti ho seguita.” Non so che replicare. Dire che non è carino seguirmi sarebbe banale, ma non mi viene altro. “Questo non dovevi farlo.” Guardo i suoi occhi, sono gelidi. Oddio ha in mente qualcosa. Sicura che ora sbotta e mi ricatta. No, non posso pensarlo! “Tuo marito che ne pensa?” Sorride. “Mio marito non sa niente.” La sua mano è sul mio ginocchio. “E se lo sapesse?” La gonna si increspa. “Perché dovrebbe saperlo?” La sento che trema, sale e si ferma. “Dai, Davide è tardi.” Non voglio cedere a questo ricatto! “Potrei scrivergli un biglietto anonimo.” Mi volto di scatto e gli allento uno schiaffo. Ride. “Potrei dirgli ogni minimo dettaglio.” Perché non fermo la mano? Ora è lì che mi tocca, proprio lì dove una signora per bene si proteggerebbe almeno con uno straccio di stoffa. Ed invece io sono nuda, in balia di una mano che sale, che scende, s’asciuga e si unge. “Davide ti prego.” Ma in realtà non prego niente, mi piace questo ricatto, mi piacciono queste dita che sanno di prepotenza, mi piace il pretesto per non alzarmi e fuggire.  Lui se ne accorge. Ha vinto.

Toglie la mano e si alza, chiude le tapparelle e torna deciso, nella penombra c’è una professoressa che aspetta. Se avessi uno specchio avrebbe la faccia di un’altra collega. Non posso essere io quella seduta su un divano di pelle, con la gonna alzata e le gambe socchiuse, che fremo e gli chiedo di ricominciare proprio nel punto dove s’era interrotto. Il mio respiro diventa più denso, la sua mano un raggio di sole che schiude una rosa. Non parla, non parlo. Mi viene più vicino. Ora non ci sono distanze, non ci sono paure. Mi chiama dentro l’orecchio, mi raccoglie i capelli e scivola e bagna il mio collo obbediente.

Poi si ferma, mi bacia la bocca, le labbra, la lingua. “Non ti ho seguita sai, mi sono buttato ad indovinare.” Continua a baciarmi. “Che sei senza mutande l’avevo intravisto a scuola, il resto è pura fantasia.” Si sbottona i pantaloni. Non penso e l’afferro. La mano si fa esperta, chiudo gli occhi e l’accompagno. A cosa servirebbe dirgli che sono contenta di averci creduto! Ora vado più forte. Si lascia fare e mi guarda estasiato. Lo vedo che vuole, vedermi toccarmi, dove mi ha immaginata per notti. Faccio scendere la spallina. E’ un seno di donna matura, leggermente calato. Chissà se riesce a notarlo? La mia mano è perfetta, lo accarezza e l’avvolge. Il ritmo sale. Decido che questo è il momento. Scendo. Ha il gusto esuberante di voglia che chiede. Tenta di divincolarsi, lo sento che non sta nella pelle. Vorrebbe altro, tutto in pochi secondi. Ma è davvero tardi e i miei vent’anni di troppo sanno come si doma un sesso proteso d’un ragazzo che chiede, d’una professoressa che insegna. “Hai capito cosa ti ho detto?” Ma non rispondo. Anche se volessi non potrei farlo.

 

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COMMENTI DALLA RETE

Il bisogno del vivere e' nell'indole umana.. la trasgressione e' invece quella forza che ti spinge, qualora avvolta dalla passione a fare cose impensabili... ad affrontare situazioni immerse in paesaggi strani ma ti rimangono legati da ricordi fatti di odori e sensazioni...... Io ne ho fatti... ne faccio..... e tutto per una donna che non sara' mai mia, per una donna bellissima, per un amante ideale che mostrando senso di discrezione e maturita' non ha mai cercato niente consapevole dei suoi limiti, consapevole dei miei. Questa e' vita, la vivo e la vivro'.. non ne posso fare a meno. Mi riempie costantemente, mi completa nel rapporto monotono di un matrimonio ormai spento.. matrimonio che non puoi cancellare. Quindi cosa rimane di questa vita. La passione che arde dentro e non vuole spegnersi mai. Questo cerco, questo voglio, perche' esiste... Brava! Questo ho capito leggendo questi racconti, ma forse è solo la mia vita. Corrado C.

 
 
 
 

 

 
 

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 pubblicazione Maggio 2005

 
 

       

 
 
 
 

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