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Sono qui su questa metro affollata che trasuda d’odori, mi
chiedo cosa ci faccio dentro questo budello che mi sta portando al lavoro,
confusa tra le mani e le braccia di gente che ieri è rimasta in famiglia,
cena e tv e poi è andata a dormire. Se solo volessi ci vorrebbe assai
poco, per far cambiare i pensieri gli istinti, che girano assonnati dentro
queste teste chinate. Mi guardano in tanti m’infilano gli occhi, chissà se
riescono a vedere il merletto, se questo reggiseno bianco dà l’idea di
cosa è successo stanotte?
Se solo volessi basterebbe una trama di pelle, per fargli
scordare di colpo mogli e bambini, o qualche rata che scade e non li fa
dormire la notte. Non c’è altro posto al mondo dove si concentrano
sguardi, attenti ad ogni dettaglio, ogni piccola mossa come bocche da
fuoco, o cecchini che ti seguono pronti allo scoppio. Potrei prendere
l’astuccio dei trucchi e far finta di guardarmi allo specchio, magari
allungare l’ombretto o sparlarmi di rosso le labbra, che di sicuro stamane
ne avranno bisogno. Se solo sapessero che per la prima volta stanotte, ho
assaggiato due maschi a distanza di un’ora, che questo seno che fa
capolino, ha avuto due padroni senza averne rigetto, e l’ha soddisfatti
ambedue, senza che il secondo abbia avvertito la presenza del primo.
Difficile pensare tutto questo dentro una metro, che mi
porta diritta al lavoro, dalla mia amica Cecilia che la vedo già ansiosa
che vuole sapere. Ma io non ho voglia di parlare, sento solo imbarazzo,
che quest’uomo di fronte possa aver carpito i pensieri, e davvero crede
che i miei seni abbiano già due padroni due lingue due bocche. Vorrei
dirgli che di niente dovrebbe essere certo, ma che se davvero lo pensa non
sbaglia poi tanto, a vedere malizia tra queste due gambe, tra questa trama
di calza che strofino, per essere convinta che non sia l’ultima metro che
prendo, perché poi non è la fine del mondo, e chissà quante donne ieri
sera sono andate ad una festa, con la loro amica migliore in una villa
sull’Appia, che poi non era un’amica, non era una festa ed il ristorante
non era neanche sull’Appia.
Ho la sensazione di essere preda, e chiunque in questo
momento possa alzarmi la gonna senza chiedermi nemmeno il permesso, come
una donna sugli scogli sorpresa da un’onda più forte, che sbatte che sente
il risucchio dell’acqua, ed il vento s’infrange tra le sue gambe, dentro
il dovere che uomini e uomini considerano tale. Stamattina i pensieri
girano anarchici e liberi, chissà se hanno una logica tra la paura mai
doma di rimanere attaccata alle cose di sempre, e il desiderio infinito di
darla e tradire il mio uomo, per la stessa ragione che ieri ho aperto le
gambe, ed ora vado riflettendo sul mondo, e l’amore nel segreto d’una
metro bollente, al riparo d’un paio d’occhiali da sole.
Amore? Ma che stronza parola che ho detto! La sensazione
che la notte ha lasciato, è simile allo strascico impolverato di un
vestito da sposa. E m’affido al tempo perché l’odore di sporco, passi
veloce e non rimanga che niente, non rimanga che una donna che sta andando
al lavoro, una moglie che si culla al pensiero che oggi, sul fango se ha
appena piovuto, chiuda gli occhi e ne apprezzi il bagnato, l’impeto di
sesso tra le labbra e la lingua, lasci andare nel fondo gli intarsi di
pelle dove s’annida la colpa, lasci che pulisca che lavi. Ho voglia di
sentirmi protetta come sotto un ombrello quando piove a dirotto, e poi ti
rilassi e t’asciughi davanti ad un camino; ho voglia di sentirmi perfetta,
stipare in un sogno la notte passata, accavallare le gambe al semplice
istinto, senza sapere che dietro ad ogni mossa c’è una serata vicina,
troppo vicina per non ricordare i dettagli.
Sapesse quest’uomo che ora mi guarda, quanto è complicato
allargare le cosce, quanto sentirsi padrona del proprio bisogno, che
subito dopo diventa sporcizia, come carne che ti scordi nel frigo, e ti
lascia per giorni l’odore, nonostante l’aceto il detersivo il limone. E se
cedessi al richiamo di questi occhi insistenti? Magari accettando l’invito
di scendere adesso, forse smetterei di pensare che ieri è stata la notte
che m’ha cambiato la vita, perché ogni giorno che passa ti modifica
dentro, ed un uccello è un dettaglio che ti scalfisce se è il solo che hai
preso durante una vita. Vorrei chiamare Cecilia e dirle che ho le mie
cose, che avvertisse che oggi non vado ed andare a passeggio per il Pincio
e Villa Borghese tanto per quel che mi serve, quest’uomo o un altro non fa
differenza.
Lui insiste forse ha intuito qualcosa, mi chiama signora ma
io non lo ascolto. Chissà se anche lui fa l’amore dentro un parcheggio, o
preferisce il bagno di una stazione di metro, tra il via vai di gente che
bussa, e il ghigno di una donna in grembiule che pretende la mancia. Ho
deciso affronto Cecilia e le racconto di tutto, come mi sono sentita in
quel parcheggio di notte, e come mi sento ora tradita dal desiderio, che
accarezzavo ogni notte riservandogli l’ora più intima e buia, dove non ci
sarà mai uno squillo che chiama o un marito che indaga scrutandoti gli
occhi.
Salgo in superficie e il telefono squilla, è Ceci
impaziente che vuole sapere, la vedo dall’altra parte del marciapiede, fa
avanti ed indietro e non sta nella pelle. E’ bella Cecilia i suoi capelli
sono una cascata di biondo sopra le spalle, i suoi occhi due pennellate di
cielo in un campo di grano. Alta magra e l’anima giusta sa sempre quello
che vuole, e se qualcosa non torna se lo lascia alle spalle, senza scavare
ogni minima inezia sezionare un dettaglio, e dargli per forza un odore,
proprio come ora sto facendo, ingrandendo quell’uccello ogni volta che
penso, sentendolo tra i denti nel naso e dalle parti dove ancora sento
bruciore.
Adesso m’ha visto, si sbraccia e mi chiama. “Claudia, sono
qui!” Mi corre incontro: “Dai dimmi.” Come se io potessi raccontare ogni
cosa, tra macchine e gente in mezzo la strada. “Allora, non ti vedo
felice! Scommetto che è stato una frana.” Sorrido. “Forse perché non lo è
stato, ma non ho voglia di raccontare, ti prego.” Mi prende per un braccio
e mi trascina. Ci sediamo in una saletta davanti ad un caffè. In cinque
minuti non tralascio un dettaglio, fedele riassumo ogni momento compreso
il parcheggio e la fontana che scoscia. Ma quale albergo al centro di
Roma? Ma quale suite sul Tevere che passa? Cecilia m’ascolta ed
impazzisce, a bocca aperta non crede alle sue orecchie. Naturalmente
lascio stare mio marito e tutto ciò che è successo nel letto.
Mi guarda, m’ammira e mi bacia. “Ti capisco, ma è una
questione di ore, vedrai come il mondo cambierà ogni aspetto, ed i colori
non sono né 10 né 100, ma milioni e milioni ed ognuno diverso.” Non riesco
a capirla ma lei parte a ruota libera, mi cita Wilde, Flaubert e l’Allende.
“Se ti convincessi che anche le rose profumano per mestiere non
cercheresti il lato romantico dentro ogni cosa. Credo che sia questo il
punto, ma a me basta pensare che tu abbia avuto la forza di uscire di
casa, il resto sono solo momenti che non possono annacquare i motivi. Mia
cara, non si combatte il male di vivere pensando a stasera e a cosa fare
per cena, che cosa dirà tua suocera se quando chiama non rispondi. Forse
questa non sarà la terapia giusta, forse lui non sarà la persona più
adatta.”
La interrompo. “Ma no, no, lui non c’entra nulla, sono io
che mi metto in discussione ogni volta che cambio percorso. E poi non mi
era mai successo! Mi sento devastata nell’intimo!” “Lo credo! Da quello
che mi hai raccontato!” Ride. Faccio per andare e lei mi rincorre. “Ma dai
era una battuta!” “Hai ragione scusami sono io che non accetto nulla in
questo momento. Senti ti dispiace se non vengo a lavoro? Ho bisogno di
stare un po’ sola, di fare una passeggiata tra il verde.” “Non ti
preoccupare.” Mi bacia e mi abbraccia più forte.
Lei è solo buona sono io che sono complicata! Percorro in
salita la strada fino a Villa Borghese, penso a cosa dirà Suor Letizia, la
mia prima assenza per malattia! Mi preoccupo per i ragazzi, chi sarà la
supplente? Mi faccio forza e mi impongo che non devo pensarci, oggi mi
sembra davvero tutto cambiato, ha ragione Cecilia quando dice che vedo più
colori, anche se al momento distinguo solo sfumature più chiare e più
scure. Ha ragione quando dice che della vita va vissuto ogni risvolto, e
non è un momento che può svalutare la ragione. Passeggio lungo l’ombra dei
pini mi sorprendo a pensare, che ieri durante la cena, come stanotte come
oggi fino a questo momento, non ho avvertito un accenno del mio malessere,
all’ansia che mi blocca le gambe e mi chiude la gola, al cuore che batte e
perde dei colpi, e la notte nel letto fa cigolare la rete. Ha ragione lei,
l’importante è essere uscita essermi scrollata la cappa, di quel vuoto
appiccicoso che non ti incatena e non lega, ma è più forte di qualsiasi
corda che ti fa sanguinare i polsi. Che bello sentire il rumore calmo del
vento, il fruscio delle foglie perché il silenzio non è mai muto, se lo
fosse sarebbe solo angoscia che grida.
Ma davvero non l’avevo previsto? Il telefono squilla, alla
fine rispondo. Davvero pensavo che non mi chiamasse? Nel fondo del fondo
c’è sempre l’orgoglio di sapere che qualcuno nel mondo ti brama e ti
pensa. Nel fondo del fondo c’è una donna malata che fa l’amore e si culla,
e si lascia rapire dai propri bisogni, a torto e a ragione che fremono
dentro. E’ lui che m’ha chiamata, lo penso ossessiva da ieri, ma non m’ero
accorta che aveva lo stesso mio nome al maschile! Mi dice che non ha
dormito la notte, che all’alba mi ha scritto ma poi ha cancellato il
messaggio. Mi dice che m’ama, oddio, si m’ama, e fitto mi parla come se
fossi una venere uscita dall’acqua, e fitto mi dice come se io fossi un
sogno che nessuno ha mai colto. Non fa cenno per nulla alla notte
trascorsa, al sesso alla carne all’odore che soltanto io ricordo.
Come è possibile, che su questa notte ci veda solo poesia?
Ci veda l’amore che se non l’avessi vissuta, mi farebbe pensare a una
passione struggente, consumata tra le righe di due persone distanti,
mentre io sono qui che ingrandisco i dettagli, di una lampo che scende, di
una gonna che s’alza. Mi dice che ha voglia di vedermi, che senza meta sta
girando per Roma, in cerca di due occhi dove ci si vede il tramonto. Se
fossi io la sola che vede il mondo distorto? Che non crede a niente perché
non crede a se stessa, ma allora perché mi ha cercata stamattina? Non
credo che abbia bisogno di sesso, almeno lo spero, mentre con una flebile
voce gli dico che come lui sto passeggiando, dentro una Roma che ammazza
la notte, come due caffè presi prima dell’alba, e seduta l’aspetto alla
terza panchina in faccia al laghetto, dove in lontananza si sente il
rumore ovattato del mondo.
Ricevo un messaggio da mio marito, Marco mi ricorda che
sono sette anni che siamo sposati, e stasera vuole fare una festa, ha
invitato qualche suo amico, mi dice di chiamare Cecilia e quel suo amico
Claudio. Oddio me ne ero proprio dimenticata! In questi tre giorni m’è
passato un mondo per la testa. E’ vero, Cecilia per farmi conoscere il
tizio aveva previsto l’incontro il giorno del mio anniversario, dicendo a
mio marito che non sarebbe venuta da sola. Per paura che facesse sul serio
ho anticipato il tutto, accettando di incontrarlo a casa sua, e poi
l’invito di ieri sera. E adesso come faccio? La chiamo, ma lei ride, le
chiedo se ha un altro amico da portare, e lei ride e mi dà della scema.
Penso, ripenso e intanto aspetto.
Marco, mio marito, mi crede a lavoro. Mi
manda un altro messaggio, mi dice di non preoccuparmi, ha già chiamato il catering, non devo far altro che farmi più bella. Sì va bene ma non è
quello il problema, sono io il problema che mi vado ad infilare dentro
situazioni ad incastro. Che faccio lo chiamo? No aspetto che viene. Penso
a qualche mio collega, ma come faccio? Dovrei almeno dirgli per sommi e
per capi quello che mi è almeno successo.
Già sono sette anni che sono sposata! Sorriso pensando che
ieri ho festeggiato alla grande. Cena di pesce in un locale perfetto con
tovaglie e tendaggi rosa salmone. Poi l’amore quello che ti raschia anima
e ossa con un piccolo trascurabile dettaglio che non era un marito ma era
un amante, ma che dico uno sconosciuto qualunque che m’ha sconvolto quest’anniversario
di nozze, solo perché, per qualche motivo conosceva Cecilia. Basta
pensarlo! Ora l’aspetto e gli chiedo un favore, di comportarsi d’amico
d’amica che m’ha visto una volta, tanto Cecilia lo chiamerebbe lo stesso
perché lei è convinta che mi manchi il coraggio, che il suo ruolo è di
spingermi ogni volta che arretro. Sfido la sorte, tanto cosa potrebbe
accadere! Stasera non ci saranno mani che mi tappano il sesso, seni che si
mostrano complici e neanche rossetto spalmato più volte su due labbra
disposte non solo a parlare.
Squilla il telefono, è lui! Mi dice che l’ha chiamato
Cecilia. Lo sapevo! La conosco troppo bene per come si gongola in queste
situazioni intriganti. Sa tutto e non ci sono problemi, si sono messi
d’accordo e si vedono prima, però ora non può raggiungermi qui a Villa
Borghese, quello che aveva da fare lo anticipa a questa mattina, per cui
ci vediamo direttamente stasera, con le gemme di pesco che spera rimangano
fresche. Mi alzo e passeggio. Oddio ma non può essere vero! Lo stesso uomo
che ieri m’ha scopata, stasera alla festa del mio anniversario! Magari li
vedo che parlano fitto, e si scambiano segreti per come farmi godere! Ed
io lì che tremo li guardo e faccio il confronto di lingue di bocche che
hanno ciucciato il mio sesso, confronto le mani, le mani le stesse, che mi
tengono ferma quando caccio urli di voglia.
Ecco già sto pensando cosa mi metto stasera, per non dare
nell’occhio e non sfigurare, perché sono bella, sono bella col vestito che
fascia, una gonna che lascia lo spacco e il ricamo che proprio ieri ha
fatto il suo effetto. Cecilia ha il telefono staccato, chiamo il catering
e confermo due primi e un secondo, una torta alla frutta, gli domando se
hanno un pianista. Stasera in terrazza voglio ballare, scrollarmi di dosso
quest’angoscia, tanto a che serve? Ormai è andata, stasera voglio ballare
in faccia alla luna che mi rischiara i capelli, passo per passo mi faccio
portare, mostrando agli altri che non sono in cerca di altro, che mio
marito mi basta come nel ballo mi stringe come nel letto la sera riempie
di carne i miei seni distanti. Ma sì che vada come vada! Tanto tra noi non
c’è niente, non c’è stato nulla ieri sera, io sono uscita con Cecilia, in
una villa sull’Appia. Se m’ama è un suo capriccio, io non ho mai
pronunciato l’amore, si renderà conto che tutto è passato, che ho un
marito, amici e parenti, ed il sesso un bisogno che t’impegna nel mentre,
e quello che resta è uno strappo di calze, un livido rosa che il trucco
stamane ha tenuto segreto.
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