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Lui insiste, s’accanisce e mi preme, come se s’aspettasse
l’ultima goccia. Mi sento dentro una bolla, nascosta nell’incoscienza di
pareti più spesse, come se il cameriere non mi potesse vedere. Invece è lì
che guarda, con un sogghigno che guarda, chissà quante ne avrà già viste
di scene, d’amanti che macchiano la stoffa salmone, che svuotano i liquidi
delle proprie paure, delle proprie impotenze. Ma io ora sto bene, davvero
sto bene, se fossi in un letto m’addormenterei di colpo, come se quest’orgasmo
immobile e muto, m’avesse svuotata quanto una corsa per campi, quanto le
urla in preda a un’angoscia.
Sto bene e lo guardo, solo ora m’accorgo che il suo naso è
storto, ha la bocca fina ed il dorso della mano è folto di peli. Ora
s’aspetta qualcosa, lo vedo che ha fretta, paga il conto e mi guarda,
lascia la mancia e mi dice di andare. Certo non può finire con una donna
appagata ed un uomo che aspetta, almeno che lo ripaghi con la stessa
moneta, con la stessa tenacia che m’ha fatto venire. Ho sempre odiato
orgasmi asincroni perché è sempre la donna a godere per prima, e poi fa
fatica, perché la voglia è scemata, e non rimane che tecnica per metterci
amore, la coscienza di sapere che tra poco le tocca, superare sé stessa
nonostante la forma, l’odore.
Eccolo che s’alza e mi dice di andare, mi mette una mano
sui fianchi come se fossi sua moglie, come se avesse paura che ora
scappassi, perché davvero sto bene se non ci fosse dell’altro, se la sera
finisse con un bacio al parcheggio dove ho lasciato la macchina. E’
proprio in quel parcheggio che si sta dirigendo, senza luce e senza
macchine, in una tetra distesa d’asfalto, che fa paura a pensare che è il
nostro nido d’amore, dove per la prima volta tradisco un marito, che
ancora sta sveglio e di sicuro mi pensa, e lo tradisco tra cartacce e
bisogni di cani, tra padroni in ciabatte che sperano in fretta di andare a
dormire.
Tiene una mano al volante e l’altra tra le mie cosce, mi
dice che ho un paio di calze perfette, un bordo, un ricamo che mai così
tanto l’aveva intrigato, mi dice che sono bella che lo sarei altrettanto
se non portassi che niente, che i quarant’anni sono passati più fretta,
rispetto al mio corpo, alla pelle che liscia vicino al mio sesso. Ma come
posso credergli? Come posso credere ad un uomo che non vede l’ora di
fermare la macchina, che non sta più nella pelle e nei pantaloni, che ora
mi dice di abbassare la lampo, mi dice cortese se me la sento, mentre lui
mette le marce, accelera e frena.
Oddio come mi sono ridotta? A masturbare un uomo in giro di
notte, con l’unico fine di farlo venire, senza che almeno ci sia un
pretesto, un contorno di luna o solo di mare, parole che servono per
giustificare la presa, questa di un sesso che meccanica muovo. E pensare
che ero quasi convinta d’una suite al centro di Roma, distesa in un letto
dove allunghi una mano e trovi un calice di spumante ghiacciato.
Come mi sono ridotta! Con mio marito che avrà guardato
quattro volte la sveglia, ed io con la paura che una pattuglia ci fermi, e
mi rallenti il ritmo di questa mano che spera, che non manchi poi tanto a
mettere fine, ad una serata pensata diversa. Cosa le dico alla poliziotta?
Che sono sposata? Che ho la macchina in panne? E che questo è solo un buon
uomo che mi sta accompagnando. Lui non ci pensa nemmeno, ha pagato un
biglietto su quella sedia salmone, ed adesso pretende, si gode una gonna,
una donna, le sue unghie rifatte prima di uscire.
Ferma la macchina accanto alla mia, non sente i pensieri
che mi frullano dentro, sente solo la mano che leggera lo prende, e senza
strappi lo segue nell’andare voglioso del suo respiro più caldo. E’
soddisfatto di quanto mi sia calata nella parte. In effetti non vedo
nessuna differenza se m’avesse incontrata per strada, se m’avesse chiesto
per quanto ed io di risposta cinquanta di bocca, di mani ed altro ne
possiamo parlare.
“M’ha come ti sei vestita?” Mi pare di sentire la sua voce
mentre alza la gonna. Oddio, ma come si permette? Si sente in dovere di
giudicarmi soltanto perché m’ha fatto godere! Lui non parla ed io mi sento
lo stesso ridicola, davvero mignotta, cerco di trattenergli la mano, di
non farmi scoprire, ma poi rido, rido perché lui non s’accorga che il
posto più bello del mondo è accanto ad uomo che s’alza tre volte ogni
notte e fa il giro di casa, che dorme, che russa e nemmeno mi sogna.
Se lo sapesse Cecilia, che la prima volta che esco con un
uomo, mi faccio scopare dentro un parcheggio! Lei non mi crede adatta a
queste cose, dice che ho un seno borghese che va ciucciato chiedendo
permesso, scusi, permette di signora, che mai mi lascerei andare soltanto
all’istinto. Eccomi qui invece a spalancare le gambe in un atto di
riconoscenza, lui s’infila s’accomoda e sembra a suo agio, poi si sfila e
ricomincia daccapo. Mi guardo intorno e guardo di fuori, mi sforzo di
trovare un fremito d’emozione tra queste luci gialle appannate dal vetro.
Eppure erano anni che non uscivo la sera, quante volte nei
miei sogni incompiuti ho desiderato di stare come ora mi prende, come ora
mi bacia, come ora le mie gambe si stringono sopra i sui fianchi. Vabbè
non c’è amore, ma leggero lontano, mi pare di sentire un qualcosa di
nuovo, come se tra le pareti che scorre abbia trovato un’ansa più fertile,
una voglia per anni rimasta a dormire, oddio la sento si fa più vicina, mi
crea vuoto e rimbombo tra la pelle e le ossa, mai e poi mai l’avrei
creduto stasera. Lui insiste, ha capito che sto quasi cedendo, che mi sto
abbandonando anche se la testa è da tutt’altra parte. Adesso va più piano
e dà energia ad ogni colpo, come stesse centrando quel punto, quell’ansa,
quel cunicolo stretto inaridito dal tempo.
Mi piace sentire il suo fiato che rantola e soffia dalle
parti del seno, la mano che mi tura la bocca e l’altra che cerca il
permesso nello spacco protetto da un solo filo di stoffa. Oddio sto
gridando, di nuovo sto gridando, mai era successo dopo neanche mezz’ora di
sentire intatta la voglia come se fossero mesi. Lo sento quel fremito che
in alto mi sbatte e m’aggrappo di nuovo con le gambe ai suoi fianchi, lui
capisce ed affonda, s’assesta e ritenta per andare oltre l’oltre che
chiedo gridando, nelle sponde più umide e strette dove depongo i miei
sogni quando solo da sola riesco ad inoltrarmi. Lì non c’è affetto, non
c’è amore che conta, ma solo la voglia di farsi una donna, di farla godere
come ora sta facendo, c’è solo il desiderio di abbandonarsi alla forza,
d’essere l’unica agli occhi che mi guardano dritti, che mi penetrano in
fondo quanto ad un metro sta facendo il suo sesso. C’è solo l’orgoglio di
vederla godere, di vederla incosciente che passa la soglia, d’avere un
nome una casa ed un ruolo, d’essere carne e pelle perché il resto non
conta, d’essere membrana senza anima dentro. Lui scarica dentro la sua
villa e suoi cani, la fierezza d’esserci riuscito stasera, in una sola
sera, stanotte, in una sola notte, la prima, a scoprirmi la gonna, a
toccarmi i peli intimi senza chieder permesso, a fare l’amore senza
curarsi d’un mazzo di rose davanti lo specchio all’ingresso di questa
suite che sa di parcheggio. Ora davvero non manca più niente! Rallenta
come se mi stesse aspettando, ora più in fretta cercando di nuovo quel
punto, l’urlo congiunto che secca la gola e ci fa appannare i vetri di
questa macchina che fa da culla e si muove in un dondolio che farebbe
scandalo a vederlo da fuori.
Poi tutto silenzio torna il tatto di una pelle straniera,
torna il timbro di una voce lontana, tornano frasi che hanno un concetto,
una ragione nel dirle ed imbastire risposte. Istintivamente abbasso la
gonna, come è osceno il movimento di una donna che si riassesta mutande,
come è volgare la mano di un uomo che alza la lampo. Mi guarda e mi dice
che sono stata perfetta, ma son sicura che sta pensando puttana. Rido,
che differenza potrebbe mai avere a quest’ora di notte, sopra questa
spianata d’asfalto.
Dall’altra parte della rete c’è una strada che corre
deserta, si sente il rumore di una fontana che scroscia. Un uomo che corre
in tuta e maglietta, una donna ostinata che vende uno spacco, inutile
quanto quell’acqua. Non c’è altra vita che mi possa dare la dimensione di
quello che ho fatto, l’intensità di quanto proibito c’è stato stanotte
perché da soli non abbiamo misura, non riusciamo a sapere il confine dopo
il quale ci venga il rifiuto, il peccato che ci fa voglia di casa, di
rimetterci in fretta la vestaglia appesa nel bagno che sa di pulito e sa
di famiglia.
Ma chi è quest’uomo che m’è entrato qui dentro? Come mai
gli ho permesso di slabbrarmi la pelle, di arrivare nell’intimo che non è
certo la fica, non è certo la carne che lui ha scomposto. Ma chi è quest’uomo
che mi ha ripetuto più volte parole indecenti, che ne ho respirato il
vapore e mi ha riempito la bocca, gli occhi, la testa, che m’ha cercato
l’orlo delle mutande da sera. Non per voglia, non per sesso, solo per il
gusto di saziarsi dopo l’amore, mentre ritorna a casa da solo, pensando
che s’è fatto una donna e se l’è fatta per bene, che s’è fatta una moglie
e s’è fatto il rossetto.
Ma chi è questa donna che sta vedendo il suo specchio al di
là della rete, dentro un ristorante che accavallava il ricamo per farsi un
amante e farselo in fretta, perché in due ore quale mai altra dote avrei
mai potuto ostentare? Scendo dalla macchina e ci salutiamo a stento, forse
anche per lui ora c’è bisogno di casa, c’è bisogno di quella cagna
bastarda che lo sta aspettando al cancello, c’è bisogno di moglie che
tradisce e che ama perché gli concede questo svago ogni tanto. Chissà
quante volte avrà visto questa scena di una donna che accende il motore e
poco prima s’è fatto.
Pochi minuti mi separano da casa, dovrei sentirmi leggera e
magari cantare, mentre guido su queste strade deserte. Ma che tristezza
pensare che tra poco scivolerò in un letto che qualcuno per amore o timore
ha già scaldato per bene. Ora mi infastidisce pensare che sono anche
corpo, che sono carne e pelle, bruciore di dentro per la maledetta
allergia che mi procura la gomma. Ecco vorrei portare a casa solo la
mente, spaccarmi in due e lasciare questo corpo ingombrante dentro una
macchina nauseante di sesso. E se mi aspetta in sala da pranzo? E magari
accende la luce, chissà se la lampo della gonna è finita davanti? Se ha
perso le pieghe che avevo stirato con cura. Ma no, non può accorgersene se
abbasso gli occhi e lo bacio. Con una mano mi riaggiusto i capelli per
quello che serve. Chissà se ho le calze sfilate? Se immagina dove è finito
il rossetto, che mi vergogno soltanto a pensare che stasera ho rimesso tre
volte, per dargli il limite che gli avevo concesso, che illusa avevo
previsto
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