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Lui mi insegue e mi prega di starlo a sentire, si scusa
semmai fosse stato scortese, mi dice che mai ha importunato di notte,
una signora che chiede di stare da sola, ma io sono diversa, sono
l’incanto in persona, una rosa che ammicca in un campo d’ortiche, un
fascio di luna tra le nuvole fitte, “che bello che voglia lasciarsi
rapire”.
Gli dico gentile di stare tranquillo, perché lui non
c’entra ed io ho solo da fare, ma se vuole due passi li gradisco a
quest’ora, accanto ad un uomo che mi guarda le spalle. Mi sorride, lo
vedo che riprende colore, e mi offre un passaggio qualunque sia il
posto, anche a Pavia se non fossi di Roma, anche ad Ostia se adorassi il
mare di notte.
Ride rido e facciamo due passi, tra le macchine in sosta e
gente che sciama, per birra e per pizze, per musica nuova. Mi dice che
un architetto e costruisce palazzi, anzi quartieri con le case e le
chiese, e vive da solo in una villa sul mare, troppo grande di notte
per dormirci da solo.
Stasera in quel bar stava chiedendo una strada, perché al
centro si perde tra i vicoli stretti, ma poi una donna l’ha rapito
davvero, ci ha visto la grazia, l’eleganza ed il gusto, mentre
accavallava le calze delle sue gambe perfette. Lo vedo che è curioso e
vuole sapere, cosa ci facevo seduta in quel posto, che per quanto sia
un bar elegante e normale, è sempre un locale frequentato da gente,
che di notte ci sguazza ed è in cerca di altro, ed un caffè a quest’ora
è sempre un pretesto.
Insiste e mi guarda per carpirmi che penso, vuole esser
sicuro di non far figuracce, ed essere certo che la cifra che offre,
io la valuti solo se valga la pena, senza dargli quel senso di morale
e d’offesa, che mi farebbe in un niente cambiare di strada.
Cammino leggera tra le macchine in sosta, perché resti
intatto nella mente quel dubbio, perché sono curiosa di sentire una
cifra, e quanto poi valgo con la riga alla calza, perché è quello che
mi fa femmina e preda, perché per il resto sarei una donna a quest’ora,
in cerca d’un passaggio per tornarsene a casa. Lo vedo che vuole stabilire un contatto, perché le parole
fanno un buco nell’acqua, se continuo a sfuggirgli e parlare di altro,
di come le luci riflettono gialle, sul muro, le case e il Tevere in
piena, sul suo viso abbronzato che poi non è male.
L’avverto che vuole farmi stare tranquilla, perché se
davvero fosse questione di soldi, mi dice che è ricco come un cliente
all’altezza, che paga una donna per riempire una notte, per riempire
quel letto con la vetrata sul mare.
E’ ancora troppo presto e non posso tornare, gli dico che
accetto ma solo fino alle due, perché oltre non posso e sono
impegnata, con un uomo che vuole condividere un’alba. Gli dico che
accetto ma rimane sorpreso, perché da inesperta non l’ho lasciato
parlare, proporre una cifra una qualunque, di quanto stasera può
valere una bocca, o le mie gambe che sbircia diretti per Ostia.
Chissà di cosa parlano cliente e puttana, quale argomento
oltre il tempo e la strada, quella che manca per dietro una siepe,
oppure in una casa con la vetrata sul mare. Non riesco a spiccicare
parola, mentre i pali ed i tronchi scorrono storti, nel buio di quest’auto
coi sedili di pelle, che è grande ed è bella ma non conosco la marca,
e le sue mani per ora rimangono ferme. Lo so che si chiedono cosa c’è
sotto, che intimo ho messo e se porto merletti, e quali altri arnesi
se faccio il mestiere, come la calza sopra il ginocchio, che lascia
scoperte le mie parti migliori.
Forse davvero non c’è niente da dire, non serve parlare
della cagna bastarda, ma lasciare alla mano l’accordo e il consenso,
quando ora si stacca sicura dal cambio, e s’infila possente nello
spacco di stoffa, nella gonna che s’apre alla carne più chiara, che
sazia i suoi occhi e il mio orgoglio di donna, perché dice mille
mentre mi tocca, perché lo ripete con una voce accennata, come per
dire che se fosse un’offesa, potrebbe in un attimo raddoppiare
l’offerta.
Rimango stupita a sentire la cifra, come se fossero i soldi
a farmi più bella, come se fosse quel prezzo a gonfiarmi le tette, che
ora le cerca, affonda e le tiene. Sono chilometri che corrono
sull’asfalto bagnato, con una mano che guida e l’altra che tocca, e
poi un cancello un giardino e due palme, una serranda che sale
nell’autorimessa, dentro un sogno arredato di classe e di gusto, con i
toni celesti e le pareti rotonde, e quelli più azzurri del divano e il
soffitto.
La vetrata è la stessa di come l’aveva descritta, uno
squarcio di mare che si perde nel buio, un fascio di luna che trema
sull’acqua, e ti rapisce e ti pare che niente abbia fine, nemmeno un
appiglio per orientarmi stasera, nemmeno una barca per sapere chi
sono. Me lo chiedo davvero mentre mi serve da bere, una moglie
annoiata o una puttana di classe, o tutte e due perché è davvero
sottile, il confine tra il sogno e ciò che m’aspetta, passando
d’amante a troia e signora, senza vederci poi tanto distacco.
Mi ripeto che sono solo me stessa, malata di cuore e
inesperta di sesso, almeno m’illudo quando mi dice che è ora, il
momento preciso per fargli vedere, se valgo davvero quei mille che
conta, che poggia discreto sopra la borsa. Oddio allora lo sono, come
quelle per strada che scaldano merce, che si vendono a pezzi davanti o
di dietro, che spalmano miele sui seni rifatti, perché prima o poi c’è
sempre di notte, una voglia affamata, una bocca che succhia, un
architetto straricco che ti invita ad Ostia, e ti facilita il compito
perché non t’ha chiesto, se davvero lo sei o lo sei stata altre volte.
Chiudo gli occhi ed aspetto curiosa, una voce una mano che
mi faccia capire, cosa fa di diverso una donna raccolta, tra le
macchine in sosta o in un locale di notte, se si spoglia o aspetta o
si lascia baciare, se il trucco a quest’ora andrebbe rifatto. So
soltanto che non è questione di voglia, che non posso negarmi come
moglie o amante, perché ho affittato per due ore le tette, e la gonna
le scarpe la riga che corre, ad un uomo che ora mi trascina ed è
pazzo, di quest’aria da troia e signora di classe.
C’è sempre un momento dove finisce la forma e le parole
iniziano ad essere certe, crude e volgari ma non danno fastidio,
perché il gioco prevede sentirsele dire, e ripeterle a stento
troncando le frasi, perché la malizia è un filo sottile, nel dire e
non dire ingenua e porca. Come ora che dice che ho una bocca da sogno,
di scendere in basso e prepararlo per bene, e che ha dei dubbi che
faccio il mestiere, perché le puttane si vendono in parte, e non ci
mettono l’anima dentro la bocca, se avida succhia con tecnica e
classe.
Oddio mi piace davvero lo penso, sentirmi trattata come
oggetto di classe, essere lingua e bocca che aspira, essere tette che
prende e che stringe, mentre in ginocchio sputo capelli, per essere
brava fin dove lo vuole, per essere culla senza tonsille, e
guadagnarmi quel prezzo che è sopra la borsa. Mi stupisco per quanto
mi sento all’altezza, calata nel ruolo da moglie a mignotta, oppure al
contrario perché lo urla e poi preme, ora veloce e lo lascio scavare,
ora più lento e scorre leggero, tra questa saliva come acqua corrente,
tra questo velluto come culla di bimbo.
Mi sembra un peccato che possa finire, e lui se ne accorge
che sto dando me stessa, come se il cuore davvero fosse dentro la
bocca, ed una donna non avesse altro e meglio da dare. Ma tutti e due
sappiamo che il prezzo è alto, e per quanto sia brava serve di meglio,
una donna distesa che raccolga l’istinto, oppure diritta come ora mi
chiede.
Mi alzo ed è davvero un delitto, non sentire il sapore del
piacere che viene, ma obbediente mi volto guardando di fuori, il
fascio di luna che intatto si perde, dentro una notte la prima
davvero, che aspetto impaziente di finire alla grande.
Gli grido di fare più in fretta, perché sono già pronta
disposta e capiente, e qualsiasi parte va bene lo stesso, e qualsiasi
pezzo è compreso nel prezzo. Ma lui attende e rimane a due passi,
sento il suo fiato che si ingrossa e mi dice, che ha sempre saputo che
non ero una troia, che ero una moglie e forse una madre, dal primo
momento che m’ha vista da sola, dentro quel bar che accavallavo le
gambe.
Perché il fine era proprio questo, sentirsi orgoglioso di
pagare una donna, sentirla traballare su una proposta indecente, come
sui tacchi come ora mi vede, e poi farsela tutta in ginocchio di
bocca, e poi come adesso osservarle da dietro, il culo rigonfio
contro un fascio di luna, disposto obbediente come merce sul banco,
senza sapere che non è quello la meta, ma un desiderio scomposto di
sporcarmi la calza, o meglio la riga che sale e scompare, da un fiotto
di caldo che sento che scotta, che esce improvviso e macchia una
moglie, un segno indelebile che rimane per giorni, e la imbratta di
dentro e la imbratta di fuori, perché il piacere non è farsi una
donna, ma pensarla in taxi a casa che torna, ed in giro per Roma c’è
un’altra mignotta.
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