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“Tesoro non è vero quello che pensi” Per tre giorni di fila
a recitare la parte, che in quel posto non c’eri mai stata, che era
stata Cecilia a consigliarti il locale, che c’era stata di giorno col
suo uomo di turno. Il giorno dopo entusiasta t’aveva dato il
biglietto, dicendo che era il posto più adatto, per mariti e per mogli
in crisi perenne, per riprendere alla grande un certo discorso.
Ti facevi forza per notti e per giorni, a pensare che ci
sarebbe voluto ben altro, per accusare una moglie di tradimento e
vergogna! Oddio se avesse saputo davvero, cosa avevi fatto su quella
poltrona, la stessa di velluto rosa salmone! Ma questo non contava e
ti sentivi più forte, di urlargli decisa che era pazzo soltanto, che
eri una moglie e non un’amante, che se ci fossi stata davvero,
l’avresti portato da qualche altra parte. Ma poi in fin dei conti
chissà se gli importava davvero, che eri stata in quel posto e ci
avevi fatto l’amore, o se era solo un attentato alla quiete, al suo
libro che legge ogni sera nel letto.
Per tre lunghi giorni sei rimasta in casa, non eri pentita
ma hai sentito di farlo, perché un tradimento si sente solo quando si
scopre, quando lui ti guarda diretto negli occhi, e ti vedi puttana
come se fossi un’altra persona, e giuri allo specchio certo che giuri,
che non eri tu quella notte, che in quel parcheggio ci sei stata a
parlare, e non hai aperto le gambe e nemmeno la bocca. Ma poi ci
ripensi e senti un dolore, forte ed interno dalle parti del cuore, e
nel punto preciso dove ti sei concessa, un bruciore intenso ma non è
allergia alla gomma, ma solo disagio di essere stata scoperta.
Poi passa certo che passa, perché non conviene rimanere sul
punto, e la tranquillità ha un prezzo più caro, per barattarla con due
corna appena accennate. Poi passa certo che passa, se di sera la cena
ha un gusto piccante, e la notte nel letto non rimani in pigiama. Tu
che sei lì a recuperare terreno, manciate di terra che si sgranano al
tatto, perché lo senti che cede, perché davvero poi cede, perché
chiami Cecilia e lei si precipita in fretta, e la sua faccia non
lascia il minimo dubbio, e lui si sente ridicolo per averlo solo
pensato. E poi succede che ti risenti sicura e rispondi ai messaggi,
che ricominci pian piano a tornare com’eri e Giorgio ti chiede e
Davide vuole, a stare due ore e sentirlo suonare. Convinta ti rimetti
la gonna, quella che l’inchioda al primo banco di scuola, ed accavalli
le gambe e ridi giocosa, perché davvero ti senti libera adesso, perché
la tempesta t’ha bagnato di fuori, ma un colpo di vento t’ha asciugato
le ossa.
E sarà una notte che ti lasci guidare, dal vento che soffia
e ti scompone i capelli, tra vicoli stretti e muri ammuffiti, d’una
Roma nascosta che nessuno conosce. Vai in cerca di un sogno che poi è
un portone, e la faccia di Davide che ti dice di entrare, perché tu
sei pazza e passato il momento, ti ritrovi di nuovo sotto la pioggia,
perché tu sei pazza e passata la pioggia, ti ritrovi di nuovo senza un
ombrello.
Tuo marito ancora non è del tutto convinto, ma poi ieri
sera t’ha chiesto anche scusa, perché un indizio non è certo una
prova, e lui s’è comportato come se t’avesse sorpresa, nel letto di
casa sotto il crocefisso di legno, che ti facevi un amante di sopra e
di sotto, e gli urlavi convinta di chiamarti puttana. Ma poi hai
ripreso dignità e colore, con la convinzione che gridava vendetta,
perchè davvero ora ne sei convinta, che non l’hai mai tradito e
nemmeno con gli occhi, perché tu sei pura d’anima e cuore, e se solo è
successo perché eri distratta, e il tradimento non è così importante,
se gli fai del bene a rimanere al suo fianco.
Sarà che una sera ti senti decisa, e le tue scarpe col
tacco fanno rumore, e rimbalzano alle orecchie di uomini soli, che
dalle finestre ti gridano inviti. Ti gridano bella e se vuoi scopare,
se chiedi un prezzo o è solo la voglia, che ti fa camminare
nell’odore di piscio, di uomini e cani senza padrone. Sarà che ti
maledici per aver accettato, l’invito di Davide in un posto da schifo,
ed ora hai paura e cammini più in fretta, in cerca di un civico che
non vedi e non trovi, un portone di legno dipinto di verde, ed un
foglio di carta dove è scritto il tuo nome. Perché è lì stasera che ti
faranno la festa, perché è lì che Davide aspetta, perché gli hai
giurato che non saresti mancata, e la musica il piano è solo un
pretesto.
E’ una sera diversa e ti senti padrona, con quell’odore
fruttato che strascichi come, se fosse una guida e strascichi apposta,
per sentire nel buio quanto è lunga una strada, che precede il tuo
sogno il piacere che cerchi. Sono passi di fretta come se Cecilia
t’aspetta, perché una donna non esce senza almeno un pretesto, non si
trucca la faccia senza conoscere almeno, il colore più adatto da
portare stasera, il vestito più corto per mostrare le gambe, e dare
quel segno perché in questi momenti, non servono gli occhi e nemmeno
parole.
Voli leggera sulle ali dell’incoscienza, come se fossi
stata in letargo per mesi, che poi sono giorni ma quelli più lunghi, e
poco t’importa che è un tuo allievo, un bimbo cresciuto in cerca di
madre. Finalmente lo vedi il portone che cerchi, lo chiami al citofono
e lui non risponde, lo richiami più volte e la sua voce assonnata, ti
dice sorpreso che non si ricorda, che non era questa la sera e nemmeno
la notte, e ora ha da fare e per questo si scusa. Senti sorrisi
leziosi di una ragazza a suo fianco, vedi sulla porta che non c’è
scritto il tuo nome, ma quello di un’altra di una certa Cristina,
guarda caso lo stesso della sua compagna di banco, che le fa il filo
da tempo ma lei non poteva, impegnata com’era col professore di
scienze.
Ma non sei dispiaciuta e non te ne frega poi tanto, anzi
vorresti ringraziarlo per quello che senti, le sensazioni stasera che
ti fasciano stretta, come il vestito e il reggicalze che porti, che
avresti offerto a due occhi vogliosi, per sentirti di nuovo che hai
un’anima viva, pronta domani e il prossimo ancora, a farsi scavare per
non morire più dentro.
Succede alle volte che fatti due passi, ti ritrovi
incosciente su un divano amaranto, ed un cameriere vestito in giacca e
cravatta, ti porta un liquore alla menta dolciastro, perché davvero
non sai cosa fare, ed a tuo marito gli hai detto che facevi più tardi,
per un party all’aperto su una spiaggia di Ostia. Succede che un uomo
si avvicina discreto, ed in modo elegante ti chiede un sorriso, lo
guardi è anziano e un pochino ti fidi, e lo fai accomodare per non
essere sola, per i tanti che entrano e ti vorrebbero preda. Non ti
chiede il motivo perché sei lì seduta, ma ti guarda le gambe fasciate
di nero, forse lo pensa sicuro ne è certo, che una donna a quell’ora
se non aspetta un amante, aspetta un’offerta che chiama regalo.
Succede eccome succede, che comincia a parlare di un suo
figlio avvocato, di sua moglie purtroppo venuta a mancare, allora lo
fermi e ti alzi di scatto, perché di cagne bastarde ne hai già sentito
parlare, come di aranci che fanno i frutti d’estate, in una distesa di
parco sul lago di Albano. Non puoi sopportarlo ed è inutile dire, che
hai paura di finire su un’altra sedia salmone, oppure in un parcheggio
dentro una macchina in sosta, su una spianata di asfalto vicino alla
metro. Lo saluti cortese e vai via di fretta, sicura che sta notando
le tue calze perfette, quella riga che Davide avrebbe apprezzato, il
tuo di dietro rigonfio che se non può dar piacere, diventa un
rimpianto e un incubo vero.
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