Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male. Questo è tutto. Oscar Wilde

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Vizi e Virtù di una signora di classe

CAPITOLO 2

Al Ristorante

 

FOTO Paolo Gualdi

MODELLA Ruana de Rosa

 
 
 
     
 
 
 

Cosa ci faccio dentro questo ristorante soffuso accanto ad un cameriere che mi sta servendo un filetto di cernia? Di fronte c’è un uomo che appena conosco, che un’amica comune ci ha presentati da appena tre giorni. Mi guarda e sorride come se già ci fosse un’intesa, come se l’avermi strappato un invito gli dia l’assenso di scrutarmi nel fondo degli occhi. Cosa ci faccio davvero dentro questo locale? Seduta su questa sedia di stoffa salmone, che avrà ospitato mogli senza mutande ed amanti indecise prima di finire in un letto d’albergo.

Davanti a queste parole sussurrate con un filo di fiato, che hanno lo stesso gusto di un antipasto all’aceto, cerco di non pensare a quello che tra poco m’aspetta, a quello che nell’aria tutti e due respiriamo. Tra poco mi parlerà di sua moglie, che se non fosse per sua figlia chissà in quale volo di gabbiani potrei vederlo planare, ed invece mi è qui di fronte che muove la bocca, le mani da amante perfetto, che delicate stringono un calice pieno, come se fosse una tetta la prima volta che tocca e non sa quanto ancora gli è concesso d’andare, di dire parole che si sbracano al tatto.

Tra qualche minuto naufragherà nei miei occhi e ci vedrà intatti fondali d’acqua marina, fiumi di vita che attraversano sogni, atolli e coralli dall’altra parte del mare. Continuerà imperterrito ad elogiare i miei occhi, a vederci l’anima sempre la stessa, fino a farmi domandare per quale diavolo di motivo ho preferito stasera questa finta commedia, a qualcuno che quando mi guarda non ci vede nemmeno un canale di Ostia.

Eppure da tre giorni aspettavo che mi chiamasse, avevo già deciso il vestito, senza per questo dare nell’occhio, il posto più adatto per slacciare un bottone, per essere all’altezza del ruolo che questa sera, non mi facesse pentire di non aver osato abbastanza. Perché altre volte è successo, ed è tutto finito in una bolla di fumo, col desiderio rimasto in chissà quale vena e la faccia dell’uomo rassegnata e convinta, che ad una donna sposata non basta la corte per concludere il tutto in un’unica sera. Cecilia dice che non c’è altra cura, di uno sguardo ficcante d’un uomo che ostenta, perché questa mia noia nella pelle del cuore si abbatte soltanto col desiderio di un uomo.

A quest’ora mio marito avrà già spento la luce, ma tanto so già quanto ci mette a dormire, che sveglio m’aspetta e m’immagina nella Villa sull’Appia con la mia amica Cecilia a parlare di niente, mentre io sono qui a farmi guardare, il merletto del reggiseno che vezzoso traspare dentro questa serata che è ancora all’inizio. Lui mi fissa l’incavo facendo finta di guardare nel vuoto, ma lo vedo che è gonfio di voglia, almeno di sapere quanto sia grande il mio seno, se è chiaro come un ciuccio coperto di zucchero a velo.

Eccolo, ora poggia la mano tra il piatto e il bicchiere sperando di incontrare casualmente la mia, lasciando al caso il contatto di pelle che per ora ci lascia nel limbo e non compromette nessuno. Ma io perché sono uscita? Perché dovrei stringere questa mano che chiede? Perché dovrei guardarlo negli occhi e confondere l’intimità che gelosa riparo, che gelosa trattengo, perché i dubbi d’essere nel posto sbagliato sono ancora più vivi, di qualsiasi disillusione che sento ogni giorno nel cuore. Lo lascio con la mano in attesa e m’alzo per andare in bagno. Ecco ora mi starà vedendo da dietro, di fianco, sicura che apprezzerà questo spacco che lacera in due il vestito e i suoi occhi che finti guardano il piatto. Di sicuro avrà notato il ricamo che fa da bordo alla calza, che fino all’ultimo in dubbio mi sembrava inadatta, ma davanti allo specchio volevo essere bella, femmina come da tempo non mi sono sentita, amante che cura il dettaglio e l’attesa, contro l’altra me stessa che passa le sere in tuta o in pigiama

Dentro questo minuscolo bagno mi domando qual è il punto, il limite dove voglio arrivare, ma poi non rispondo e mi rifaccio il trucco, rimarco le labbra per farle apparire più grandi e più gonfie, per dare più netta una riposta ai miei dubbi, alla mia coscienza che per scaricarsi ogni peso vorrebbe addirittura chiamare ora casa e dirgli di non preoccuparsi, che Cecilia è vicino e ci stiamo annoiando. Ma io non mi sto divertendo! E poi cosa gli dico? Che un uomo che lui non conosce mi aspetta voglioso dentro una saletta appartata che sa di segreto, di proibito e d’amante, che non ci vuole poi molto a pensare che siamo due anime in cerca di altro, che siamo sposati ma con persone diverse, che lui non sta nella pelle per uno spicchio di calza, che io mi spalmo rossetto dandogli un segno, un limite dove può inoltrarsi, dove sono disponibile a cedere senza far la figura s’essere troppo lasciva.

Torno al tavolo e quella mano non ha cambiato di posto, è più vogliosa più rossa e vedo il sangue che batte, al cospetto di chi imprudente s’è rifatta il trucco tra un primo al salmone e una portata di pesce. Ecco tra poco mi dirà che m’ha sempre sognata, che da tre giorni non dorme, mentre la sua mano aperta sta gridando in attesa, che aspetta almeno il mio fiato per stringersi a pugno.

Devo decidere, poggio il bicchiere vicino alla sua mano senza toccarla, finché i nostri indici si sfiorano, i nostri medi si toccano ed i pollici si incatenano senza guardarli. E davvero non riesco a guardarlo, forse già mi pensa nuda nel letto, in qualche albergo qui vicino che di sicuro conosce. Forse mi pensa vestita, distesa che aspetto, o in piedi con la gonna arrotolata ai fianchi, sbattuta contro uno zoccolo di muro che sarà la sua passione, la soddisfazione del suo ardore che ora sento attraverso un dito, una mano che non mi lascerà per tutta la cena.

Mi parla della sua villa in mezzo ad un parco d’olivi, dei suoi tre pastori tedeschi e della cagna bastarda che ha partorito da poco. Ripenso a Cecilia: “Almeno ricchi, se d’altro non potremo mai sperare!” La sua mano trema, avverto un fremito nato distante, è evidente che sta pensando ad altro, a come spartire intimità e convinzione che una donna a quest’ora è solo da letto e questo spacco che vede non può che finire in una voglia che s’apre e che aspetta.

Forse sta pensando che l’ha presa troppo lontana, che magari avrebbe potuto saltare la cena, il ristorante e queste parole smielate che ritardano il momento preciso d’allungare la mano, e fanno perdere tempo alla voglia che autonoma s’ingrossa nella certezza che una donna come me non scopa da tempo e non vede l’ora che ci portino il conto.

Le sue dita mi bucano la pelle, le sento, vorrebbero stare da qualche altra parte, sfiorare il bianco del mio merletto che esce, il nero del mio nylon che sfacciato si mostra. Lo sento, ora davvero manca niente, toccare di gusto una donna sposata, toccarla per bene e sentire il calore di due gambe accavallate e poco convinte, mentre guarda gli occhi che si fanno più bianchi, guarda l’indecenza di darsi nel contegno che cala, l’aria da signora che rimane un ricordo come l’antipasto d’aceto o i discorsi per dire sui pastori tedeschi.

Lo vedo che pensa, che si domanda quando ho fatto l’amore l’ultima volta. E come, e dove l’ho fatto. Dentro un letto di casa o in macchina in pieno parcheggio, sotto il sole d’agosto o illuminata da un fascio di luna. Se quando faccio l’amore rimango fredda in attesa o scollego il cervello e mi scaldo al pensiero, se mi piace annusare il piacere che cola e nel mentre mi faccio sussurrare cagna bastarda come il suo cane nel parco d’olivi. Eccola quella mano! Nessuna ragione può più trattenerla, perché il desiderio diventa una sfida e la sento che mi riempie la stoffa come se fosse una vela gonfiato dal vento. Magari sta pensano se offro me stessa nella parte dove un uomo impazzisce, dove sente il possesso senza scrutare negli occhi e chissà per quale ragione si sente più maschio. Eccola che risale la gamba, premurosa si ferma e poi riparte decisa, stringendo la pelle per sentirla più soda, per misurare il tempo che manca alla meta che non può più essere distante se è finita la calza e non rimane che carne. Mi domando perché ora non lo fermo, perché lo lascio pensare che sta accarezzando una preda dove s’accomodano uomini diversi perché gli è andato a genio il contorno.

Il cameriere ci guarda ed io mi sento a disagio. Perché poi mai? In fin dei conti era quello che volevo, farmi sbrindellare mutande da una mano infuocata, farmi cercare nel punto dove da mesi non sento carezze, come se qui, in questo momento, stessi proseguendo il mio sogno dell’alba, che puntualmente ritorna quando sono sola nel letto. Sorrido pensando che ne sono ancora capace, mi chiedo quale molla l’abbia fatto scattare, quale dettaglio gli abbia permesso di non avere timore, lo spacco della gonna o il reggiseno imbottito, le mie labbra più gonfie o semplicemente che sono sposata. Questa mano che muove non ha morale né legge, eccola la sento, ormai davvero manca un nonnulla, con l’altra parla, fuma e mi versa del vino, con gli occhi m’ascolta perché io continuo a parlare di Cecilia, dei suoi tanti uomini, dei suoi tanti problemi. Ma credo che io sia l’unica incognita!

Cosa ci faccio con questo sudore straniero tra le mie cosce, lui insiste e mi fa voglia, per un attimo desiste e spero che non fugga, per un attimo si ferma e spero che non torni all’assalto di queste flebili resistenze che lui neanche avverte. Perché sono mie, sono dentro, sono tra l’anima e la pelle, sono tra la ragione e mio marito che ora avrà spento la luce, che ora mi starà pensando dentro una leggera premura che s’ingrandirà con le ore. Sapesse invece cosa c’è tra le mie gambe, una mano d’un altro ossessiva e padrona, che il cameriere intravede e gonfia la stoffa, di questa tovaglia rosa salmone, e mi scava e mi lava da questo velo di polvere che nel tempo si è fatto imene.

Lui insiste e continua ad entrare, ha scelto il dito medio perché forse è il più grande. Risale la corrente per il gusto di scovare il motivo, di come una femmina spalanchi le gambe, e gli renda più agevole il percorso in salita, di come una femmina continui a parlare, e si fa cercare nei buchi l’essenza più dura, davanti ad un cameriere che in piedi ci guarda, ed a questo punto non può non essersi accorto di cosa fibrilla sotto la tavola e che l’antipasto sotto la gonna sta diventando primo e secondo, e poi frutta e poi dolce, e poi ancora vino che sento nella testa e nel seno, in ogni dove che fa buco e fa da culla, che fa d’ansia e fa da letto, che stupida stasera ho pensato di finirci davvero.

A Cecilia racconterò che l’amore è rimasto sopra la gonna, su una terrazza al Gianicolo che ci faceva contorno, le racconterò delle balle perché non posso dirle che sto spalancando le gambe, che ora quello che sento non è solo un dito, ma una specie d’amore che mi fa chiudere gli occhi. Non posso dirle che ho ceduto prima di resistere, che neanche un fremito mi ha fatto stringere le gambe, che neanche uno starnuto ha deviato il percorso.

Eccola la mano, la sento. Si muove libera e padrona, carica di consapevolezza e di boria che nessun altro piacere potrebbe essere meglio, che nemmeno l’amore contro un tramonto sarebbe lo stesso. Scivolo lungo la spalliera, impercettibilmente m’abbandono, con la gonna che s’alza e i capelli che coprono gli occhi. Non ci saranno suite d’alberghi col Gianicolo e Roma di sotto, non ci saranno lenzuola di seta o una vasca grande come una piscina dopo l’amore. 

C’è solo questo dito che ora confondo, questa mano che stringe e raccoglie il piacere, che sgorga a zampilli dal ventre di terra, come acqua sulfurea più densa e bollente. Mai l’avrei immaginato di sentirlo abbondante mentre lui continua a parlare di moglie, di lavoro di tennis e della cagna bastarda. Mai avrei immaginato di farmi finire, sopra questa sedia ed urlargli col bianco degli occhi, di andare nel fondo dove non ci sono coralli, ma un’anima munta che aperta gli offro, per arrivarci da maschio che sbaraglia le ansie, i timori e le attese che si sono fatte bisogno.

 

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COMMENTI DALLA RETE
 

Quante persone si sentono sè stesse quando leggono i tuoi racconti. Si sentono più libere; solo che non hanno il coraggio di ammetterlo.. per cosa ? Il giudizio degli altri.. I momenti che racconti danno un senso di libertà.. p.s. AL RISTORANTE è, a dir poco, FANTASTICO. PENELOPE


Si ti chiedo se siano solo pensieri, ma non importa, so che non lo sono o non tutti, sicuramente scrivi di cose vissute se non tutte personalmente da te, da persone che conosci. E bello quello che fai sentire alle persone che ti leggono. Nei bassofondi del cuore credi morto il piacere, mostri ventre, gambe e tette alla luna, confondi i miei occhi col tuo chiarore,
credi di avermi ferito, colpito, straziato, sbagli non una ma mille volte sui miei sentimenti,
che puri non sono e chiedo di vederti ancora, più nuda, più vera, sappi non vedo differenza la fica e borghese o popolana, importa soltanto se sarà puttana... ciao francesco. CAPITANOUNCINO


Tremendamente eccitante!!! E' così difficile trovare parole che esattamente descrivano quello che provoca dentro di me ogni tua frase che....vedi? non ci sono parole. trovo molto interessante e di classe il tuo racconto, così mi lusinghi. GIANLUCA


L'altra faccia dell'erotismo. Deliziosa Signora anche se Le riconosco una capacità di prosa degna di una mente superiore alla norma, mi permetto di farLe una piccola critica.Ed è questa: L'altra faccia dell'erotismo è anche gioia ed esplorazione. Dove l'esplorazione è intesa come ricerca dell'altro e di noi stessi. In ogni Suo racconto che io ho letto ho trovato ad onor del vero profonde verità, che fotografano solitudini che cercano ostinatamente di avvinghiarsi all'AMORE. e l'unica verità che emerge al di là di ogni episodio altamente stimolante ed eccitante, è che la sola ancora di salvezza x ogni essere umano è l'AMORE. Con ammirazione Le porgo una supplica. Scriva come può la sessualità, l'erotismo, l'AMORE sfociare in una esplosione di GIOIA di VIVERE. Un Dolce Bacio sul Suo collo. ALEX


Il ritmo la fa da padrone, e con questo il raccontare assume altra dimensione, a prescindere dalla storia che quasi passa in secondo piano. Carlo R


Erotismo garbato
e sempre a metà, tra il desiderio, la sofferenza e la non espansione completa.
Forse è questa la chiave?
Non so.
Ben ritrovata.
E felice di trovarti la stessa; davvero. Manù


bello... ed eccitante, davvero ben scritto, ricco anche dal punto di vista lessicale.  YOE


Complimenti, scrivi benissimo!
Fa venire la curiosità di sapere il dopo... Ma suppongo che un dopo non ci sia stato, che il tutto, per lei, si sia consumato sul terrazzo di quel ristorante.. gina 


Brava. A volte penso che solo le donne possano scrivere racconti erotici. Al ristorante è un piccolo capolavoro. Continua. Massimo


Attenta e curiosa leggo i suoi racconti entusiasmanti e veri.  Le porgo i miei piu' sinceri complimenti. Per quello che scrive. Le sono molto vicina, mi fa stringere i pugni quando la  leggo Emanuela

E' la prima volta che leggo un tuo lavoro e ti faccio i complimenti. Sensuale, a tratti di sapore squallidamente quotidiano. Ma è una storia di vita vissuta o dobbiamo "sospendere momentaneamente l'incredulità"? GABRIELE

 
 
 
 

 

 
 

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pubblicazione Luglio 2004  

 
 

       

 
 
 
 

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