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Cosa ci faccio dentro questo ristorante soffuso accanto ad
un cameriere che mi sta servendo un filetto di cernia? Di fronte c’è un
uomo che appena conosco, che un’amica comune ci ha presentati da appena
tre giorni. Mi guarda e sorride come se già ci fosse un’intesa, come se
l’avermi strappato un invito gli dia l’assenso di scrutarmi nel fondo
degli occhi. Cosa ci faccio davvero dentro questo locale? Seduta su questa
sedia di stoffa salmone, che avrà ospitato mogli senza mutande ed amanti
indecise prima di finire in un letto d’albergo.
Davanti a queste parole sussurrate con un filo di fiato,
che hanno lo stesso gusto di un antipasto all’aceto, cerco di non pensare
a quello che tra poco m’aspetta, a quello che nell’aria tutti e due
respiriamo. Tra poco mi parlerà di sua moglie, che se non fosse per sua
figlia chissà in quale volo di gabbiani potrei vederlo planare, ed invece
mi è qui di fronte che muove la bocca, le mani da amante perfetto, che
delicate stringono un calice pieno, come se fosse una tetta la prima volta
che tocca e non sa quanto ancora gli è concesso d’andare, di dire parole
che si sbracano al tatto.
Tra qualche minuto naufragherà nei miei occhi e ci vedrà
intatti fondali d’acqua marina,
fiumi di vita che
attraversano sogni, atolli e coralli dall’altra parte del mare.
Continuerà imperterrito ad elogiare i miei occhi, a vederci
l’anima sempre la stessa, fino a farmi domandare per quale diavolo di
motivo ho preferito stasera questa finta commedia, a qualcuno che quando
mi guarda non ci vede nemmeno un canale di Ostia.
Eppure da tre giorni aspettavo che mi chiamasse, avevo già
deciso il vestito, senza per questo dare nell’occhio, il posto più adatto
per slacciare un bottone, per essere all’altezza del ruolo che questa
sera, non mi facesse pentire di non aver osato abbastanza. Perché altre
volte è successo, ed è tutto finito in una bolla di fumo, col desiderio
rimasto in chissà quale vena e la faccia dell’uomo rassegnata e convinta,
che ad una donna sposata non basta la corte per concludere il tutto in
un’unica sera. Cecilia dice che non c’è altra cura, di uno sguardo
ficcante d’un uomo che ostenta, perché questa mia noia nella pelle del
cuore si abbatte soltanto col desiderio di un uomo.
A quest’ora mio marito avrà già spento la luce, ma tanto so
già quanto ci mette a dormire, che sveglio m’aspetta e m’immagina nella
Villa sull’Appia con la mia amica Cecilia a parlare di niente, mentre io
sono qui a farmi guardare, il merletto del reggiseno che vezzoso traspare
dentro questa serata che è ancora all’inizio. Lui mi fissa l’incavo
facendo finta di guardare nel vuoto, ma lo vedo che è gonfio di voglia,
almeno di sapere quanto sia grande il mio seno, se è chiaro come un
ciuccio coperto di zucchero a velo.
Eccolo, ora poggia la mano tra il piatto e il bicchiere
sperando di incontrare casualmente la mia, lasciando al caso il contatto
di pelle che per ora ci lascia nel limbo e non compromette nessuno. Ma io
perché sono uscita? Perché dovrei stringere questa mano che chiede? Perché
dovrei guardarlo negli occhi e confondere l’intimità che gelosa riparo,
che gelosa trattengo, perché i dubbi d’essere nel posto sbagliato sono
ancora più vivi, di qualsiasi disillusione che sento ogni giorno nel
cuore. Lo lascio con la mano in attesa e m’alzo per andare in bagno. Ecco
ora mi starà vedendo da dietro, di fianco, sicura che apprezzerà questo
spacco che lacera in due il vestito e i suoi occhi che finti guardano il
piatto. Di sicuro avrà notato il ricamo che fa da bordo alla calza, che
fino all’ultimo in dubbio mi sembrava inadatta, ma davanti allo specchio
volevo essere bella, femmina come da tempo non mi sono sentita, amante che
cura il dettaglio e l’attesa, contro l’altra me stessa che passa le sere
in tuta o in pigiama
Dentro questo minuscolo bagno mi domando qual è il punto,
il limite dove voglio arrivare, ma poi non rispondo e mi rifaccio il
trucco, rimarco le labbra per farle apparire più grandi e più gonfie, per
dare più netta una riposta ai miei dubbi, alla mia coscienza che per
scaricarsi ogni peso vorrebbe addirittura chiamare ora casa e dirgli di
non preoccuparsi, che Cecilia è vicino e ci stiamo annoiando. Ma io non mi
sto divertendo! E poi cosa gli dico? Che un uomo che lui non conosce mi
aspetta voglioso dentro una saletta appartata che sa di segreto, di
proibito e d’amante, che non ci vuole poi molto a pensare che siamo due
anime in cerca di altro, che siamo sposati ma con persone diverse, che lui
non sta nella pelle per uno spicchio di calza, che io mi spalmo rossetto
dandogli un segno, un limite dove può inoltrarsi, dove sono disponibile a
cedere senza far la figura s’essere troppo lasciva.
Torno al tavolo e quella mano non ha cambiato di posto, è
più vogliosa più rossa e vedo il sangue che batte, al cospetto di chi
imprudente s’è rifatta il trucco tra un primo al salmone e una portata di
pesce. Ecco tra poco mi dirà che m’ha sempre sognata, che da tre giorni
non dorme, mentre la sua mano aperta sta gridando in attesa, che aspetta
almeno il mio fiato per stringersi a pugno.
Devo decidere, poggio il bicchiere vicino alla sua mano
senza toccarla, finché i nostri indici si sfiorano, i nostri medi si
toccano ed i pollici si incatenano senza guardarli. E davvero non riesco a
guardarlo, forse già mi pensa nuda nel letto, in qualche albergo qui
vicino che di sicuro conosce. Forse mi pensa vestita, distesa che aspetto,
o in piedi con la gonna arrotolata ai fianchi, sbattuta contro uno zoccolo
di muro che sarà la sua passione, la soddisfazione del suo ardore che ora
sento attraverso un dito, una mano che non mi lascerà per tutta la cena.
Mi parla della sua villa in mezzo ad un parco d’olivi, dei
suoi tre pastori tedeschi e della cagna bastarda che ha partorito da poco.
Ripenso a Cecilia: “Almeno ricchi, se d’altro non potremo mai sperare!” La
sua mano trema, avverto un fremito nato distante, è evidente che sta
pensando ad altro, a come spartire intimità e convinzione che una donna a
quest’ora è solo da letto e questo spacco che vede non può che finire in
una voglia che s’apre e che aspetta.
Forse sta pensando che l’ha presa troppo lontana, che
magari avrebbe potuto saltare la cena, il ristorante e queste parole
smielate che ritardano il momento preciso d’allungare la mano, e fanno
perdere tempo alla voglia che autonoma s’ingrossa nella certezza che una
donna come me non scopa da tempo e non vede l’ora che ci portino il conto.
Le sue dita mi bucano la pelle, le sento, vorrebbero stare
da qualche altra parte, sfiorare il bianco del mio merletto che esce, il
nero del mio nylon che sfacciato si mostra. Lo sento, ora davvero manca
niente, toccare di gusto una donna sposata, toccarla per bene e sentire il
calore di due gambe accavallate e poco convinte, mentre guarda gli occhi
che si fanno più bianchi, guarda l’indecenza di darsi nel contegno che
cala, l’aria da signora che rimane un ricordo come l’antipasto d’aceto o i
discorsi per dire sui pastori tedeschi.
Lo vedo che pensa, che si domanda quando ho fatto l’amore
l’ultima volta. E come, e dove l’ho fatto. Dentro un letto di casa o in
macchina in pieno parcheggio, sotto il sole d’agosto o illuminata da un
fascio di luna. Se quando faccio l’amore rimango fredda in attesa o
scollego il cervello e mi scaldo al pensiero, se mi piace annusare il
piacere che cola e nel mentre mi faccio sussurrare cagna bastarda come il
suo cane nel parco d’olivi. Eccola quella mano! Nessuna ragione può più
trattenerla, perché il desiderio diventa una sfida e la sento che mi
riempie la stoffa come se fosse una vela gonfiato dal vento. Magari sta
pensano se offro me stessa nella parte dove un uomo impazzisce, dove sente
il possesso senza scrutare negli occhi e chissà per quale ragione si sente
più maschio. Eccola che risale la gamba, premurosa si ferma e poi riparte
decisa, stringendo la pelle per sentirla più soda, per misurare il tempo
che manca alla meta che non può più essere distante se è finita la calza e
non rimane che carne. Mi domando perché ora non lo fermo, perché lo lascio
pensare che sta accarezzando una preda dove s’accomodano uomini diversi
perché gli è andato a genio il contorno.
Il cameriere ci guarda ed io mi sento a disagio. Perché poi
mai? In fin dei conti era quello che volevo, farmi sbrindellare mutande da
una mano infuocata, farmi cercare nel punto dove da mesi non sento
carezze, come se qui, in questo momento, stessi proseguendo il mio sogno
dell’alba, che puntualmente ritorna quando sono sola nel letto. Sorrido
pensando che ne sono ancora capace, mi chiedo quale molla l’abbia fatto
scattare, quale dettaglio gli abbia permesso di non avere timore, lo
spacco della gonna o il reggiseno imbottito, le mie labbra più gonfie o
semplicemente che sono sposata. Questa mano che muove non ha morale né
legge, eccola la sento, ormai davvero manca un nonnulla, con l’altra
parla, fuma e mi versa del vino, con gli occhi m’ascolta perché io
continuo a parlare di Cecilia, dei suoi tanti uomini, dei suoi tanti
problemi. Ma credo che io sia l’unica incognita!
Cosa ci faccio con questo sudore straniero tra le mie
cosce, lui insiste e mi fa voglia, per un attimo desiste e spero che non
fugga, per un attimo si ferma e spero che non torni all’assalto di queste
flebili resistenze che lui neanche avverte. Perché sono mie, sono dentro,
sono tra l’anima e la pelle, sono tra la ragione e mio marito che ora avrà
spento la luce, che ora mi starà pensando dentro una leggera premura che
s’ingrandirà con le ore. Sapesse invece cosa c’è tra le mie gambe, una
mano d’un altro ossessiva e padrona, che il cameriere intravede e gonfia
la stoffa, di questa tovaglia rosa salmone, e mi scava e mi lava da questo
velo di polvere che nel tempo si è fatto imene.
Lui insiste e continua ad entrare, ha scelto il dito medio
perché forse è il più grande. Risale la corrente per il gusto di scovare
il motivo, di come una femmina spalanchi le gambe, e gli renda più agevole
il percorso in salita, di come una femmina continui a parlare, e si fa
cercare nei buchi l’essenza più dura, davanti ad un cameriere che in piedi
ci guarda, ed a questo punto non può non essersi accorto di cosa fibrilla
sotto la tavola e che l’antipasto sotto la gonna sta diventando primo e
secondo, e poi frutta e poi dolce, e poi ancora vino che sento nella testa
e nel seno, in ogni dove che fa buco e fa da culla, che fa d’ansia e fa da
letto, che stupida stasera ho pensato di finirci davvero.
A Cecilia racconterò che l’amore è rimasto sopra la gonna,
su una terrazza al Gianicolo che ci faceva contorno, le racconterò delle
balle perché non posso dirle che sto spalancando le gambe, che ora quello
che sento non è solo un dito, ma una specie d’amore che mi fa chiudere gli
occhi. Non posso dirle che ho ceduto prima di resistere, che neanche un
fremito mi ha fatto stringere le gambe, che neanche uno starnuto ha
deviato il percorso.
Eccola la mano, la sento. Si muove libera e padrona, carica
di consapevolezza e di boria che nessun altro piacere potrebbe essere
meglio, che nemmeno l’amore contro un tramonto sarebbe lo stesso. Scivolo
lungo la spalliera, impercettibilmente m’abbandono, con la gonna che
s’alza e i capelli che coprono gli occhi. Non ci saranno suite d’alberghi
col Gianicolo e Roma di sotto, non ci saranno lenzuola di seta o una vasca
grande come una piscina dopo l’amore.
C’è solo questo dito che ora confondo, questa mano che
stringe e raccoglie il piacere, che sgorga a zampilli dal ventre di terra,
come acqua sulfurea più densa e bollente. Mai l’avrei immaginato di
sentirlo abbondante mentre lui continua a parlare di moglie, di lavoro di
tennis e della cagna bastarda. Mai avrei immaginato di farmi finire, sopra
questa sedia ed urlargli col bianco degli occhi, di andare nel fondo dove
non ci sono coralli, ma un’anima munta che aperta gli offro, per arrivarci
da maschio che sbaraglia le ansie, i timori e le attese che si sono fatte
bisogno.
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