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Sarà che mi sono tinta i capelli di nero, che questo
completo m'accarezza leggero, è trasparente di seta sfumato di
malva, come se non coprisse che niente, come se la mia pelle
dorata di fine d'agosto, facesse piacere soltanto a guardarla.
Seduta su questo divano mi godo la festa, m'imbarazza ogni parte
di me che da sola s'ostenta, le mani, le unghie, le gambe che
appena accavallo, ma mi guardo intorno e faccio la faccia
tranquilla, mentre scaldo il bicchiere ed aspetto qualcuno, che mi
tolga l’impaccio di essere sola, perché qui non conosco nessuno,
tranne la mia amica immersa tra baci e regali. Mi gusto questi
uomini che s'annidano intorno, e mi chiedo se s'accontenterebbero
davvero, di sfiorarmi e toccarmi soltanto con gli occhi, e se
sarebbero così discreti a non togliermi l'aria, ed annusare di
sfuggita soltanto il profumo che porto. Se solo sapessero una
parte dei sogni che faccio, di come alle volte mi riduco allo
specchio, a pensare ad un uomo che abbia almeno il coraggio, di
sollevarmi la gonna senza chieder permesso, e sbafarmi le labbra
come le altre senza rossetto.
A volte mi chiedo se sono normale, se anche questa donna di
fronte che parla e che ride, s'immagina d'essere presa senza
preavviso, appoggiata ad un muro o sdraiata in un campo, con le
ortiche ormai alte che non coprono gli urli. Sarà che sono
sfacciata soltanto nei sensi, e nessuno riesce a guardare oltre il
rossore, che finto s'accende e m’avvampa la faccia, di quest'aria
fasulla uscita da un collegio di suore, che scaccia qualsiasi
essere che vorrebbe almeno sentirmi l’odore. D'improvviso qualcuno
spegne la luce, e compare una torta con quaranta candele, nel buio
mi par di sentire un soffio di vento, una mano che sale e
s'insinua tra il mio fiato sospeso, e m’alza la gonna e mi scopre
le gambe. Rimango immobile e non mi volto nemmeno. E' mai
possibile che qualcuno sia entrato nel mio sogno, nei miei
pensieri profondi dentro il campo d'ortica?
La mano s'arrabatta nella mia carne, ma la sento giovane,
esile, maledettamente leggera, a giudicare dalla pelle che morbida
sfiora, avrà si e no la metà degli anni che porto. Mi chiedo cosa
ci azzecca in questa festa di vecchi, cosa c'entra dentro i miei
voli pindarici, che come al solito m'atterrano nuda e sola nel
letto. Mi sta accanto e mi pressa senza lasciarmi il respiro,
d'alzarmi per finta e posare il bicchiere, di sicuro starà
fissando il mio seno, m’immagino un figlio che vuole mangiare, che
mi guarda le mani come se fossero pronte, a nutrirgli la bocca e
dargli piacere. Mi turba e mi sposto ma non avverto fastidio, la
mano continua a salire ed io non la fermo, neanche un gesto di
stizza per apparire sorpresa! Cosa penserà di me? Cosa penserà
delle mie cosce sudate? Ma è troppo buio per vedere il suo
stupore, chissà se inesperto crede che il cuore sia in mezzo alle
gambe? Magari vorrebbe dirmi che ha bisogno soltanto di un bacio,
che assomiglio a sua madre che non vede da tempo. Chissà se non ha
trovato occasione migliore, per adagiare la testa ed infilare una
mano, che era solo un gesto d'amore e non gli è venuto poi bene!
Forse voleva solo chiedermi affetto, ed ora si ritrova con una
mano di troppo, tra una donna che non gli ha dato nemmeno uno
schiaffo!
A tratti s'arresta si ferma e riparte, per farmi notare che
mi tocca senza consenso, e sotto la gonna c’è davvero un regalo,
un trenino rubato che stringe geloso. Potrei gridare, ma chissà
che figura, potrei correre ed accendere la luce, scappare veloce e
chiudermi in bagno. Con tutti gli uomini che m'hanno guardata
stasera, non è possibile che soltanto un ragazzo, abbia avuto
l'ardore di verificare come reagisco. Lo sento che è giovane,
sento l'ansia nel suo tatto, il timore nel palmo che s'è fatto
coraggio. Ma poi mi lascio andare ed aspetto, sapendo che sono
solo istanti di buio, che tra poco accesa la luce come d'incanto
tutto finisce, che questa mano arrivata oramai alla fine, è più
esperta di tante altre che ho conosciuto.
Oramai se ne sarà accorto che non porto mutande, che mai
l'ho portate quando prima di uscire, mi balena il pensiero di una
qualche occasione. Se ne sarà accorto che non ho stretto le gambe,
e non mi sono irrigidita quando piano saliva, fino ad un fremito
netto che ora mi prende, e impercettibile muovo e gli faccio più
spazio. Mi spiace di non vedere poi nulla, chissà di che colore
saranno i suoi occhi, e le sue dita che sento esili e lisce , se
ha la faccia da adulto o è troppo bambino. Davanti a me prima
ancora del buio, sedeva la mamma della festeggiata, è un'anziana
signora che mi conosce da sempre, m’immagino la figura se ora si
rischiarasse la stanza, e quelle fiammelle accese si spegnessero
di colpo! Mi vedrebbero qui su questo divano, con una mano che mi
prende il piacere, con un dito oltre l'orlo che mi sfiora le
sponde. E sale, sale senza fatica, ora avverto una sorgente che
sgorga dalle rocce, è neve sciolta che diventa bollente, fiume in
piena che esce dal letto, e ora mare copioso che alimenta il
timore, d'aver irrimediabilmente macchiato la gonna.
Sente che il mio respiro s'ingrossa, come sono sicura che
avverte il calore del seno, che non vuole stare al suo posto, e fa
capolino e chiede la sua parte. Se ora fossi in casa dentro il mio
letto, aprirei gli occhi e consumerei i suoi anni, m'abbandonerei
pur sapendo che peso i suoi chili, pur sapendo che questo braccio
che mi preme il ginocchio, è troppo leggero per difendermi dalle
mille paure, che giacciono pressate sul mio davanzale.
“Ma chi ti ci ha mandato dentro queste mie gambe? Come hai
fatto a capire che non aspettavo nient'altro?” Dentro l'oscurità
profonda mi sento vigliacca e mi piace, mi fa sognare che se fosse
soltanto poco più grande, mi solleverebbe di peso come una piuma,
mi porterebbe fuori da questa incoscienza, da questi occhi che so
che mi stanno guardando, dalla mia amica che ancora non soffia, su
quelle candele che prego Dio rimangano accese. Le sue dita sono
troppo leggere, se non fosse così piccolo non avrebbe paura, di
farmi del male, di farmi sentire volgare, dentro una macchina che
schizza veloce, o in un ascensore finito per sbaglio all'ultimo
piano.
“Che ti ci vuole! Ti prego, non tormentarmi fino a quel
collo, che non puoi baciare, dove non puoi alzargli i capelli, e
raccontarmi vapori e poesie d'amore. Perché tanto, ti giuro, non
ne ho bisogno! Non mi gonfio i polmoni d'emozioni scadute. Ma è
difficile dirti tutto questo, anche se una stupida mano m’invade e
s’appropria, dei miei segreti più intimi, delle mie pieghe, del
mio odore che ora mi par di sentire.” S'arresta e riparte, mi
cerca e fa da padrona, sotto questa mano mi sento una schiava, al
pari d'una meticcia in un campo di cotone, come una negra in una
telenovela, che s'abbassa ed ospita senza fiatare. Maledetto
ragazzo! Ora sì che vorrei, ora sì che non posso fermarmi, sotto
questo desiderio che mi stropiccia il vestito, e mi sgualcisce
l’anima tutta in frantumi sul divano. Ecco, ora, adesso, in
questo momento, se mi salisse sopra non resterebbe che
accoglierlo, con tutti gli onori, come quando chiusa nel bagno,
lavo la mia parte migliore mentre qualcuno m'aspetta , o quando mi
do di rossetto con la stessa solerzia, di una cameriera che lucida
pomelli della porta d'entrata.
Chissà se se ne è accorto che ora mi separa il nulla, che
tra niente sprofondo tra le acque più calde, vorrei chiedergli un
ultimo sforzo che mentre mi prende, mi liberi una tetta fino ad
aspettare la luce. “Ora ti prego non fermarti, tiramela fuori se
ti fa voglia, lasciami nuda se ti eccito schiava.” Eccolo ora lo
sento che arriva da lontano, come un messia aspettato da secoli,
come una buona notizia dal fronte. Ecco ci sono, ci sono, lo
sento, cola dall'alto come un miracolo dentro una bolla, sembra
che faccia rumore, come risucchi di acqua battente, dentro una
grondaia che sfoga e inonda l'asfalto. “Dannato ragazzo, dannata
mano che sento, se ti dicessi che mai ho raggiunto il piacere in
meno d'un niente, che uomini pazienti c'impiegano ore? Come è
possibile che le tue piccole dita abbiano fatto tutto
questo?”Capisce, arresta la mano, s'asciuga le dita sulla mia
pelle che freme. Capisce e mi ricompone la gonna un attimo prima
che s'accenda la luce. Capisce e mi serra le gambe prima d'un
niente, che la vergogna m'arrossisca la faccia, prima d'un
frammento che la mia amica soffi sulla torta, prima d'un solo
instante che parta un coro d'auguri.
Curiosa mi volto di scatto, mi guarda, è la prima volta che
guardo i suoi occhi, la prima che vedo la sua mano, che vedo le
sue dita, le sue unghie smaltate di rosso.
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