Ci sono dei
giorni che scorrono lenti, come fiumi che portano masse di fango
e straripano su sponde e inondano campi, e ti chiedi da dove
provenga la brama d’essere un’altra con una faccia diversa, un
trucco a farfalla con le ali di seta, di lilla e di viola con i
riflessi pervinca su un vestito di fiori e un cappello di
paglia, e le labbra più rosse ed i capelli di grano, che voglia
che bello andare lontano, che bello e che voglia tenersi per
mano e chiudere gli occhi in attesa di un bacio, e correre
incontro al sole che sbatte, che indora la pelle che ora di
latte, ti lascia il sapore d’un’anima morta.
Perché ci
sono dei giorni che vorresti cambiare, questo lutto nel cuore
che porti da mesi, questi toni ormai lisi diversi dal nero, che
non danno eleganza ma solo grigiore e tu che ripeti che se non
avessi tuo figlio, potresti sentire di nuovo l’effetto, d’un
cuore che batte e lento riparte, ed una voce che calda chiama
per nome, le tue gambe gemelle che si snodano agli occhi, d’uno
sguardo che intenso ti fa vibrare leggera, come una foglia
cullata dal vento, che leziosa s’adagia senza chiedersi il
verso, la direzione ed il senso dove porta quel soffio .
Sono passati
sei mesi da quando è successo, una vita affidata ad un pezzo di
carta, una sentenza di un giudice e non stavate più insieme, la
sua faccia insolente e sei scappata di corsa, sei tornata a casa
ed hai aperto la porta, hai sentito denso l’odore del vuoto, di
chi in un nonnulla s’era dissolto, e tu con lui con la morte nel
cuore, e tu con lui e la cena ed il pranzo, le tante abitudini
scomparse per sempre, mano per mano sul divano la sera, mano per
mano nel letto di notte, per paura del buio e quei fantasmi sui
muri, che nonostante sei mesi t’appaiono ancora.
Sono ombre
che fitte s’affollano in massa come nidi di uccelli sotto i
tetti di notte, che sfumano a volte con la falce di luna e mute
rimangono in attesa dell’alba perché ci sono dei giorni che
pensi e domandi, come davvero sia potuto accadere, mai un
litigio, un momento di noia, mai una volta che sia arrivato più
tardi. Eppure era lì, chiara evidente, e tu sorda non hai
percepito, eppure covava, dentro covava, quella tenia di noia
esplosa di colpo, una foto, un indizio, un banale disguido, una
nuda bugia, un dubbio più forte e poi la certezza guardando i
suoi occhi.
Ci sono dei
giorni che non ti dai per vinta, che t’alzi e pensi che sia un
giorno diverso, allora sì che spalanchi finestre e respiri
profondo l’azzurro del cielo, ed allora sì che vai incontro al
tuo giorno e ti curi e ti trucchi con un nuovo rossetto, più
chiaro e più vivo per dare nell’occhio, per essere pronta se in
caso accettasse. E allora sì che lo chiami al lavoro, e parli di
niente e parli di tutto, convinta che dopo arrivi l’invito,
magari soltanto per parlare di casa, delle tante bollette o di
Marco che chiede, ogni sera nel sonno quando torna suo padre.
Ed invece no, non succede mai niente, ti dai della stupida
soltanto a pensarlo, perché ci sono dei giorni come reti da
pesca, che dividono i mari come dividono gli anni, e non hanno
un oggi e non hanno un adesso, ma solo un passato che granitico
è certo, ma solo un futuro che labile sfuma, come la luna tra le
nuvole fitte, come una luce tra la nebbia di notte, che ti
indica un punto dove cerchi di andare, senza sapere se sia
quello più giusto.
Ci sono dei
giorni che ti sforzi ed accetti, l’invito pressante della tua
amica Giovanna, in un locale di Ostia con due conoscenti, un
avvocato e un dentista che non sono poi male, che possono
servire per quello che cerchi, a scrollarti di dosso questa noia
vischiosa, in una serata diversa lontana da casa, magari in un
posto dove si possa ballare o rimanere per ore a parlare di
niente.
Ci sono dei
giorni che poi è lo stesso di prima e ti ritrovi di colpo
davanti allo specchio mentre scegli il vestito e lasciva ti
guardi, mentre provi quei tacchi rossi da sogno, che alti, che
belli ti fanno figura e ti slanciano snella e ti fanno più
magra, e tu ridi contenta pensando che in fondo basta un niente
davvero per sentirsi più viva, come un ramo di pesco rinsecchito
in inverno gemma e rigemma al primo raggio di sole. Perché ci
sono dei giorni che per grazia e magia, quelle rughe allo
specchio si sono dissolte, quei vizi di pelle d’incanto spariti,
e ti senti più forte come fosse vendetta, come fosse rivalsa
contro quell’ombra, che comunque aleggia sopra il soffitto, e
severa ti giudica e sembra darti consigli che tu segui ed
accetti senza battere ciglio.
Poi passa,
certo che passa, il timore di non essere ancora all’altezza, di
esser di peso in una cena tra amici, perché quello che hai
dentro non rispecchia per nulla, la scollatura profonda del tuo
vestito di fiori, il rossetto deciso troppo acceso che spara e
la calza che hai scelto con il ricamo sul bordo, che è proprio
un delitto tenere nascosto, che è proprio un reato non spartire
nel letto, sotto la seta, il pizzo e il merletto, sotto il
vestito che fa la ruota e si gonfia, al vento che soffia sulla
pista da ballo, in un locale all’aperto sul lungomare di Ostia.
Poi passa
certo che passa, perché anche un dolore scade nel tempo, perché
anche una rondine abbandona il suo tetto, e tu piano piano
riacquisti fiducia, e ti trovi perfetta in sintonia con il
mondo, ed ora quest’uomo non fa più paura, non ha né odore, né
un viso diverso, è soltanto gentile e non trovi un difetto,
mentre cinge i tuoi fianchi e ti porta in un liscio, mentre
fisso ti guarda e sussurra quel brano, per dirti che è ora, per
dirti da sempre, aspettava una donna con lo stesso tuo viso, lo
stesso tuo trucco di ali a farfalla, il tono ed il fruscio dello
tuo scialle di seta, lo stesso tuo ghigno quando sorridi e non
parli, gli stessi tuoi occhi quando ti dicono bella.
Ma poi passa
certo che passa, mentre lo guardi e divertita lo ascolti, perché
lo sai che sono solo parole, che sanno di tutto che sanno di
niente, di una sera che lascia degli strascichi onesti, per
sentirsi leggeri impalpabili dentro, e ti piace e lo invogli per
vedere l’effetto, di un uomo che dice, di una donna che tace, di
una mano che ora nei limiti scende ma poi si ritrae
ricominciando il percorso, perché ti intriga non dargli
vantaggi, la spinta fatale per preparargli la strada anche se
sai che è una sera diversa, ed il vento, la luna, la gonna che
ruota è il contorno ideale per accettare l’invito o almeno
l’incognita in attesa che resta.
Ma poi
viene, sicura che viene, quell’invito diretto preciso e
ficcante, senza più sottintesi allusi ed omessi, proprio nel
punto dove lo stai aspettando, proprio quando due labbra planano
piano, sul tuo fiato che caldo ha bisogno di un bacio, sul tuo
seno bollente che ha bisogno d’amore, anche se sai che non è
quello più giusto, e che di giusto c’è solo questo invito
pressante, anche se sai che passeranno dei giorni, perché sono
quei giorni che scorrono lenti, come i fiumi di prima che
portano fango e allagano sponde e inondano campi, e ti chiedi da
dove provenga la brama, quale la fonte, la vena, la
faglia,
d’essere un’altra con una faccia diversa, un trucco a farfalla
con le ali di seta e un vestito di fiori e un cappello di
paglia, un piccolo ombrello di carta di riso, un tocco leggero
che sfuma sul viso, e le labbra più rosse ed i capelli di grano,
che voglia che bello andare lontano, che bello che voglia andare
per mano e chiudere gli occhi in attesa di un bacio, e stringere
i pugni e sentire il sudore, e correre incontro alla luna che
sbatte, che fa bella la pelle che ora di latte, ti lascia il
sapore d’un uomo, un amante, ti lascia l’odore di un’attesa alla
fine, di promesse a te stessa che crollano in fretta, mentre lo
guardi e lui ti sorride, con gli occhi, la fronte, perfino i
capelli, e come un bimbo entusiasta ti sprona, ti trascina a
passeggio sul molo e le barche, tra i banchi all’aperto di un
mercatino di notte per quanto tu possa andare sui tacchi e
ridere tanto di tutto e di niente, di un bacio rubato al sapore
d’anguria, di una zingara bimba che indovina il passato, di
un’insegna a tre stelle che ammicca vicina e un portiere di
notte colto nel sonno, che sbaglia la chiave, il piano, la
stanza, del sogno che ora è una vetrata sul mare, con le chiome
dei pini che corrono storte, sulla spiaggia deserta, sul
lungomare di palme, una terrazza ed un drink e la tua gonna che
danza, al vento stanotte che sa di libeccio, che è caldo e
sabbioso e porta i sapori, di musiche e tasti di un piano
lontano, che a coda riecheggia il Tema di Lara, di una nota la
stessa, un bemolle minore che fa vibrare la pelle velata e
salmastra, la tua mano aperta che tacita attende, la sua che
silente ti invita e ti parla, e sa di uomo e riparo che ti copre
le spalle, e sa d’attenzione, riguardo ed affetto, e tu stringi
i tuoi occhi per catturare il frammento e lasciarlo scolpito nei
ricordi più dolci, perché questa notte non avrà una gemella,
perché questa notte sia unica e sola, come tutti i domani che ti
aspettano in fila, quando al risveglio sola nel letto, ti stiri
felice guardando la parte, che vuota rimane, convinta, per
sempre.
FINE
Il
presente racconto è tutelato dai diritti d'autore.
L'utilizzo è limitato
ad un ambito esclusivamente personale.
Ne è vietata la riproduzione, in
qualsiasi forma, senza il consenso dell'autore