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Sotto questa notte m'immergo, tra
i salici stretti d'una Roma puttana, lungo questo fiume che l'inumidisce e
la penetra, come se la preparasse ogni volta senza farle provare dolore.
Le ammolla le sponde per allargare il suo letto, per farla capiente ed
addolcirle il piacere. Una nebbiolina sospesa nasconde l'orgasmo, ma la
sento che gode, che freme, che accoglie acqua e detriti senza mai essere
colma, femmina mai paga che chiede ed inghiotte, che ingurgita sesso e si
lascia scopare, nelle pieghe a ventosa troppo distanti, dall'anima femmina
che ha bisogno d'amore.
E' notte e m'immergo in un
brivido stretto, che corre veloce lungo la schiena, ci sono foglie che
buco, escrementi di cani che evito appena. Tra le mie gambe una polvere
lenta, s'alza e mi vela le calze, come nebbia m'annuvola il cuore,
m'attutisce e rallenta il flusso del sangue. Ma sarò io questa Roma che
dico puttana? Che irriverente la giudico femmina persa? Ma sarò io che sto
guardando me stessa, come se davanti, al posto del fiume, ci fosse uno
specchio? Lascio che il vento mi scopra la gonna, scopra il mio sesso
impudico e sfatto, perché davvero qui ci sono passati uomini a frotte, uno
scorrere lento di semi infecondi, che neanche per caso son diventati dei
padri, lasciandomi un vuoto che a stento riempio.
E' un uragano che nasce da
dentro, più in fondo di quanto mi sia mai scavata. Dalla mia carne esce
ruggine e diluvio, rabbia di dovermi accettare. E' un impeto folle che
spazza ragioni, come se di colpo tuonassero parole che sanno d'ingiuria.
Non ho più fili a questo mondo, chissà se avrò pace? Sono fatta di pelle e
non di cuore, sono fica, tette, il resto non conta.
Questo fiume che scorre crea una
voragine d'anni, che m'hanno avvizzita, sbattuta di colpo. Sono fatta
d'aria e d'acqua, qui dentro non si formano parole, non esiste amore per
pretendere rispetto, sono seno da ciucciare, sono culo da fischiare, da
farci dei sogni malsani quando cammino e a mia insaputa, mi scopano senza
guardarmi la faccia.
Dicono che i vecchi non provano
dolore, allora io mi sento vecchia, perché dentro me non c'è dolore, ma
schifo, sputo denso che cola e ti ritorna in bocca. Non voglio
comprensione, voglio che qualcuno m'abusi senza conoscere quello che
provo, quale sventura possano mai fottersi, stanotte, domani, di quale
rabbia s'insozzano senza rendersene conto.
Ho bisogno d'amore, d'essere
catturata senza permesso, apprezzata per le labbra che offro, che consumo,
che sbordo per un sesso qualunque che le riduca ad alcova, per una coda
che mormora come se aspettassero il turno. Non sono nulla, solo pelle,
solo pieghe di sesso che il primo riempie, che l'ultimo inganna, convinto
che l'anima sia poco distante, che la parte che offro sia ancora
inviolata.
Cammino sotto questi salici
stretti, in cerca di qualcuno che apprezzi l'incedere lento dei miei
tacchi insicuri, dell'acqua impetuosa, come se ogni volta nascesse una
vita in faccia al mondo, in faccia alla morte che mi vuole da sola, a
piangere lacrime secche senza costrutto, senza un futuro che davvero non
vedo. Non c'è un filo che mi porta lontano, c'è una voglia d'amore che
confondo col sesso. Prendimi chiunque tu sia, uomo donna o forma di sesso,
ho bisogno di saliva, di fiati e vapore come se fosse nebbia ed io cammino
girandomi attorno. A mano per mano mentre lo bacio, mi bacia, mentre
supina l'accolgo, perché davvero mi sento bocca e culo, un buco qualunque
in attesa d'amore che mi riempia in questo vuoto che urla, questo silenzio
d'angosce e paure che nessuna parola può più interrompere.
Cammino sotto questi salici
stretti per essere anch'io una parte di Roma, per sfidarla ed essere più
bella, scoprendo il mio seno come se fossero colli. Se potessi punterei i
tacchi tra le due sponde e come un ponte lascerei che l'acqua scorresse
veloce, sotto le gambe fino a sfiorarmi la fica, a saziarmi le parti del
ventre dove non arrivano sessi.
Qualcuno si ferma per ammirare il
fiume che scorre, questa Roma romantica che s'adagia leziosa, vorrei
dirgli che se solo volessi, sarei brava altrettanto, a farmi slabbrare le
sponde senza chiedere in cambio che niente, perché per fare la troia basta
allargare le cosce, senza pretendere al dunque l'amore, come ora davanti a
questo incedere lento, d'acqua che scorre verso la foce, di sangue che
nutre il mio seno disfatto, non riesco a vederci l'amore, ma soltanto il
trasporto d'escrementi e rifiuti.
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