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Vatti a fidare del sole
di marzo, che scrolla le tette e alleggerisce i vestiti, vatti a fidare
del vento che scalda, che alza le gonne e fa volare i cappelli, che rasi
sull’acqua s’abbandonano al mare, una donna l’insegue bagnandosi i piedi.
Vatti a fidare del mare di marzo, che ruffiano ti accoglie e
all’improvviso si gira, fa la cresta sull’acqua ed alza le onde, e bagna
la donna e bagna il suo seno, e traspaiono brividi sulla pelle più chiara.
L’uomo per caso ha un telo di lino, che agita al vento come una resa,
vatti a fidare del sole di marzo, che fioco s’accuccia sotto le nuvole, e
lascia la donna e lascia quell’uomo, al vento che tira senza riparo. Il
cane è un pastore che somiglia al padrone, sbava uno stecco di legno e di
sabbia, e chiede abbaiando di rincorrerlo ancora, l’uomo si ferma deciso
che fare, equidistante dal cane e dal dovere che incombe, nella mano
destra un guinzaglio di pelle, nell’altra quel panno di stoffa leggera,
che il destino ha deciso di materializzarlo all’istante.
Lui lascia il cane rapito dal canto, lei strizza gli occhi e guarda quell’uomo,
ha le mani occupate da una borsa di piume, dal timore che la sabbia sia
ancora distante:
Stringimi lemani stringimi lemani,
sopra questomare spolpami iseni
preda peruccelli esca perlaluna
che canta dolcemare che pesca nel miocuore.
Vatti a fidare di un regista che gira, poco lontano uno sbarco sul mare,
ed inquadra la donna le dune di sabbia, il cane che ora l’annusa e la
lecca, e l’uomo che ora ha deciso d’andare. La vede si ferma ha le scarpe
nel mare, la chiama e l’avvolge nel suo telo di lino, la donna di spalle
nasconde i suoi dubbi, ha la pancia occupata e non vuole accettare,
partorire il segreto o farlo abortire. Ha un filo di perle lo gira tre
volte, nell’attesa lo sgrana ma non sono preghiere, ogni cinque s’impunta
sulla perla più grossa, ogni dieci lo stringe contro il suo petto. Porta
con sé due scarpette da bimbo, ma non ha ancora capito se è un figlio o un
aborto, se sanno d’amore che inganna l’attesa, se sono gli avanzi di un
corredo da sposa.
Porta una fede all’anulare sinistro, chissà se ha mai avuto un marito, se
gli zoccoli che tiene nella mano sinistra, sono serviti per farci l’amore.
L’uomo ha una divisa e sa cosa fare, ma la guarda e le fa tenerezza, la
gonna bagnata la rende più nuda, mentre parla una lingua che lui non
conosce, i suoi santi stranieri hanno barbe da slavi, belli come maschi da
volerli sposare, forti come stecchi d’averne timore.
L’uomo ha gli occhi di cane e un documento sgualcito, Marika il nome e una
foto che ride, ha le labbra di foglia che slarga in un fiore, che bello
che voglia lasciarsi rapire, sentire il caldo del fiato sentirla alitare.
Vatti a fidare di una donna che scioglie, i capelli più lunghi che
s’inzuppano al mare, tinti di rosa dove spuntano i seni, pere di Tirana
figlie d’oltremare, e un cerchietto sulla testa per ricordarsi le parole,
di questo canto in italiano che altro non sa dire, e fermo lui l’ascolta
perché è difficile capire, dove inizia l’orizzonte dove finisce il dovere:
Stringimi lemani Stringimi lemani
Arrossami lafaccia Succhiami lelabbra
Succhia imieidomani Sopra Questaterra
Albore oltre ilnero Cheschiara imieitimori |