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Fammi sentire che non sono mai
nata, che da sempre ti amo, che da sempre mi cerchi, nelle viscere che
lavi, che sporchi, in un andirivieni che sazia ed affama quest’anima
informe, che dici di carne, che dico di fica, che stringo, che slargo qui
dentro le gambe. Perché mai vorrei che venisse
domani, mentre bramo la voglia d’essere presa, anche se dentro ti sento,
se fuori rimane un odore forte di sesso, che pompi, che tappi nell’avida
voglia di strozzarmi il respiro.
Fammi,
ti prego, fammi sentire che senti, che menti, che giuri e mi premi, fino
ad essere ombra schiacciata sul muro, un buco di caldo che sbatti e
riempi, perché il resto non conta, non serve di notte quando t’affoghi
nel ventre, quando l’alba domani sarà più nera d’adesso.
Vorrei
avere ai miei piedi uno specchio, per vedere la mia pelle obbediente, che
t’invita e t’accoglie, e si fa pieghe e risucchio, come mare caldo di
notte, come foce di fiume che nutre. Vorrei esser fatta soltanto di
fica per sentire quello che senti, un unico buco come un culo di luna, che
accetta nel grembo residui di maschio, semi e pianti d’amore che non bagnano
seni, ma colano orfani lungo la rabbia d’esser da soli.
E sì davvero vorrei che non
avesse misura, perché la più lunga avrebbe una fine, una meta dove non
voglio arrivare, perché domani sarà ancora più sogno, scoprire quale
uomo più forte, a ragione mi sbatte, mi prende, m’induce ad essere
quella che sono. E sì davvero vorrei come ora lo
voglio, come ora l’aspetto senza che un tenue pudore mi copra le spalle,
uno straccio di gonna che fingo d’alzare.
Lo voglio perché sono vera,
perché sono carne ed è bellezza quella che chiedo, è dolcezza quella
che imploro! Voglio essere sesso e voglio essere altro. Voglio che sia
poesia, fiumi di tempo e parole che m’avvolgono come ora ti sento.
Nessuno davvero m’ha presa, nessuno come quando sei dentro e per questo
ti amo, per questo sto bene, come se sola fossi incompleta, mi mancasse la
terra dove ora punto i tacchi e t’aspetto, dove ora divarico il cuore
perché tu possa baciarlo.
Baciami, baciami adesso la bocca che offro, la
rosa che godi, fammi uscire da questo cervello che all'alba mi riconduce
dentro la pelle. Io sono altro, sono altra, sono la passione che tocco e
mi tocca, indefinita creatura che sa di fica, di tracce biancastre d'amore
malsano, sono uomo e sei donna, sono acqua informe che cerca una forma,
bottiglia nel mare, perché in amore non c'è ruolo, avanzi di carne che
chiamano femmina, che tu offri e regali per darmi una forma.
Urlami la brama che senti alzando
una gonna, che sono urina ed alcova, luna di miele per sesso che preme,
che freme perché io sia utile almeno in un verso. Fammi, ti prego, fammi
sentire che non valgo poi nulla, se ora dovessi lasciarmi in attesa, se
una pausa più lunga mi desse il coraggio di saperti di un’altra, che
slabbri che monti lasciando che il vuoto mi faccia condensa.
Non darmi certezze! Fammi godere
senza pretese, senza che ora m’aspetto che entri, che esci, che rimani a
cullarti tra questa voglia brodosa, che tra le gambe mi scoli, come
grondaia sotto una pioggia battente. Non ho padroni a questo mondo! Ho
solo sessi che non ho mai contraddetto, che mai ho fermato neanche nel
sonno, quando sulla soglia non m’hanno mai chiesto permesso, non
m’hanno chiamata nemmeno per nome.
Ti prego dammi il coraggio di
dirti le parole che sento, di chiamare con nome che sa di volgare questo
cazzo che m’entra, che raschia le ossa e mi straccia la pelle, come se
fosse di carta, come se fosse una gonna. Chiamami, ti prego chiamami, come
mai finora t’è venuto di dire, fino a farmi sentire madre del tuo sesso
che spinge, fino a farti sentire padre d’un grembo prima del tempo.
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