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Bella la mia matrigna,
profumo di pelle e sapone, d’acqua di rose sul seno capiente, che
lasciava calare per essere pronto, a portata di mano sotto maglie di rete.
Seno ricolmo come buste di latte, seno materno per farci l’amore.
Bella la mia matrigna,
passi leggeri che sentivo salire, lungo la scala dentro i miei sogni,
dentro la mia stanza ad occhi chiusi in attesa. Gambe belle per camminare,
gambe snelle per farci l’amore. Chiuse
come vicoli stretti, larghe come foci del mare, prima che arrivasse mio
padre, prima di cena sotto il tetto spiovente.
Bella la mia matrigna,
sapore di campagne e sudore, di vestiti imbiancati lungo le crepe del
muro, di labbra munte e mani di calli, per governare la casa, per farci
l’amore.
Bella la mia matrigna,
calda come zitella, di gambe scomposte spalancate alla voglia, per
saziarla nel sogno ai piedi del letto, per sentirla cantare poco dopo in
cucina.
Bella la mia matrigna,
cuore di cane sfamato, ripassato ogni volte come verdure, ogni volta
toccava e si faceva toccare, baciare dove la pelle s’arrossa e non vede
mai sole. Scopriva il tesoro senza provarne timore, come passera che
schiude le penne, che mai in quel posto s’annidasse la colpa, un peccato
qualunque per dire preghiere.
Bella la mia matrigna,
che il tempo mi disse di non essere il solo, a sentirla gridare prona e
supina, infarcita e ripiena come torta di mele, da mio fratello più
grande che si lasciava la notte, per avere più tempo, per farci
l’amore, mentre nel letto correva il mio sogno e mio padre nel suo
continuava a russare.
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