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Sarà questo tramonto che
m’allunga l’ombra e le pene, che mi fa sentire più grande degli anni che
nascondo, di questa infinita ricerca di non essere sola e mi trova
scompagnata come due calze messe di fretta. Sarà che non m’aspettavo
d’essere così voluta, desiderata da questo vento che soffia e s’incanala
nelle pieghe nude di sesso, come se sotto la gonna ci fosse davvero un
tesoro, ci fossero letti caldi che m’avvolgono nei giorni d’inverno quando
il gelo secca le mani e feconda i miei sogni. Ma stasera davvero vorrei
essere più bella di quella che sono, più attraente d’una bella di notte
che sciama lungo le calate d’odori spessi di sale, nei vicoli stretti
stipati di carne d’amore.
Lo so che laggiù c’è il mare, che
le mie gambe su questi scogli si snodano a modo e lasciano la voglia
d’affogarci le mani. L’ho coperte d’impalpabile nero, come se sotto l’orlo
ci fosse un’anima a forma di ventre, ci fosse una donna che non
corrisponde alla faccia sfumata nel rosso di questo tramonto.
Sarà questo vento che m’imbroglia
i pensieri e mi scompone i capelli dopo ore allo specchio, ma stasera mi
sento come terra grassa dopo giorni di pioggia, come sposa novella al
primo ritardo. Non porto mutande, perché mai ne porto quando annuso
l’odore e trattengo il respiro, quando allargo le gambe al vento che
sbatte. Mai forma di uomo potrebbe riempirmi altrettanto, mai desiderio di
sesso colmerebbe fino all’ultima goccia il mio ventre bucato.
Alzo la gonna ed apro le gambe, e
m’affido al mestiere del mondo, come se illusa potessi contenere ogni
suono, ogni gabbiano, potessi ospitare ogni parola trasportata dal vento.
Questa brezza che sale e mi inumidisce la pelle mi fa chiedere come ho
potuto negli anni saziarmi di uomini, sfamarmi del vuoto che mi creavano
dentro quando illusi m’abbondavano il sesso. Come ho potuto scorticarmi a
secco le membra? Perché non c’era né voglia, né liquido denso che si
scioglie nel senso infinito d’abbandonarsi lasciva sotto i colpi stridenti
d’un ramo secco e nodoso.
Lo so che laggiù c’è il mare, che
tra le mie gambe scompaiono barche e battelli, che fitte s’accodano e
fanno la fila. Sono piene di gente di mondi diversi, di rutti e bestemmie
straniere, di lingue volgari che confondono in sogno donne e puttane. Mi
sento l’approdo dei loro bisogni, molo dove ormeggiano albe e si
rincorrono notti.
Sarà che ogni sera vengo a
sedermi sopra questo tramonto ed aspetto impaziente che il vento mi sfumi,
mi sfami la sete d’essere parte del mondo, luna che gravida partorisce di
giorno il frutto dei semi lasciati infecondi.
Sarà che aspetto la sera, che
abbia lo stesso colore del sesso che apro, spalanco sfrontato dinanzi al
mondo. Sarà che m’accarezzo leggera, che le mie dita sono barche e
battelli, sono navi che fanno la fila e m’inseguono nell’intimo dove lento
si scioglie un desiderio lontano. Corre lungo le sponde e bonifica terre,
foce di fiume che si deposita in mare, mentre il vento che soffia,
m’asciuga le pieghe ed io ricomincio a sognare.
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