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   RACCONTI BREVI  
 
     
 
 
 

Il pittore e la modella

di Libera Eva

Foto di annakoudella

 
 
 
 

M’immergo nel verde di questa Roma ruffiana, tra le foglie rossastre in tinta perfetta, col sole che muore al di là delle chiome, e la mia gonna leggera di mezza stagione.
Il parco di fronte è umido e freddo, l’odore di resina e di muffa m’avvolge, mentre scendo le scale precaria sui tacchi, e sento il rumore e mi piace scandirlo.
Perché sa di donna e d’ottobre che arriva, di ghiaia al tramonto e di vento che filtra, perché sa di me e di lui che mi guarda e mi segue, tutti i giorni a quest’ora quando la luce si vela.

M’insegue discreto come se non ci fosse, come se fossi sola in questo viale d’autunno, e lui un’ombra che appare e scompare nel nulla, tra le siepi più fitte e gli alberi sparsi.
Rimane a distanza silenzioso e leggero, fino a che non mi siedo su una panchina che guarda, le terrazze ed i tetti e i tanti gatti di Roma, ed io che mi faccio rapire dal sogno.

Perché lui sa che poi non riesco, ad esser l’altra che la vita m’ha dato, che fa la spesa al mercato e sceglie bene la merce, che lava i piatti la sera ed imbocca suo figlio.
Perché lui sa che mi lascio rapire, da questa figura di donna un po’ triste, un po’ decadente se m’è permesso di dire, quando prende i suoi trucchi e si guarda allo specchio.

Poi fisso e rifisso un dettaglio qualunque, un vaso di fiori, una filippina che stende, un uccello sparuto che è indeciso da sempre, come me che dubbiosa ci penso due volte.
Se levarmi il cappello e liberare i capelli, od alzare d’un niente la veletta che porto, per fargli notare quanta cura ci metto, a disegnare la riga che contorna le labbra.
A spalmarmi quel tono di rosso perfetto, per farlo impazzire quando spreme i tubetti, e mischia i colori per rifarlo più esatto, al tono che sfuma e schiude al sorriso.

Appena un accenno, un niente dabbene, che s’increspa laddove un ricordo più forte, mi trova bambina e poi più adulta, a contare le stelle che non sono cadute.
Lui non dice e non parla perché mai l’ha fatto, perché mai m’ha detto nemmeno buongiorno, si mette a tre metri ed alle volte più indietro, per scovare la luce che m’aggrazia le forme.
Ed io che mi alzo e faccio due passi, e mi aggiusto la calza e la riga più dritta, e poi mi risiedo ed accavallo le gambe, e dondolo il tacco per simulare l’attesa.

Ed io che mi m’immergo come fosse uno studio, un atelier sulla Senna tra le tele d’organza, che immagino rosa che immagino bianche, e mi giro di spalle e raccolgo i capelli.
Sono nuda ai suoi occhi lo vedo che freme, che schiara i colori per cogliere oltre, come se il mio vestito non fosse che niente, e l’anima tutta arrossata al tramonto.
Lo vedo che freme ed a volte mi illudo, che non sia solo Arte ma qualcosa che nego, e testardo lui fissa quel desiderio alla tela, che dentro uno specchio sparirebbe per sempre.

Alle volte m’illudo altri giorni ci credo, che un niente, un nonnulla possa cambiare, il tempo, la vita, questo vento che soffia, e gioca indiscreto con la mia gonna che danza.
La vedo che s’alza e obbediente s’increspa, la vedo che sale e la lascio salire, ma è un attimo appena che lui non ha colto, o il vento più saggio s’è arrestato di colpo.
Perché io sono la modella e lui il pittore, che ogni giorno da mesi mi ritrae più bella, finché il sole sparisce dietro le chiome, e la filippina finisce di stendere i panni.
 

 

 
 
 
 

 

 

Le poesie di LiberaEva 

 

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