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Se stasera potessi
mi vestirei d'azzurro e di rosa, perché il nero che porto mi fa troppo
mignotta, donerei il mio seno a quel ragazzo ventenne, che stamane a
sorpresa m’ha strizzato i suoi occhi, e m'ha servito il caffè con un cuore
di panna. Sottovoce m'ha detto che sogna, che di notte mi pensa e
s'addormenta sereno, poi distratto m’ha lasciata in sospeso, senza sapere
l’effetto, il vuoto nel cuore che aveva scavato. Se davvero volesse mi
vestirei di bianco, sorreggendo il mio seno che altrimenti cadrebbe,
calerebbe penoso dimostrando i suoi anni, i sessi stipati che hanno fatto
la fila.
Se davvero volesse!
Toglierei questo nero che indosso e mi sfina, e mi illude di stare dentro
una quaranta, struccherei la mia faccia non adatta ai suoi sogni, questa
bocca che rossa sa di sesso che entra. Ma come posso pensare che un
ragazzo ventenne, possa innocente fermarsi dove il seno fa ombra, e
ridarmi l’istinto l’ammirazione che cerco, la smania assopita dal velo
degli anni? E’ troppo piccolo e mi sento ridicola, a pensare che i miei
seni potrebbero essere latte, d’una bocca che freme, d’un cuore che batte,
al solo sperare che potrebbe sfiorarmi, saziare la parte dove ora allo
specchio, spalanco le gambe per mostrarmi indulgente, ad una luce che
entra e ci faccio l’amore.
Sorriso e mi chiedo
come sia possibile, che un cuore di panna possa ridarmi la brama, tanto da
credere che sarò ripagata, delle tante accortezze che mi fanno più bella,
di quanto natura non mi ha dato in partenza. Me lo chiedo da anni senza
avere risposta, senza accorgermi che ora sto muovendo la mano, risalendo
le gambe di velluto e di raso, fino ai peli radi che coprono il sesso, per
sentire la sensazione che darebbero ad un uomo, per sentire sicura una
voce calda e sommessa, che mi promette la vita e affonda le dita, fino a
sparecchiarmi quest’anima che ogni sera ci casca, che ogni sera ci crede
davvero d’essere bella, madre e madonna per un cuore di panna.
Il fiato che sale mi
fa sentire impacciata, pensando che potrebbe essermi figlio, che le mie
dita leggere lo toccherebbero appena, per la paura e l’angoscia di fargli
del male, per il timore mai domo di non poter più risentire, il canto
d’uccelli che viene dopo l’amore. Ma cosa vado a pensare? Come se le mie
gambe potessero di nuovo essere alcova, tana di voglie che sanno di madre,
di fiati e di occhi che sanno di figlio. Se invece sapesse quanti hanno
intinto le dita, come acquasantiera nel giorno di messa, fino a cercarmi
l’umore più denso, fino a sentire il rumore di un tombino che spurga, di
una grondaia che scola e lenta risucchia, dopo un giorno battente di
tempesta e di pioggia.
Altro che nido, che
alcova, che latte! Solo odore di sesso che mi ritorna ogni volta, e
m’avvampa la faccia e i ricordi sopiti, quei pochi che il tempo m’ha
lasciato ormai vani, come lacrime inutili sotto la pioggia. Come posso
sperare che lui possa trovarci piacere, e dargli l’amore che puro
s’amalgama, che sano e pulito mi coglie e si culla, nella voglia di
femmina che premurosa l’avvolge. Come posso sperare!
E' meglio che ora
vada a dormire, lasciando che l'alba mi ritrovi da sola, perché quello che
sogno non mi faccia vergogna, perché quello che voglio rimanga ai bordi
del letto. Poi tutto finisce e m’immagino in fretta, parole d’amore che
non promettono nulla, misere e vuote quanto un sesso in attesa, quanto
cuori di latte fatti di schiuma, perché quelli veri sono sempre nei sogni,
sempre distanti da questo seno che ora, mesto ripongo e rimetto al suo
posto, in attesa domani d’un altro cuore di panna.
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