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Mi accorgo che
sono già le 17,00 e non ho ancora preso il battello.
Attraverserò questa “Magnifica Vecchia Puttana imbellettata” tra
calle e ponti ed in un sinuoso ondeggiare giungerò al palazzo di
Santa Maria Formosa, custode di famosi sospiri.
Davanti al palazzo in perfetto stile ‘500 mi sembra d’immergermi
in un’altra epoca, mi sembra di vedere in alto dalle finestre
sporgere donne che liberamente mostrano la loro mercanzia senza
pudori e che con voce sicura e calda mi chiamano.
Finalmente entro nel salotto che ha visto riunirsi Domenico
Venier ed altri intellettuali nel quale la musica e la poesia
erano il centro del mondo. Mi siedo ed attendo, nel frattempo mi
guardo in giro con fare curioso come per carpire chissà cosa.
Si apre la porta, mi alzo di scatto preso soprapensiero, ecco
Veronica finalmente. Bella nel suo abito blu indaco molto
scollato , con i capelli raccolti di un caldo rosso Tiziano e un
ciondolo che scende dritto nell’incavo del seno.
Mia cara le dispiace se iniziamo subito l’intervista?
Stasera ho un appuntamento galante a palazzo Venier e non sono
ancora pronta…
Nonostante un
matrimonio quando era ancora una bambina ha poi scelto di fare
la cortigiana, perché questa scelta?
La posizione di cortigiana mi permetteva di studiare di
avere la mia libertà ed indipendenza mentre le nobil donne non
potevano né studiare né prendere decisioni al di fuori della
conduzione dei lavori domestici, io potevo leggere tutti i libri
che volevo interessarmi di arte, poesia ricevere nel mio salotto
i grandi intellettuali del tempo. Proprio per queste mie
amicizie sono arrivata anche a conoscere il Tintoretto che mi ha
anche dedicato un bellissimo ritratto. Il mio matrimonio finì
ben presto anche perché io amavo un altro nobile che però si era
sposato con un’altra. Finito il mio matrimonio non mi restava
che diventare cortigiana perché la mia LIBERTA’ valeva più di
ogni altra cosa e poi mi creda non era così male quel mestiere
mi ha consentito di essere accettata dalla Serenissima senza
essere discriminata o penalizzata come invece era avvenuto ed
accadeva in altri luoghi o momenti storici, quando il mestiere
di meretrice significava perdere i diritti civili, quindi essere
comparata ai lebbrosi e agli ebrei. Non ho mai sentito il
bisogno di vergognarmi o celare la mia professione:
E se ben “meretrice” mi
chiamate,
o volete inferir ch’io non vi sono,
o che ve n’en tra tali di lodate.
Quanto le meretrici hanno di buono
quanto di grazioso e di gentile,
esprime in me del parlar vostro il suono.
(CONTINUA) |