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Col fiato corto, il vento impietoso che mi sferza il viso e il
mantello che mi copre a malapena dai rigori dell’autunno, salgo a
lunghi passi il sentiero umido cercando di raggiungere il prima
possibile il castello delle Carpinete, arroccato sul monte
Antognano. Corre l’anno del Signore 1092 e non è affatto sicuro
viaggiare attraverso queste terre martoriate dalla guerra. La
gente comune, contadini, artigiani, umili lavoranti, è stremata e
chiede a gran voce la pace. Eppure Enrico IV non sembra avere
alcuna intenzione di dare tregua alla penisola. L’imperatore ha un
obiettivo e lo persegue con tenacia e determinazione, sordo a ogni
richiesta: il suo unico desiderio, oramai, è sconfiggere e
annientare la cugina che quasi quindici anni fa fu tra le cause
della sua più grande umiliazione. La GranContessa Matilde di
Canossa.
È Matilde, erede del grande Bonifacio, nipote di Tedaldo,
discendente di Adalberto Atto, colui che col suo gesto coraggioso
di buon vassallo liberò la regina Adelaide dalla prigionia di
Berengario II e per questo fu ricompensato dal sovrano Lotario coi
territori che diventarono il nucleo della potenza dei Canossa:
Reggio, Modena e Mantova. È Matilde, la vera regina d’Italia.
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