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Raccontaci di quando andavi a
spiare i pastelli di Degas dalla finestra di un commerciante
d’arte…
Ho osato andare ed appiattire il mio naso contro quella finestra
per assorbire tutto quello che potevo della sua arte. Edgard ha
cambiato la mia vita. Ho visto l'arte come ho sempre desiderato
vederla.
Così nel 1879 iniziò la tua avventura impressionista.
Difficoltà?
Beh quando mi unii al gruppo di Degas, Monet, Renoir e Sysley la
presenza femminile scarseggiava. Al tempo, se non ricordo male,
tra le loro fila avevano annoverato una sola pittrice: la Berthe
Morisot.
Il gruppo aveva deciso di disertare il Salon ufficiale…
Sì, decisero di esporre i loro quadri in mostre indipendenti. Io
partecipai alla quarta esposizione con il ritratto "Lydia che
beve il tè". Devo dire che andò abbastanza bene anche in termini
di critica.
Torniamo a Degas, l’avei conosciuto nel 1877 giusto?
Grazie a lui riuscii ad esporre alle varie mostre degli
impressionisti che si susseguirono negli anni. Edgar mi
incoraggiò all’utilizzo dei pastelli applicando il colore con
grande vivacità e mi aiutò a sviluppare la tecnica per la
puntasecca, l'acquaforte e l'acquatinta.
Degas era un tipo ruvido, vero?
Pensi che quando vide i miei primi lavori sbottò dicendo "Che ne
sanno le donne di stile?". Naturalmente di fronte al maestro non
me la presi, anzi interpretai le sue parole come uno stimolo a
migliorarmi.
Nelle varie biografie ho letto che il rapporto con Degas era
andato oltre la semplice collaborazione artistica.
Edgar aveva dieci anni più di me. Eravamo legati da reciproca
ammirazione e fu naturale diventare amici intimi. Per quanto
riguarda la tua domanda rispondo con una frase di Edgar: “Avrei
potuto sposarla, ma non avrei mai potuto fare l'amore con lei.”
Comunque vivesti sempre un rapporto di soggezione con lui…
Già, con lui avevo sempre l’impressione di essere sotto la
protezione di un ciclope che teneva lontano i suoi simili e
divorava chiunque si trovasse di fronte. In realtà lui le
persone le mangiava, un amico dopo l'altro.
Fosti anche la sua modella, vero?
Ripeto tra noi c’era una stupenda amicizia, addirittura ci
scambiavamo i pennelli e mi prestai a fargli da modella, come
del resto fece Berthe Morisot con Manet.
Ammirando la tua produzione ho notato che quasi un terzo del tuo
lavoro è rappresentato da madri con i loro bambini.
Ho cercato di vederlo in maniera diversa. Il rapporto tra madre
e figlio non esaltava l’ideale della maternità ma il rapporto
stesso tra i due individui. Qualche critico disse: “Le madri ed
i bambini non sono le madonne o i cherubini del rinascimento, le
figure in adorazione della pittura convenzionale, sono, invece,
due esseri separati che vivono nell'armonia.”
A Parigi ti avevano raggiunto tua sorella e tuo padre.
Lydia divenne la mia modella preferita. La mia Liddy aveva sette
anni più di me, nubile e segnata da un rimpianto di un amore
perduto. Ma era malata da tempo ed io cercai di garantirle le
migliori cure vendendo i miei quadri. Purtroppo qualche anno
dopo a soli 45 anni ci lasciò.
E’ vero che, stanca dell’Europa, tornasti in America?
Mancavo da oltre venticinque anni, ma negli Stati Uniti il mio
successo artistico non era riconosciuto pienamente per cui nella
primavera del 1899 tornai in Francia.
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