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Parliamo della sua crescita
artistica… quando cominciò il viaggio che portò alla nascita di
Maria Callas?
Ricordo quel giorno come se fosse ieri. Immagini la scena…una
bambina di 6 anni, affacciata alla finestra di casa sua, canta
“La Paloma”; tutto Washington Heights si ferma, ascolta e alla
fine esplode in un applauso interminabile. Lì capii che sarei
diventata qualcuno…e lo capirono anche mia madre e mia sorella.
Chi fu il primo maestro di Maria Callas?
Tre canarini, un grammofono e la radio. Ascoltavo gli unici 3
dischi che avevo, di Rosa Ponselle, ripetendo tutte le sue note.
Non potevamo permetterci un maestro di canto negli Stati Uniti.
Gli anni in Grecia invece, dai miei 13 anni in poi, videro la
stella del conservatorio di Atene, Helvira de Hidalgo, come mia
insegnante. Mi fece crescere come artista e come donna.
Cos’è il canto per Maria Callas?
Cosa può rappresentare per un rospo una voce magnifica? Nella
vita quotidiana, fino ad allora, ero stata sempre il “piccolo
agnello”che consumava quantità inverosimili di cibo, ero lo
zimbello di chiunque mi vedesse. Quando cantavo, mi trasformavo…
per la gente diventavo qualcosa di bello, aggraziato, piacevole.
La mia voce faceva dimenticare a me e a chi mi stava davanti di
essere una sorta di mostro.
In Grecia le si schiudono le porte del teatro di Atene:
“Leonora”, “Santuzza”, “Tosca”, le sue prime romanze. I primi
passi della Callas verso la celebrità…
Ma quale celebrità? Quando nel ’45 tornai a New York da mio
padre, il Met (Metropolitan) mi diede un sonoro calcio
trattandomi come una dilettante dalle mille arie… e proprio nel
periodo in cui nello stesso teatro Lucia Albanese calcava il
palco con la Bohème, il che è tutto dire. Edward Johnson (il
direttore del Metropolitan) mi propose la parte di Madama
Butterfly… ma la vede lei una ragazza di un metro e sessanta per
novanta chili aleggiare su un palco come una farfalla incinta?
Mi impuntai su “Norma”, la mia opera preferita, e mi venne
chiusa la porta in faccia… ricordo ancora il dolore al naso…
Quindi usò la carta Bargarozy.
Conobbi Eddie Bargarozy, l’avvocato, tramite il figlio Ricky,
conosciuto al Met. Da allora presi lezioni da Louise, la madre,
in previsione di un mio debutto a Chicago con la “Turandot”, un
‘opera davvero massacrante, immagino la conosca. Ma non vidi mai
il palco di Chicago, Bargarozy era una gran bufala.
In effetti sono conosciute le conseguenze di quel rapporto…
Un contratto firmato di mio pugno in cui gli assicuravo il 10%
di ogni mio guadagno, mi ero presa una cotta per quel farabutto.
Ma lo saprà meglio di me che i farabutti sono il mio tallone
d’Achille…
Però le fece conoscere Zanatello, colui che le diede il primo
canto in Italia, all’Arena di Verona.
Si, Bargarozy mi spedì in Italia con la casalinga media
americana, sua moglie, che per fortuna mi scrollai di dosso al
porto di Napoli, dove, oltretutto, mi rubarono la valigia di
cartone. Fu Serafin a dirigermi in Italia, nel mio primo debutto
con “La Gioconda”.
Qui nasce il suo primo amore: Gianbattista Meneghini.
Ma chi Titta? Ma quale amore… lui fu solo il primo uomo a darmi
retta! Mi sciolsi come un ghiacciolo alle attenzioni di quel
ricco imprenditore. Povero Titta, mi amava così tanto,
nonostante l’opposizione di sua madre, a cui era molto legato.
Ai tempi aveva 51 anni, mai sposato prima, un uomo semplice e
determinato, qualità che mi fecero capitolare. Ci sposammo nell’
aprile del ’49.
Maria Callas: più amata o odiata?
Maria Callas poteva essere per gli altri inguaribilmente
superficiale, avida, ambiziosissima, egoista, egocentrica,
perennemente scontenta e superba…oppure una dea venerata da
molti, moltissimi. In realtà era una donna con le sue debolezze,
le sue paure; non era un angelo e non pretendeva di esserlo, ma
nemmeno un diavolo; solo una donna e una seria artista e avrebbe
gradito maggiormente essere giudicata giudicata per quello.
Quando nacque il mito?
Alla Scala venne battezzata il mito “Maria Callas”…e da uno dei
suoi più grossi oppositori: Toscanini. Nel ’51 fu la sua Macbeth
di fronte ai loggioni della Scala in delirio. Uno sgarbo alla
sua voce d’angelo, Renata Tebaldi.
Parla di sé in terza persona evocando la sua leggenda,
qualcosa di lontano, inafferrabile.
Renata Tebaldi, la sua grande rivale.
Rivale? Una voce pastosa, la grazie di un elefante, tutte quelle
vocali sguaiate poi, una provinciale…come può paragonarla a
Maria Callas? Sarebbe come confrontare lo Champagne alla Coca
Cola…
Si dice che lei abbia perso trenta chili per annientare
definitivamente la sua rivale…
Io persi quel peso per il mio pubblico. Non bastava la mia voce,
a dar grazia al personaggio doveva essere anche un corpo
filiforme. Bruna, la mia domestica, un giorno se ne uscì
dicendo: "Sa signora che lei un po’ alla Hepburn ci
assomiglia?", da lì volli essere come lei.
Trenta chili in tre mesi…un miracolo?
Si, un miracolo.
Sorride.
La Callas non avrebbe mai ammesso di aver ingerito uova di
tenia (un parassita intestinale) per dimagrire. Solo una
ipotesi, ma molto accreditata.
Dopo il dimagrimento sul palcoscenico nacque una dea
incontrastata. Maria Callas divenne un cigno.
Da allora la sua immagine divenne ancora più prestigiosa e
qualsiasi cosa da lei indossata, un modello: i magnifici abiti
di “Biki” di Via Montenapoleone, i cristalli Swaroski…
Quei cristalli…che creazione! Il Marangoni di Largo Richini a
Milano, un genio. Indossai la sua prima creazione per la
“Gioconda” a Verona…una magnifica coroncina. Da allora volli che
i gioielli di scena provenissero sempre dall’atelier Marangoni.
Una volta ricordo di essere stata fermata all’aeroporto con
tutte quelle meraviglie in valigia. Cercai inutilemente di
convincere la polizia che si trattava di gioielli finti,
gioielli di scena, creati con cristalli Swaroski, ma la
differenza da quelli veri era impercettibile. Venne Marangoni
stesso a chiarire il tutto.
Non solo gioielli di scena, nelle sue recite splendevano
anche gioielli personali veri…
Erano i miei amuleti! Mio marito me ne regalava uno ad ogni
opera. Ero molto superstiziosa…finché Luchino Visconti mi
obbligò a toglierli definitivamente… almeno in apparenza, in
realtà li cucivo nascondendoli fra le pieghe dei costumi…
Parlando sempre di fortuna, è noto che sembra non averne
avuta molto ai suoi esordi al Metropolitan di New York, nel ’56.
Elsa Maxwell la stroncò con critiche molto pesanti.
Elsa? Col collo che si ritrovava l’unica cosa che avrebbe potuto
stroncare sarebbe stato un albero.
Stizzita.
Alla “Norma” scrisse che la mia interpretazione lasciava
interdetti. Era una tebaldiana, lei. Le feci cambiare idea…fu
facile, cadde ai miei piedi, forse troppo…
Troppo?
Si, credo che avesse una cotta per me. La usai giusto finché fu
utile. I suoi elogi giornalistici erano l’ultimo tassello
mancante per conquistare Hollywood.
Lei divorziò da Meneghini, il suo “angelo custode”. Come mai?
Il mio matrimonio era agli sgoccioli. Titta mi obbligava a ritmi
insostenibili: solo fra giugno e settembre del ’51 fui a Firenze
per i “Vespri Siciliani” e “Orfeo ed Euridice”… poi… in Messico
per “Aida”, “Traviata”, “Norma”, “Tosca”, se non ricordo male.
Io non vedevo una lira, Titta, essendo il mio agente, gestiva
tutto, se ne approfittò.
C’era una amore fraterno fra noi…non sarebbe andata avanti per
molto. Dieci anni furono anche troppi.
Dalla veletta i suoi occhi mi puntano, fissi, quasi a
sfidarmi.
Dopo Meneghini, Aristotele Onassis, come lo conobbe?
Si toglie il cappello. In un istante sembra non avere più
nulla dell’inarrivabile Maria Callas.
Venature argentee risaltano fra i capelli corvini e gli occhi,
nudi, svelano una commozione umana in netto contrasto con la
donna idolatrata dal XX secolo.
In fondo è questo che fa l’amore. Rende umani anche le bestie
Fissa il mare mentre parla.
Fino ad allora per me l’amore era salire sul palco e, con denti
e pugni stretti, affrontare i loggioni di fronte a me,
conquistandoli. Per Maria Callas non c’era posto per l’amore
passionale, quello fra un uomo e una donna. Aristotele Onassis
fece anche questo, realizzò l’impossibile. Mi innamorai.
Onassis, armatore greco, l’uomo più ricco del mondo,allora
sposato, con due figli, irretisce la donna più famosa e
desiderata del secolo. Cosa la conquistò?
La prima volta che lo vidi pensai che fosse di una bruttezza
disarmante: un sessantenne con occhiali spessi come fondi di
bottiglia… forse la sua fortuna fu la mia miopia.
Sorride nervosamente.
Era un uomo volgare, arrogante, ostentava la sua ricchezza in
modo pacchiano. Tuttavia, quando entrava in una stanza, si
faceva notare subito, aveva un carisma e una forza animalesca;
una voglia di vivere senza pari. La sua sicurezza,
determinazione, forza, prorompevano e affascinavano chiunque lo
guardasse.
Eravamo uguali, due greci cresciuti nella miseria che si erano
fatti da sé. Ricordo i nostri racconti di quando, lui, da
ragazzo, faceva il cameriere nella Tessaglia e di quando , in
tempo di guerra, io cercavo patate scavando la terra…”I Greci
possono stare solo coi Greci” una delle poche frasi sensate di
mia madre.
Il declino del mito di Maria Callas coincide con l’inizio del
suo amore per Onassis…
Artisti si nasce…e si rimane artisti, anche quando la voce non è
una meraviglia. La mia voce aveva cominciato a dare i primi
segni di stanchezza già prima di Ari, Meneghini mi aveva
distrutta con i suoi lavori estenuanti e il forte dimagrimento
fece la sua parte in tutto questo.
Appare fortemente agitata.
Decisi io di stare con lui. Decisi io di cantare di meno per
dedicarmi a lui. Onassis fu solo il capro espiatorio del mondo
per giustificare il declino della Callas, della “Divina”. La
realtà è che non ero perfetta, non ero immortale, ero un essere
umano e come tutti, ero semplicemente invecchiata.
Ari mi bastava, non avevo più bisogno di cantare per essere
accettata dal mondo, lui mi amava per quello che ero. Maria.
Scusi se la contraddico, ma la storia non le è proprio a
favore… Nota è la sua sofferenza per la condotta, non proprio
impeccabile, di Onassis: un matrimonio a lei promesso e poi
invece celebrato con Jacqueline Kennedy.
Ora si parte col gossip… non me lo risparmia vero? Siamo qui a
parlare del soprano più famoso del mondo e lei trasforma il
tutto in una sorta di telenovela alla Elsa Maxwell…
Doveva odiarla proprio questa Elsa Maxwell…
Va bene. Io non credo nel matrimonio. Ari la sposò per una
questione di affari, scelse un buon rapporto con gli Stati
Uniti. Cosa pensa lei? Che noi diventiamo quello che siamo
facendo scelte facili? Si fanno enormi sacrifici… a costo della
nostra stessa vita.
Lui mi ha amata come un uomo della sua posizione poteva amare.
Mi ha lasciata più volte, ma la sua casa era Maria. Avremmo
potuto sposarci con altre 10 persone, ma io lui ci saremmo
sempre appartenuti, in ogni caso… la verità è che eravamo due
testoni. Noi eravamo greci, dello stesso sangue, della stessa
terra, della stessa tempra.
Come reagì al loro matrimonio?
Ma lo sa benissimo… dissi alle telecamere che ero felice che
Jackie avesse dato un nonno ai suoi figli.
Al di là delle sue vicende sentimentali la sua carriera vide
l’astro Callas decadere dopo il ’65…
Si, un disastro dopo l’altro, fino al fendente finale con la
tourné in Giappone; nel ’74 il pubblico ormai applaudiva il
fantasma della Callas.” La Divina canta come se avesse il
trapano in bocca” disse “Le Figarò”. Un colpo!
Così si spense “La Divina”.
E con lei anche Maria, quando, nel ’75, morì Ari. Da allora un
giorno in più era, per fortuna, un giorno in meno.
Un’ ultima domanda… chi è Maria Callas?
Io so chi sono. Il resto, inventatelo voi. |
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