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“Signora Adriana …”
“Dammi del tu, ti prego.”
“Tu nasci povera. Ci puoi parlare di tua madre?”
“Mia madre Margherita era una modesta camiciaia che,
sedotta ed abbandonata da mio padre, viveva nel disgusto
per la vita coniugale fatta di sacrifici e rinunce. In
mezzo alla miseria più nera, sognava almeno per me un
avvenire migliore”
“Cercava di sfruttare al massimo la tua bellezza.”
“Sì, in effetti, sin da adolescente mi proponeva come
modella a pittori ed artisti d’ogni genere.”
“Come reagivi alle insistenze di tua madre?”
“All’inizio era piacevole farsi ritrarre, ma poi dopo
lunghe ed estenuanti ore di posa e lavori in casa ho
cercato di ribellarmi alle sue manie di grandezza. Mia
madre non avrebbe badato a scrupoli, per una vita di
lusso avrebbe accettato ogni cosa.”
“Cosa hai fatto?”
“Semplice! Mi sono innamorata. Ma Gino era povero, un
autista squattrinato al servizio di una ricca signora.
Lo amavo ed avrei voluto sposarlo perché, contrariamente
ai desideri di mia madre, volevo vivere una vita onesta
e tranquilla.”
“Immagino il disappunto di tua madre!”
“Ripeto, ero seriamente innamorata, al punto di non
capire che Gino oltre ad essere sposato voleva soltanto
portarmi a letto. Devo dire che è stato abbastanza abile
a carpire la mia indole sognatrice e la speranza per un
matrimonio felice”
“Parlami di Gisella.”
“La mia amica Gisella? E tu come la conosci? L’avevo
incontrata nello studio di un pittore. Era totalmente
diversa da me. Fin d’allora frequentava diversi uomini e
si faceva mantenere da un amante ricco. Riccardo la
copriva di vestiti e gioielli.”
“Nonostante questo però provava invidia per il tuo
fidanzamento apparentemente onesto…”
“Mi rinfacciava continuamente la miseria in cui
vivevo, spingendomi a trovare un corteggiatore
altolocato. Quando tornavo a casa la sera mi domandavo
continuamente se fosse stato proprio quello il mio
destino. Fare la mantenuta o peggio la prostituta, che
altri mi ritagliavano addosso soltanto guardandomi.”
“Sarà Gisella a trovare il tipo giusto per te, un
tale Astarita uomo sposato e ricco, funzionario della
polizia politica fascista.”
“Allora sai proprio tutto di me?”
Spalanca i suoi occhioni grandi da civetta.
“Tutto è successo durante una gita a Viterbo e grazie
alla complicità di Gisella lui è riuscito ad avermi
dietro la minaccia di raccontare tutto a Gino. Sconvolta
ho ceduto ricevendo come ricompensa la somma di tremila
lire. Invano ho cercato di dimenticare l’accaduto, ma
nonostante il denaro sentivo che Astarita era
perdutamente innamorato di me.”
“Tanto da cedere più volte alla sua libidine
sfrenata.”
“Non so cosa mi stava accadendo, ma improvvisamente
ho avuto la netta sensazione di poterlo comprendere.
Astarita era succube delle proprie passioni, tanto da
attendere quegli incontri per giorni e giorni. Non
faceva altro che pensare alle mie gambe, al mio petto,
ai miei fianchi, alla mia bocca.”
“Credevi nel suo amore?”
“Ho cercato perfino di andarmi a confessare. Ero
disgustata, ma quando Astarita mi ha portato le prove
che Gino era sposato, mio malgrado ho dovuto ricredermi
ed abbandonare i buoni propositi di crearmi una
famiglia. Ero delusa. E per Astarita fu un gioco da
ragazzi offrirmi il suo amore e la sua casa dicendomi di
essere separato, in attesa dell’annullamento del
matrimonio.”
“Ma il tuo pensiero va oltre…”
Rimane per un attimo a pensare e poi di getto.
“Cosa vuoi? La rabbia che covavo dentro mi portava a
credere di essere amante di tutti, avviandomi al mio
destino di prostituta. Mi piaceva pensare di essere la
donna del potere, e così facendo, dare un calcio
definitivo alla miseria.”
“Il tutto con la benedizione di tua madre.”
“Sì, in effetti aveva vinto lei. Sapeva benissimo
dove andavo la sera e non sempre al riparo di case
sfarzose. Alle volte passeggiavo per le strade buie di
Roma. Ma alzavo le spalle e camminavo maestosa cercando
di stare in pace con me stessa. Governavo il destino
adeguandomi alla realtà che mi chiedeva soltanto di
essere bella.”
“Parlami del famoso portacipria?”
“Volevo essere sicura che Astarita non stesse
mentendo per cui ho chiesto a Gino di condurmi nella
villa dove lavorava e di fare l’amore nel letto della
sua padrona. Solo dopo aver ricevuto le conferme che
aspettavo, ho rubato il portacipria d’oro per farlo
incolpare e magari licenziare. Godevo all’idea più di
qualunque notte d’amore.” |
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