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Da figlia
illegittima a regina di Montparnasse, come è potuto accadere? Sono nata nel 1901 in Borgogna, mia madre mi chiamò Alice, ma
ben presto mi lasciò sola. Partì per Parigi in cerca di fortuna
ed io venni allevata dai nonni. In quella casa non c’era affetto
e tanto meno da mangiare, si tirava avanti con la carità delle
suore che ci offrivano spesso un piatto di minestra.
A dodici anni
finalmente Parigi! Fui richiamata da mia madre ed iniziai subito a lavorare in una
stamperia dove rilegavano libri. Sai quale fu il mio primo
lavoro? Assemblare pagine di un’edizione clandestina del
Kamasutra.
Ride
Poi altri lavori… Lavorai in una caserma militare dove rimettevo a nuovo gli
scarponi dei soldati. Li disinfettavo, ammorbidivo la pelle con
l’olio e li rimettevo in forma. Mangiavo nelle mense popolari e
ricordo ancora che calzavo un paio di scarpe pesanti da uomo
numero 40.
Dondola la sua scarpina bianca col tacco, sembra impossibile
crederle!
Era dura vero? Specialmente quando a quattordici anni venni assunta in una
panettiera. Non era tanto il fatto di svegliarmi la mattina alle
cinque, quanto il dovermi difendere dai garzoni del negozio che
mi palpeggiavano continuamente nel retro bottega.
Nel tuo
libro autobiografico Souvenirs tu stessa racconti cosa hai fatto
per non cedere a quelle insidie. Per non cadere scoprii
involontariamente l’amore solitario. In un pomeriggio caldo ho
chiuso le persiane, mi sono rotolata sul letto ed è stato
bellissimo! Ma poi mi sono sentita strana ed ho avuto tanta
paura.
Dopo quell’episodio
ti sentivi già grande, vero? Iniziavo a guardare i ragazzi e
sentivo il piacere di essere guardata. Cominciai ad annerirmi le
sopracciglia e le ciglia con la punta dei fiammiferi bruciati.
Ricordo che la padrona della panettiera mi scoprì mentre mi
stavo truccando. Mi disse “Puttana” ed io reagii sferrandole un
pugno.
Naturalmente hai perso il lavoro? Di nuovo in strada
guadagnavo qualche franco posando per un anziano scultore. Mia
madre un giorno fece irruzione nell’atelier e mi sorprese
completamente nuda. Non mi volle più vedere ed io ero allo
sbando.
Da quel
giorno hai iniziato una nuova vita… per così dire. Trovai
rifugio in una baracca. Mi resi conto che potevo guadagnare
qualche franco senza compromettermi tanto. Portavo i clienti nei
cortili, dentro i portoni, e per pochi spiccioli gli facevo
vedere il seno e per un’altra manciata mi facevo toccare.
La tua
amica Eva fu una tappa fondamentale della sua vita… Anche
lei si arrangiava concedendosi ad un operaio che ogni volta
sborsava 2 franchi e le regalava una treccia di salsicce. Io
assistevo a quegli incontri ed ero invidiosa.
Eri ancora
vergine, vero? Stava diventando un peso e desideravo
liberarmi per dare una svolta alla mia unica fonte di guadagno.
Eva mi diede consigli preziosi sostenendo che mi dovevo far
deflorare da un vecchio: “I vecchi fanno meno male.” Mi ripeteva
ogni volta.
E così ti
presenta un signore cinquantenne che fa di mestiere il clown.
Quegli incontri furono patetici. Il clown mi dava da
mangiare, mi metteva a letto, mi rimboccava le coperte
suonandomi la ninna-nanna con la chitarra. Ogni tanto accennava
a qualche giochino, ma nulla di irreparabile. Ed io rimanevo in
attesa……
Tu
naturalmente non eri soddisfatta? Dopo giorni di attesa mi
stancai e mi misi a seguire un pittore, un certo Robert, che mi
ospitò nella sua casa.
Anche quel
tentativo andò male… Sul più bello quando ero già a letto
venni colta da una crisi di riso guardando Robert spogliarsi.
Aveva le calze tagliate in punta, come se fossero mezzi guanti.
Ma Robert
era deciso nel suo intento e a quanto pare non si scoraggiò…
La sera rimorchiò due vecchie puttane e voleva che io imparassi,
come dire, la tecnica di fare all’amore. Naturalmente mi
rifiutai.
Anche i
successivi tentativi fallirono. Iniziò a picchiarmi e
tenermi segregata. Ormai era fuori di sé. Forse per vendetta
avrebbe voluto vedermi sopra un marciapiede come le prostitute
che frequentava. La situazione stava prendendo una brutta piega.
Mi sentivo persa finché una notte Robert non rientrò in casa e
improvvisamente scomparve per sempre.
Ti sei
sentita libera di iniziare l’ennesima nuova vita?
Tornai ad abitare in una catapecchia di Montparnasse. Rubavo il
pane, mi lavavo nei bagni dei bistrot e iniziai a frequentare La
Rotonde, punto di ritrovo degli artisti, dove mi prese in
simpatia il pittore russo Soutine, amico di Modigliani.
Finalmente
hai iniziato a posare per artisti di un certo rilievo… Era
comunque miseria nera, fame e freddo anche se ogni tanto mi
offrivano un letto caldo. Finalmente conobbi il pittore polacco
Maurice Mendjizky. Con lui persi la verginità. Fu lui a
cambiarmi il nome.
Dal quel
momenti il mestiere di modella ti è sembrato quello più
appropriato alla tua indole. Mi piaceva farmi ammirare, e,
per qualche soldo, mi spogliavo volentieri.
Raccontami
del pittore Moise Kisling. Una sera, entrando a La Rotonde
vidi uno strano personaggio appoggiato al bancone del bar che mi
apostrofò gridando: “Ecco la nuova puttana di Montmartre”. Io lo
affrontai senza timore, ma alla fine nacque una certa simpatia
tra noi.
Era un
polacco che godeva di un momento di celebrità nell’ambiente
artistico parigino. Era amico di Modigliani e mi assunse
come modella per tre mesi.
Negli
stessi giorni hai avuto un’avventura con Foujita. Era un
pittore giapponese. Mi invitò nel suo atelier a posare per lui.
“Ti dispiace se leggo un passo dalle sue memorie?”
Con le
dita dei guanti e una delicatezza estrema sfoglia il libro di
Foujita. Legge.
“Entrò nel mio
studio, silenziosa, con timidezza, le punte delle piccole dita
infilate nel rosso della bocca, muovendo con orgoglio le anche.
Si tolse il cappotto e sotto era completamente nuda, un
fazzolettino colorato appuntato nello scollo del soprabito mi
aveva dato l’impressione che avesse un vestito”.
Vorrei che
tu raccontassi quel piccolo dettaglio che hai scritto nel tuo
libro. Ride. Al momento di mettersi a dipingere
Foujita si accorse che non avevo peli sul pube. Presi una matita
nera e me li disegnai sulla pelle, dicendogli: “Cresceranno
durante la posa”.
Lui era
incuriosito vero? Spesso mi veniva vicino piazzando il naso
a due centimetri dalla mia cosina per controllare se i peli
erano cresciuti durante la seduta. Con la sua strana vocetta
esclamava: “Molto divertente, niente pelini!”.
Foujita ti
dipinse in Nu couché de Kiki. Toccai davvero il cielo con un
dito. Era un quadro di grandi dimensioni, esposto poco dopo al
Salon d’Automne, che ha fruttato 8 mila franchi. Fui degnamente
ricompensata. Naturalmente lui avrebbe voluto continuare la
collaborazione, ma rifiutai perché avevo un impegno con Kisling.
Ormai eri
diventata un personaggio. Ti definivano: volgare, scurrile e
svergognata. Mi spieghi perché non indossavi le mutande?
Sai, i caffè al tempo non avevano la toilette per signore e
allora bastava sollevarsi le gonne per fare pipì in un angolo
della strada……
Ride
godendosi le ultime leccate di pistacchio.
Mi
racconti dell’episodio quando hai sentito piangere quella povera
donna a La Rotonde. Si lamentava che non aveva soldi per
pagare il funerale di suo figlio. Mi si intenerì il cuore. Senza
dire nulla entrai nel vicino ristorante e girai per i tavoli
alzando la gonna chiedendo qualche spicciolo per “lo
spettacolo”. Poco dopo tornai al caffè con il cappello pieno di
banconote. Le consegnai alla donna dicendole: “Qui ci sono soldi
per pagare il funerale, e anche per comprarti un vestito”.
Nel 1921
hai avuto un altro incontro importante. Ero seduta a un
tavolino di un caffè assieme a una mia amica; ero senza cappello
e il cameriere non mi voleva servire. Gli dissi: “Non ci vuole
servire perché pensa che siamo due puttane?” Nel mentre mi sono
sfilata le scarpe e ho appoggiato un piede sul tavolo e un altro
su una sedia. Alla scena stava assistendo un signore straniero.
Era Man Ray, giunto da pochi giorni dagli Stati Uniti per unirsi
al movimento dadaista. Mi ha subito invitato a posare per lui,
mi ripeteva che ero bellissima e voleva fotografarmi al più
presto.
Come hai
preso quella proposta? Ero riluttante perché non avevo mai
fatto da modella per un fotografo, e temevo che la macchina
fotografica mettesse in risalto i miei difetti fisici.
Poi tutto
si appianò in una camera d’albergo….. Mentre mi spogliavo
dietro il paravento lui era seduto sul bordo del letto, con la
macchina fotografica. Quando uscii mi fece cenno di sedermi
accanto a lui. Mi cinse con un braccio e io feci lo stesso, le
nostre labbra si incontrarono e ci lasciammo cadere indietro sul
letto. Quel pomeriggio non facemmo neanche uno scatto.
La vostra
relazione durò sei anni…. Mi sentivo apprezzata come modella
e come donna. Man Ray mi ritrasse in migliaia di foto; il
ritratto più noto è quello in cui mi vedo nuda di spalle,
trasformata in un violoncello con le due effe dello strumento
sovra impresse sulle anche. Il titolo? Le violon d’Ingres.
Ma allora
perché ti sei innamorata di un giornalista americano e sei
fuggita con lui negli Stati Uniti? Mi pentii quasi subito.
Spedii da Saint-Louis un telegramma a Man Ray con tre lettere
soltanto: “Sos”.
Mi sono
sempre chiesta se quelle tre lettere fossero una richiesta di
aiuto per la passione amorosa o perché avevi deciso di bruciare
ogni esperienza con l’aiuto dell’alcol e della droga. Non te
lo so dire. Ma sicuramente era un buon periodo per me. Tornai a
Parigi. Il nostro amore visse un nuovo impulso di perdizione e
magia. Nel frattempo mi esibivo al Jockey, un locale notturno
dove ballavo il can-can, e cantavo canzoni di dubbio gusto.
Spesso ubriaca, mi scordavo le parole. Ma il momento clou dello
spettacolo era quando salivo su un tavolo e con la testa in giù
alzavo le gambe. Lo stupore era assicurato, in considerazione
del fatto che non portavo le mutande.
E Man Ray
cosa ne pensava di queste tue stravaganze? Lui era sempre
presente, gelosissimo, ma non poteva evitare che io facessi la
civetta, come diceva lui, con i clienti e alle volte ci scappava
anche qualche appuntamento. Ricordo che le liti scoppiavano di
continuo. Lui mi picchiava davanti a tutti, ed io rispondevo
sferrandogli calci.
Ma neanche
Man Ray aveva la purezza dell’agnellino… Al tempo faceva la
corte a Lee Miller, una splendida indossatrice giunta a Parigi
per imparare a fotografare. Una sera al Caffè La Coupole mi
accorsi che tra loro c’era un’intesa non solo professionale e
reagii in maniera plateale. Gli feci davanti a tutti una scenata
di gelosia. Gli sferrai un calcio in faccia e poi, mentre lui si
riparava sotto un tavolo, gli scagliai contro piatti e
bicchieri.
Qui leggo
che nel 1924 ti sei esibita in un’opera teatrale di Francis Picabia
con scarso successo e nel 1927 ti sei cimentata nella pittura.
Fu un’idea del mio nuovo amante, il disegnatore Henry Broca.
Al vernissage intervenne tutto il mondo che conta, compreso il
ministro dell’Interno, Albert Sarrault. Ma in uno scatto d’ira
contestai i rappresentanti del governo con parolacce ed
insulti. Fu uno scandalo clamoroso! A quell’ambiente affettato
preferivo il mio locale, l’Oasis, dove mi divertivo cantando
canzoni oscene.
Ormai eri
famosa e anche economicamente non ti potevi lamentare.
Interpretai anche otto film nei ruoli di femmina perduta. Nel
1929 scrissi le mie memorie con la prefazione di Ernest
Hemingway.
A
proposito di quella prefazione, azzardo se dico che anche il
romanziere americano è passato per il tuo letto? Ringrazio
Ernest per le belle parole. Lui mi descrisse così. “Del suo corpo
splendidamente bello, della sua voce gradevole, adatta a parlare
più che a cantare. Kiki ha certamente dominato l’era di
Montparnasse più di quanto la regina Vittoria abbia dominato
quella che si chiama era vittoriana”. |