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IN ESCLUSIVA PER LIBERAEVA

  LE INTERVISTE IMPOSSIBILI 

 
Kiki di Montparnasse
La donna che non ebbe mai una sua camera da letto
DI LIBERAEVA
 

Kiki che parla sotto un cappello di paglia, è vestita d’estate di bianco e celeste, il suo viso sa di impressionismo e d’Orsey, d’Olympia che aspetta, di stazione rifatta, seduta sul bordo di Ile de la Citè, dove la Senna apre le gambe, e sembra una donna che ignara s’impregna, d’arte e cultura del centro del mondo.

 
 
 
     
 
 
 

Niente a che vedere con l’arte ufficiale, quella a comando di artisti ruffiani, quella del Louvre ricco opulento, dei tanti Luigi al Palais de Royal.
E’ bella Kiki d’una bellezza sincera, a tratti volgare a tratti indecente, come s’ama una donna di tutti e nessuno, quando si è certi d’avere l’anima intatta, di modella in balia dell’arte a pretesto, per scoprire le gambe per un letto accogliente, per scoprire i suoi seni per un brodo più caldo.

E’ lei la regina dei primi anni Venti che infiamma le voglie della Paris bohéme, finendo dentro quadri e pièce teatrali, dentro poesie, film e soprattutto lenzuola,di gente come Picasso, Soutine, e Derain, di Léger, Prévert, Desnos e Man Ray, che la ritrasse come un violino, perché lei era la musica, l’assenzio, la colonna sonora della passione sfrenata, anarchica dentro, dal cuore alle gambe...

Mi guarda, la guardo, davanti a me non c’è Alice ma Kiki, la cornice e la tela senza mutande, l’Arte che si nutre dei suoi bassifondi, modella e puttana dal labile segno, la regina indiscussa di Montparnasse, lo scandalo fuori e la purezza di dentro, la voglia di riuscire sempre e comunque. Mi guarda, la guardo… le sue labbra di porpora antica affondano dentro un gelato al pistacchio. Mi dice di darle del tu. Faccio fatica.

 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da figlia illegittima a regina di Montparnasse, come è potuto accadere? Sono nata nel 1901 in Borgogna, mia madre mi chiamò Alice, ma ben presto mi lasciò sola. Partì per Parigi in cerca di fortuna ed io venni allevata dai nonni. In quella casa non c’era affetto e tanto meno da mangiare, si tirava avanti con la carità delle suore che ci offrivano spesso un piatto di minestra.

A dodici anni finalmente Parigi! Fui richiamata da mia madre ed iniziai subito a lavorare in una stamperia dove rilegavano libri. Sai quale fu il mio primo lavoro? Assemblare pagine di un’edizione clandestina del Kamasutra.

Ride

Poi altri lavori… Lavorai in una caserma militare dove rimettevo a nuovo gli scarponi dei soldati. Li disinfettavo, ammorbidivo la pelle con l’olio e li rimettevo in forma. Mangiavo nelle mense popolari e ricordo ancora che calzavo un paio di scarpe pesanti da uomo numero 40.
Dondola la sua scarpina bianca col tacco, sembra impossibile crederle!

Era dura vero? Specialmente quando a quattordici anni venni assunta in una panettiera. Non era tanto il fatto di svegliarmi la mattina alle cinque, quanto il dovermi difendere dai garzoni del negozio che mi palpeggiavano continuamente nel retro bottega.

Nel tuo libro autobiografico Souvenirs tu stessa racconti cosa hai fatto per non cedere a quelle insidie. Per non cadere scoprii involontariamente l’amore solitario. In un pomeriggio caldo ho chiuso le persiane, mi sono rotolata sul letto ed è stato bellissimo! Ma poi mi sono sentita strana ed  ho avuto tanta paura.

Dopo quell’episodio ti sentivi già grande, vero? Iniziavo a guardare i ragazzi e sentivo il piacere di essere guardata. Cominciai ad annerirmi le sopracciglia e le ciglia con la punta dei fiammiferi bruciati. Ricordo che la padrona della panettiera mi scoprì mentre mi stavo truccando. Mi disse “Puttana” ed io reagii sferrandole un pugno.

Naturalmente hai perso il lavoro? Di nuovo in strada guadagnavo qualche franco posando per un anziano scultore. Mia madre un giorno fece irruzione nell’atelier e mi sorprese completamente nuda. Non mi volle più vedere ed io ero allo sbando.

Da quel giorno hai iniziato una nuova vita… per così dire. Trovai rifugio in una baracca. Mi resi conto che potevo guadagnare qualche franco senza compromettermi tanto. Portavo i clienti nei cortili, dentro i portoni, e per pochi spiccioli gli facevo vedere il seno e per un’altra manciata mi facevo toccare.

La tua amica Eva fu una tappa fondamentale della sua vita… Anche lei si arrangiava concedendosi ad un operaio che ogni volta sborsava 2 franchi e le regalava una treccia di salsicce. Io assistevo a quegli incontri ed ero invidiosa.

Eri ancora vergine, vero? Stava diventando un peso e desideravo liberarmi per dare una svolta alla mia unica fonte di guadagno. Eva mi diede consigli preziosi sostenendo che mi dovevo far deflorare da un vecchio: “I vecchi fanno meno male.” Mi ripeteva ogni volta.

E così ti presenta un signore cinquantenne che fa di mestiere il clown.  Quegli incontri furono patetici. Il clown mi dava da mangiare, mi metteva a letto, mi rimboccava le coperte  suonandomi la ninna-nanna con la chitarra. Ogni tanto accennava a qualche giochino, ma nulla di irreparabile. Ed io rimanevo in attesa……

Tu naturalmente non eri soddisfatta? Dopo giorni di attesa mi stancai e mi misi a seguire un pittore, un certo Robert, che mi ospitò nella sua casa.

Anche quel tentativo andò male… Sul più bello quando ero già a letto venni  colta da una crisi di riso guardando Robert spogliarsi. Aveva le calze tagliate in punta, come se fossero mezzi guanti.

Ma Robert era deciso nel suo intento e a quanto pare non si scoraggiò… La sera rimorchiò due vecchie puttane e voleva che io imparassi, come dire, la tecnica di fare all’amore. Naturalmente mi rifiutai.

Anche i successivi tentativi fallirono.  Iniziò a picchiarmi e tenermi segregata. Ormai era fuori di sé. Forse per vendetta avrebbe voluto vedermi sopra un marciapiede come le prostitute che frequentava. La situazione stava prendendo una brutta piega. Mi sentivo persa finché una notte Robert non rientrò in casa e improvvisamente scomparve per sempre.

Ti sei sentita libera di iniziare l’ennesima nuova vita?  Tornai ad abitare in una catapecchia di Montparnasse. Rubavo il pane, mi lavavo nei bagni dei bistrot e iniziai a frequentare La Rotonde, punto di ritrovo degli artisti, dove mi prese in simpatia il pittore russo Soutine, amico di Modigliani.

Finalmente hai iniziato a posare per artisti di un certo rilievo… Era comunque miseria nera, fame e freddo anche se ogni tanto mi offrivano un letto caldo. Finalmente conobbi il pittore polacco Maurice Mendjizky. Con lui persi la verginità. Fu lui a  cambiarmi il nome.

Dal quel momenti il mestiere di modella ti è sembrato quello più appropriato alla tua indole. Mi piaceva farmi ammirare, e, per qualche soldo, mi spogliavo volentieri.

Raccontami del pittore Moise Kisling. Una sera, entrando a La Rotonde vidi uno strano personaggio appoggiato al bancone del bar che mi apostrofò gridando: “Ecco la nuova puttana di Montmartre”. Io lo affrontai senza timore, ma alla fine nacque una certa simpatia tra noi.

Era un polacco che godeva di un momento di celebrità nell’ambiente artistico parigino. Era amico di Modigliani e mi assunse come modella per tre mesi.

Negli stessi giorni hai avuto un’avventura con Foujita. Era un pittore giapponese. Mi invitò nel suo atelier a posare per lui. “Ti dispiace se leggo un passo dalle sue memorie?”

Con le dita dei guanti e una  delicatezza estrema sfoglia il libro di Foujita. Legge.

“Entrò nel mio studio, silenziosa, con timidezza, le punte delle piccole dita infilate nel rosso della bocca, muovendo con orgoglio le anche. Si tolse il cappotto e sotto era completamente nuda, un fazzolettino colorato appuntato nello scollo del soprabito mi aveva dato l’impressione che avesse un vestito”.

Vorrei che tu raccontassi quel piccolo dettaglio che hai scritto nel tuo libro. Ride. Al momento di mettersi a dipingere Foujita si accorse che non avevo peli sul pube. Presi una matita nera e me li disegnai sulla pelle, dicendogli: “Cresceranno durante la posa”.

Lui era incuriosito vero? Spesso mi veniva vicino piazzando il naso a due centimetri dalla mia cosina per controllare se i peli erano cresciuti durante la seduta. Con la sua strana vocetta esclamava: “Molto divertente, niente pelini!”.

Foujita ti dipinse in Nu couché de Kiki. Toccai davvero il cielo con un dito. Era un quadro di grandi dimensioni, esposto poco dopo al Salon d’Automne, che ha fruttato 8 mila franchi. Fui degnamente ricompensata. Naturalmente lui avrebbe voluto continuare la collaborazione, ma rifiutai perché avevo un impegno con Kisling.

Ormai eri diventata un personaggio. Ti definivano: volgare, scurrile e svergognata. Mi spieghi perché non indossavi le mutande? Sai, i caffè al tempo non avevano la toilette per signore e allora bastava sollevarsi le gonne per fare pipì in un angolo della strada……

Ride godendosi le ultime leccate di pistacchio.

Mi racconti dell’episodio quando hai sentito piangere quella povera donna a La Rotonde. Si lamentava che non aveva soldi per pagare il funerale di suo figlio. Mi si intenerì il cuore. Senza dire nulla entrai nel vicino ristorante e girai per i tavoli alzando la gonna chiedendo qualche spicciolo per “lo spettacolo”. Poco dopo tornai al caffè con il cappello pieno di banconote. Le consegnai alla donna dicendole: “Qui ci sono soldi per pagare il funerale, e anche per comprarti un vestito”.

Nel 1921 hai avuto un altro incontro importante. Ero seduta a un tavolino di un caffè assieme a una mia amica; ero senza cappello e il cameriere non mi voleva servire. Gli dissi: “Non ci vuole servire perché pensa che siamo due puttane?” Nel mentre mi sono sfilata le scarpe e ho appoggiato un piede sul tavolo e un altro su una sedia. Alla scena stava assistendo un signore straniero. Era Man Ray, giunto da pochi giorni dagli Stati Uniti per unirsi al movimento dadaista. Mi ha subito invitato a posare per lui, mi ripeteva che ero bellissima e voleva fotografarmi al più presto.

Come hai preso quella proposta? Ero riluttante perché non avevo mai fatto da modella per un fotografo, e temevo che la macchina fotografica mettesse in risalto i miei difetti fisici.

Poi tutto si appianò in una camera d’albergo….. Mentre mi spogliavo dietro il paravento lui era seduto sul bordo del letto, con la macchina fotografica. Quando uscii mi fece cenno di sedermi accanto a lui. Mi cinse con un braccio e io feci lo stesso, le nostre labbra si incontrarono e ci lasciammo cadere indietro sul letto. Quel pomeriggio non facemmo neanche uno scatto.

La vostra relazione durò sei anni…. Mi sentivo apprezzata come modella e come donna. Man Ray mi ritrasse in migliaia di foto; il ritratto più noto è quello in cui mi vedo nuda di spalle, trasformata in un violoncello con le due effe dello strumento sovra impresse sulle anche. Il titolo? Le violon d’Ingres.

Ma allora perché ti sei innamorata di un giornalista americano e sei fuggita con lui negli Stati Uniti? Mi pentii quasi subito. Spedii da Saint-Louis un telegramma a Man Ray con tre lettere soltanto: “Sos”.

Mi sono sempre chiesta se quelle tre lettere fossero una richiesta di aiuto per la passione amorosa o perché avevi deciso di bruciare ogni esperienza con l’aiuto dell’alcol e della droga. Non te lo so dire. Ma sicuramente era un buon periodo per me. Tornai a Parigi. Il nostro amore visse un nuovo impulso di perdizione e magia. Nel frattempo mi esibivo al Jockey, un locale notturno dove ballavo il can-can, e cantavo canzoni di dubbio gusto. Spesso ubriaca, mi  scordavo le parole. Ma il momento clou dello spettacolo era quando salivo su un tavolo e con la testa in giù alzavo le gambe. Lo stupore era assicurato, in considerazione del fatto che non portavo le mutande.

E Man Ray cosa ne pensava di queste tue stravaganze? Lui era sempre presente, gelosissimo, ma non poteva evitare che io facessi la civetta, come diceva lui, con i clienti e alle volte ci scappava anche qualche appuntamento. Ricordo che le liti scoppiavano di continuo. Lui mi picchiava davanti a tutti, ed io rispondevo sferrandogli calci.

Ma neanche Man Ray aveva la purezza dell’agnellino… Al tempo faceva la corte a Lee Miller, una splendida indossatrice giunta a Parigi per imparare a fotografare. Una sera al Caffè La Coupole mi accorsi che tra loro c’era un’intesa non solo professionale e reagii in maniera plateale. Gli feci davanti a tutti una scenata di gelosia. Gli sferrai un calcio in faccia e poi, mentre lui si riparava sotto un tavolo, gli scagliai contro piatti e bicchieri.

Qui leggo che nel 1924 ti sei esibita in un’opera teatrale di Francis Picabia con scarso successo e nel 1927 ti sei cimentata nella pittura. Fu un’idea del mio nuovo amante, il disegnatore Henry Broca. Al vernissage intervenne tutto il mondo che conta, compreso il ministro dell’Interno, Albert Sarrault. Ma in uno scatto d’ira contestai i rappresentanti del governo con parolacce ed  insulti. Fu uno scandalo clamoroso! A quell’ambiente affettato preferivo il mio locale, l’Oasis, dove mi divertivo cantando canzoni oscene.

Ormai eri famosa e anche economicamente non ti potevi lamentare. Interpretai anche otto film nei ruoli di femmina perduta. Nel 1929 scrissi le mie memorie con la  prefazione di Ernest Hemingway.

A proposito di quella prefazione, azzardo se dico che anche il romanziere americano è passato per il tuo letto? Ringrazio Ernest per le belle parole. Lui mi descrisse così. “Del suo corpo splendidamente bello, della sua voce gradevole, adatta a parlare più che a cantare. Kiki ha certamente dominato l’era di Montparnasse più di quanto la regina Vittoria abbia dominato quella che si chiama era vittoriana”.

 
 
 
 

L’intervista si interrompe qui, a noi piace ricordarla così, nel suo massimo splendore, evitando domande sulla sua vita dopo i trent’anni quando la sua stella comincia a non brillare e lei inizia rapidamente ad ingrassare. Si allontana da tutti, vive lunghi periodi da sola. Viene arrestata per aver picchiato un commissario di polizia. Rimane dentro dieci giorni. E poi il periodo della Resistenza quando per aver distribuito manifestini contro i nazisti deve rifugiarsi in Borgogna con la Gestapo che la insegue. Nel 1945, dopo la fine della guerra, è di nuovo arrestata per traffico di stupefacenti. A cinquant’anni, diventata enorme, con il ventre gonfio, e si riduce a leggere la mano ai clienti dei bistrot. Viene ricoverata in ospedale dove muore per una emorragia interna nel marzo del 1953. Il corteo funebre attraversa le strade di Montparnasse fino al cimitero di Thiais, ma dietro al feretro, dei suoi tanti amici di un tempo, c’è soltanto Tsuguharu Foujita. 

 

 

 

 

 

L'intervista completa è disponibile su "Le Interviste impossibili" Quattro giornaliste in cerca di scoop! 22 interviste a donne famose della Storia e dell'Arte.

Edizione Filos Collana Bianco & Nero. Co-autrici Eliselle, Lisa Bebette, Ilaria Alessio e LiberaEva

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