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INTERVISTE IMPOSSIBILI
 
LE VENEZIANE

Gaspara Stampa
Sublime Cortigiana
Venezia del 500 dove la prostituzione prosperava fiorente, nei canali periferici impregnati di muffa, di giorno al calar della nebbia, di notte quando topi giganti uscivano dalla melma e straniere malmesse s’accontentavano d’avanzi offrendo a quarti la carne più fresca
(Padova, 1523 – Venezia, 1554)



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Venezia del 500 dove la prostituzione prosperava fiorente, nei palazzi dei nobili sul Canal Grande, nelle case d’altro censo, nelle ville del Palladio, dove le cortigiane d’alto bordo ostentavano sfarzo e lusso pomposo e prova evidente dei piaceri lascivi, dissoluti ed osceni, scandalosi ed indecenti, ed occupavano uno stato sociale degno di una nobildonna.

Passeggiavano per le calli e per ponti seguite da paggi e garzoni, ingioiellate e guarnite da sottane di raso, lunghe e sontuose, con i capelli arricciati biondo rossastri, rossi Tiziano, raccolti in retine d’argento e di oro. Alle volte per pura esibizione si univano alle straniere malmesse vicino al "Ponte delle Tette" e s’offrivano alla vista dei passanti focosi, di parole oscene e prezzi e denaro, esponendo parte della merce migliore, come al Mercato del Pesce a Rialto.

Venezia del 500 città cosmopolita in un via vai di mercanti dediti al commercio, delle spezie, delle stoffe e del sale, della seta e della gomma, garofano e pepe, di broccati e di puttane, le famose carampane, nomignolo che dava nome al quartiere, ma a Venezia era sinonimo di vecchia prostituta. E le prostitute erano tollerate, incentivate, coccolate dal governo per distogliere gli uomini “dal peccare contro natura”, perché l'omosessualità era molto diffusa ed ogni venerdì i colpevoli di sodomia venivano impiccati nelle due colonne della piazzetta di San Marco e poi bruciati.

Venezia del 500, nonostante la tolleranza avevano regole ferree da rispettare: non potevano uscire a gruppi, dovevano sfoggiare fazzoletti gialli al collo, in segno di riconoscimento, di sera dopo la terza campana dovevano rientrare in casa, pena 15 frustate, non potevano frequentare le osterie e potevano girare per Venezia solo di sabato. Una vecchia leggenda narra che oltre a Veronica Franco nella Venezia del 500, presso il Ponte delle Tette, si poteva incontrare Gaspara Stampa, la voce femminile più autentica e spontanea della poesia erotica italiana.

La porta si apre lentamente. Ad accogliermi non è una serva, ma lei stessa, Gaspara Stampa, sulla trentina, ancora nel pieno del suo fulgore. Indossa una camicia di lino finissimo una gonna ampia di seta damascata verdeazzurro con il busto stretto da un corpetto che accentua la vita sottile e lascia intravedere un décolleté generoso, secondo la moda veneziana che non teme di mostrare bellezza e prosperità. I capelli biondo-ramati sono raccolti in una acconciatura con perle e una retina dorata.

Lei mi guarda con occhi scuri e vivi, intelligenti, un po’ ironici, un po’ malinconici. La bocca è sensuale, il sorriso obliquo: “Entrate, entrate messere … non restate lì impalato sulla soglia come un gondoliere al primo remo. La mia casa è piccola, ma accoglie chi sa ascoltare.” Mi fa cenno di accomodarmi in una sala dalle pareti affrescate con motivi leggeri di foglie e putti, un liuto appoggiato su un tavolo, qualche libro di poesie e partiture sparse. L’aria odora di legno di sandalo, incenso e un vago sentore di laguna.

“Ditemi, forestiero… siete qui per il mio corpo, per le mie rime, o per le chiacchiere che corrono su di me e sul conte Collaltino? Parlate schietto, ché a Venezia siam usi a dir le cose come stanno, senza troppi giri di parole. Ma badate: io canto solo per chi sa intendere il mio pianto, e rispondo solo a chi non mi giudica prima d’ascoltare.” Poi, con un gesto lento e teatrale, si avvicina al liuto, pizzica una corda e aggiunge, quasi sussurrando: “Sedetevi, dunque. E se vorrete, canterò per voi una mia frottola… o forse preferite che vi racconti come si muore d’amore senza mai smettere di vivere ardendo? Su, parlate. Il tempo è breve, e io non amo le lungaggini.”
Rispondo che sono qui per conoscere la sua vita e lei si lascia andare in un sorriso che sa di ironia veneta, sensualità trattenuta, intelligenza affilata e una malinconia che traspare solo negli sguardi più lunghi. Non è né la cortigiana volgare né la dama intoccabile: è una donna libera, colta, passionale, che sa di essere già un po’ leggenda mentre è ancora in vita.

MADAME, QUALI SONO LE SUE ORIGINI?
Ah, le mie origini… le chiedete come se fossi un’antica stirpe da blasone, ma la verità è più semplice, e forse più amara, messere. Nacqui a Padova nel 1523. La mia famiglia era di origine milanese, un ramo cadetto dei nobili Stampa, di quelli che un tempo avevano terre e titoli, ma che già da generazioni avevano perso ogni lustro. Mio padre, Bartolomeo, era un abile orefice e mercante di gioielli: trafficava in perle, smeraldi, catene d’oro… cose che brillano e che a Venezia si vendono bene. Non eravamo poveri, intendiamoci, ma neppure tra i grandi: un’agiatezza modesta, guadagnata con le mani e col fiuto.

LA SUA ADOLESCENZA?
Mia madre, Cecilia, era veneziana di nascita, e questo spiega perché, quando mio padre morì – io avevo appena sette – decidemmo di lasciare Padova per la Serenissima. Venezia ci accolse come una madre più generosa: qui mia sorella Cassandra, mio fratello Baldassare ed io crescemmo tra musiche, libri e conversazioni colte. Nostro padre aveva voluto per noi tutti un’educazione alta: latino, greco, retorica, canto, liuto… non solo per il maschio, come usava, ma anche per noi figlie. Era un uomo di mondo e sapeva che in questa città la bellezza e l’ingegno valgono più di molte terre. Ecco le mie radici, signore: non un castello, ma una bottega di preziosi; non un feudo, non ricchezza sfacciata, ma abbastanza per studiare, per cantare, per scrivere… e per soffrire d’amore come solo chi ha il cuore istruito sa fare.

QUINDI SI RESPIRAVA ARTE IN CASA…
Ah sì, messere… si respirava arte come l’aria salmastra entra dalle finestre aperte sul canale. Tutti e tre noi figli fummo allevati con libri aperti sul tavolo e musica sempre nell’aria. Nostro padre aveva lasciato abbastanza per pagar maestri eccellenti. Cassandra aveva una voce di cristallo, limpida e alta, che faceva voltare le gondole sotto le finestre; io suonavo e cantavo con più fuoco, forse perché il cuore già mi bruciava per cose che non sapevo ancora nominare. E Baldassare… ah, mio fratello caro, lui scriveva sonetti con una grazia che a vent’anni pochi raggiungevano. I suoi versi erano petrarcheschi ma suoi, freschi, con quella malinconia che sembrava già presagire il poco tempo che gli restava. La nostra casa vicino a Santa Maria Formosa divenne presto un luogo dove si entrava per caso e si restava per ore. Nobili, letterati, musici, pittori… venivano per ascoltare Cassandra cantare un madrigale, per discutere un sonetto con Baldassare, per vedermi improvvisare su un’aria o recitare versi che ancora non sapevo sarebbero stati stampati. Si parlava di Petrarca fino all’alba, si rideva, si beveva vino di Cipro, si suonava a turno. Era un salotto vivo, non di quelli rigidi: lì si respirava libertà, si osava dire ciò che altrove si taceva.

OLTRE ALL’INTERESSE ARTISTICO I GIOVANI NOBILI CHE FREQUENTAVANO LA VOSTRA CASA ERANO ATTRATTI DALLA BELLEZZA DELLE DUE SORELLE…
Ah, messere, andate dritto al punto, eh? Non vi sfugge nulla di ciò che si sussurrava nei canali... Sì, è vero: oltre alle nostre rime, al liuto che facevamo cantare come un usignolo, ai versi che recitavamo con passione, i giovani nobili – e non solo loro – venivano attratti anche dalla nostra bellezza, quella di Cassandra e mia. Non lo nego, eravamo due sorelle che non passavano inosservate. Cassandra aveva una grazia serena, quasi eterea; io... beh, io ero più fuoco, più tempesta trattenuta. Capelli chiari come il sole su San Marco al tramonto, occhi che sapevano dire più di mille sonetti, e un portamento che – lo ammetto – non era da monache di clausura. Ma badate bene: non era solo vanità o civetteria. Eravamo brave suonatrici di liuto e ottime cantatrici, capaci di dare vita ai versi di Petrarca o di Bembo. Non stavamo lì a fare le belle statuine: discutevamo, sfidavamo, ridevamo, provocavamo con l'ingegno prima che con lo sguardo. Quella era la nostra vera arma: sapevamo tenere una conversazione come pochi uomini riuscivano a fare, e questo... questo attirava più di qualsiasi bellezza fisica. E poi sì, frequentavamo i salotti più alla moda del tempo e aderimmo alla Compagnia della Calza. Erano compagnie di giovani patrizi – i Sempiterni, gli Immortali, i Cortesi... nomi che suonano come promesse di eterna giovinezza – che organizzavano il Carnevale, le mascherate, le commedie, le giostre sul Campo di Santo Stefano o sul Canal Grande. Spettacoli riservati alla nobiltà, certo, ma che illuminavano Venezia intera: scene dipinte da maestri, costumi sfarzosi, musiche, danze... e noi, Cassandra e io, vi partecipavamo cantando, recitando, suonando.

ERAVATE APPREZZATE, VEZZEGGIATE, CORTEGGIATE…
Sì, lo eravamo – ma sempre con quel velo di rispetto che si deve a donne colte e libere, non a semplici cortigiane. Certo, i giovani nobili arrivavano attratti da tutto insieme: dal nostro ingegno acceso, dalla musica che usciva dalle nostre mani, dalla bellezza che – come si diceva allora – “faceva ardere e non sentire il male”. Ma chi restava era perché capiva che dietro il canto e il sorriso c'era una mente viva, un cuore che non si accontentava di complimenti superficiali.

SI PARLAVA DI LEI COME UNA DONNA DALLA FORTE PERSONALITÀ…
Sì vero, lo dicevano, e non sempre con ammirazione. In questa Venezia del Cinquecento, dove le apparenze contano più del vero, la mia franchezza era un’arma a doppio taglio. Quando arrivai qui pensavo fosse il paradiso della libertà, ma Venezia inganna e presto capii che sotto quella patina dorata c’era un groviglio di falsità, di meschinità, di intrighi che avvelenavano l’aria come la malaria d’estate. Gli intrighi… ah, li conobbi bene. Si corteggiava per ambizione, si amava per vanità, si tradiva per noia o per calcolo. Io non ero nata per giocare a quel gioco con le regole altrui. Non mi feci condizionare dal volere della gente, no: non mi lasciai piegare dai sussurri, dalle occhiate di traverso, dai giudizi di chi mi voleva o “cortigiana” o “santa intoccabile”. Le mie convinzioni intellettuali e i miei desideri più intimi… li vissi, per quanto possibile in una città che tutto permetteva ma nulla perdonava.

PROPRIO QUESTE ESPERIENZE INTIME LA PORTARONO AD ABBRACCIARE L’ARTE NOBILE.
Gli amori, le attese, le ferite, i tradimenti, le gioie fugaci… mi portarono ad abbracciare l’arte nobile, quella che non si limita a decorare, ma che scava, che brucia, che sopravvive al corpo stesso. Non fu una scelta calcolata, messere: fu necessità. Quando il cuore si spacca, o si infiamma, le parole diventano l’unico modo per non impazzire. I miei amori segnarono profondamente la mia produzione poetica, come un ferro rovente imprime il sigillo sulla cera.

LE FURONO ATTRIBUITI NUMEROSI AMORI ANCHE PROMISCUI. QUALCUNO GIURA DI AVERLA INCONTRATA NEI PRESSI DI RIALTO NELL’ATTO DI OSTENTARE LA SUA BELLEZZA.
Ah, eccoci al succo piccante, messere… le leggende che corrono su di me come nebbia sul Canal Grande. Mi furono attribuiti numerosi amori, sì, e qualcuno li disse promiscui, come se io fossi una di quelle che si vendono al ponte di Rialto per un ducato o per un complimento. Qualcuno giura addirittura di avermi incontrata lì, nei pressi del mercato, nell’atto di ostentare la mia bellezza: capelli sciolti al vento, scollatura generosa, calcagnini alti che facevano ondeggiare il passo, sguardi che invitavano e respingevano allo stesso tempo. Chissà… forse era vero, forse era solo il pettegolezzo che a Venezia fiorisce più rapido delle alghe d’estate.

QUELLE VOCI, QUINDI, NON ERANO DEL TUTTO INFONDATE…
Ma sì, lo ammetto senza vergogna: sono sempre stata una vera esibizionista. Non nel senso volgare che intendono certi benpensanti – no, non ero una cortigiana da lume o da candela, di quelle che si contano nei registri della Serenissima. Ero una donna che amava essere guardata, desiderata, corteggiata. Non c’era posto deputato a simili piaceri, come dite voi: non serviva un bordello o una calle segreta. Bastava uscire in gondola al crepuscolo, passeggiare sotto i portici di Rialto o di San Marco, cantare in un salotto illuminato da torce, o semplicemente affacciarmi alla finestra con un sorriso. L’interessamento degli uomini era per me pane quotidiano. E non solo nutrimento del corpo o della vanità: era fonte inesauribile della mia arte. Ogni sguardo mi ispirava un sonetto; ogni complimento un madrigale; ogni rifiuto o abbandono, un lamento che si trasformava in versi immortali. I tanti che passavano, che ammiravano, che osavano alimentavano il mio liuto e la mia penna. Non ero promiscua per vizio: ero vorace di vita, di emozioni, di parole. In una città dove le donne dovevano scegliere tra convento, matrimonio o invisibilità, io scelsi di esistere alla luce del sole, di ardere visibilmente. Se questo scandalizzava, tanto peggio: preferivo lo scandalo alla noia. E sapete una cosa? Quei pettegolezzi su Rialto o sui miei “amori innumerevoli” non mi toccarono mai davvero. Mi facevano sorridere, come un vento che scompiglia i capelli. Perché la mia vera promiscuità era con la poesia: mi concedevo a ogni emozione, a ogni battito, senza riserve. E se qualcuno mi vide “ostentare bellezza” al ponte di Rialto… beh, forse ero solo lì a comprare perle per un nuovo ornamento, o a respirare l’aria viva del mercato. O forse sì, mi piaceva farmi ammirare. Che male c’è?

QUALCUNO HA AVANZATO L’IPOTESI CHE LEI PRATICASSE LA PROFESSIONE DELL’AMORE ED ADDIRITTURA CHE FOSSE ISCRITTA IN UN VERO E PROPRIO CATALOGO PUBBLICO CON TARIFFARIO.
Ah, eccoci al veleno puro, messere… l’ipotesi più bassa, quella che certi scribacchini e pettegoli si sono divertiti a spargere come moneta falsa. Lo so qualcuno ha avanzato che io fossi iscritta nel famoso Catalogo di tutte le principali et più honorate cortigiane di Venetia del 1565 o giù di lì, dove si elencavano nomi, indirizzi, prezzi… roba da mercato, da Rialto al mattino. No, forestiero. Non fui mai in quegli elenchi. Il mio nome non compare in nessuno di quei fogli stampati o manoscritti che circolavano sottobanco, con le “honeste” e le “da lume” divise per quartiere e per tariffa. Non ero una cortigiana registrata, né “onesta” né di altro tipo. Ero una donna libera che viveva della sua arte, della sua musica, dei suoi versi, e sì, del fascino che esercitava sugli uomini. Ma non per denaro contante, non per un tariffario scritto.

MA LA VENEZIA DEL CINQUECENTO PULLULAVA DAVVERO DI QUESTE CORTIGIANE COLTE ED ELEGANTI, D’ALTO RANGO.
Erano intellettuali, muse, compagne di conversazioni elevate… e sì, concedevano i loro favori a pagamento, ma con discrezione, con stile, elevando il commercio del corpo a qualcosa di quasi artistico. Io ero diversa. Frequentavo quegli stessi ambienti, ma non come professione. Il mio salotto era aperto per passione, per condivisione di bellezza e di ingegno, non per clientela. Gli uomini venivano per ascoltarmi cantare… e sì, alcuni divennero amanti, perché io amavo con fuoco e senza calcoli. Ma non era un mestiere: era vita. Se qualcuno pagava – con regali, con protezione, con introduzioni – era il prezzo della mia libertà, non il prezzo del mio corpo.

POI ARRIVÒ IL GRANDE AMORE…
Sì, messere, il grande amore che mi consumò come una candela accesa al vento. Amavo con passione totale, senza calcoli: quando incontrai Collaltino, il conte di Collalto, nobile friulano, fu come se il mondo si fermasse. Lo incontrai nel 1548, credo, o forse un anno prima. Aveva ventisette anni, io venticinque: età perfette per illudersi che l’amore possa durare. Lui… lui era nobile, lontano, guerriero, cortese in apparenza, affascinante come un sogno che non si realizza mai del tutto, sempre in partenza per la Francia o per i suoi feudi. Lo seguii con il pensiero quando partiva per le sue campagne in Francia, per i suoi feudi, per le sue glorie militari. Lo aspettai per mesi, anni, scrivendogli, implorandolo di tornare, di scrivermi almeno una riga che non fosse cortese ma vera. Da parte mia fu un amore sincero, vissuto con dedizione totale. Gli diedi tutto: il corpo nelle notti veneziane, l’anima nei versi che gli mandavo come lettere d’amore e di supplica, il tempo nelle attese infinite. Gli scrissi sonetti che ancora oggi mi fanno tremare a rileggerli. Parole che uscivano dal profondo, carnali e spirituali insieme.

QUANTO DURÒ LA VOSTRA RELAZIONE?
Durò tre lunghi anni, dal 1548 al 1551 circa. Tre anni di passione da parte mia, di illusione, di dolore che si accumulava come acqua alta in laguna. Perché sì, me ne rendevo conto: non ero corrisposta. Lui mi amò – se di amore si può parlare – più per vanità che per trasporto. Ero la poetessa veneziana, la musicista che cantava per lui, la donna colta che lo elevava nei salotti, che lo rendeva oggetto di versi immortali. Gli piaceva essere desiderato così totalmente, essere il centro di un incendio poetico, ma non seppe – o non volle – ricambiare con la stessa moneta. Mi tenne legata con promesse vaghe, con incontri fugaci, con silenzi che duravano mesi. Quando partiva, mi lasciava con una lettera gentile, un bacio frettoloso, e poi… nulla. O peggio: notizie di altre donne, di corti francesi, di avventure che non mi riguardavano. Fu un sentimento quasi disperato, il mio, perché vedevo la verità, ma non potevo smettere di amarlo. Ogni volta che tornava, mi riaccendevo; ogni volta che ripartiva, morivo un po’. Scrissi di gelosia, di rabbia, di umiliazione – “Io ardo e tu sei gelo”, “Tu parti e io resto incatenata” – ma continuavo a sperare, a perdonare, a scrivere ancora.

LE CRONACHE DEL TEMPO LO DIPINGEVANO COME UOMO INFEDELE PER NATURA…
Sì lo era. Partiva per le sue terre friulane, per le corti francesi dove serviva il re Enrico II, per campagne militari, per tornei, per altre donne – oh, sì, le voci arrivavano anche a me, taglienti come lame di stiletto. Tornava a Venezia con il mantello profumato di altre essenze, con storie che non mi raccontava, con silenzi che duravano settimane, mesi. E io… io soffrivo immensamente la lontananza. Ricordo le lunghe attese piene di ansia, messere: giornate intere a fissare il Canal Grande dalla finestra, sperando di vedere la sua gondola nera avvicinarsi; notti insonni a scrivere sonetti che gli mandavo come suppliche, pregando che almeno una riga, una parola, mi arrivasse a lenire il vuoto. Ogni partenza era una ferita aperta; ogni ritorno, un’illusione.

MA TRA COI C’ERA ANCHE UNA DISTANZA DI CLASSE SOCIALE…
Eh già, quella andava oltre i chilometri: io, figlia di un mercante milanese caduto in disgrazia, educata ma non nobile di sangue; lui, conte di antica stirpe friulana, feudatario, soldato del re, abituato a comandare e a essere servito. Mi sentivo inferiore, indegna, eppure non potevo smettere. Mi abbassavo, imploravo, piangevo, perdonavo infedeltà che non potevo ignorare, accettavo briciole quando volevo il pane intero. Sopraffatta dalla gelosia tutto gli perdonai e tutto accettai. Era come una malattia dolce e crudele: più mi feriva, più lo desideravo. Più mi umiliava con i suoi silenzi o con le sue assenze, più mi aggrappavo a lui. Nei miei versi lo chiamavo “signore”, “mio ben”, “crudele idolo”… lo esaltavo e lo maledicevo nella stessa strofa. “Voi mi negate e io vi adoro”, scrivevo. Era un amore sbilanciato, umiliante, disperato – ma era mio, l’unico che avessi mai provato con tanta violenza. Rinunciarci significava rinunciare a me stessa, al fuoco che mi faceva scrivere, cantare, vivere.

ALLA FINE, FU MESSA DAVANTI ALL’EVIDENZA…
Non ci fu un addio drammatico, nessuna scena da tragedia greca sotto il Ponte dei Sospiri. Solo silenzio. Collaltino smise di scrivere, di tornare, di fingere. Partì per sempre, forse per una campagna, forse per un’altra donna, forse semplicemente perché si era stancato del mio ardore che lo soffocava. Mi abbandonò come si abbandona un libro letto a metà: con un segnalibro infilato tra le pagine e via. E io… io attraversai una serie di crisi di “malinconia nera”. Giorni interi chiusa in casa, rifiutando il cibo, il sole, le visite. Notte dopo notte piangevo sul liuto, componendo sonetti che non mandavo a nessuno: lamenti che si spezzavano a metà strofa, perché le lacrime bagnavano l’inchiostro. Il corpo dimagriva, lo spirito si spegneva. Ero ancora innamorata – oh, come lo ero – di un uomo che non mi voleva più, e quel sentimento non si spegneva con la sua assenza: si faceva più acuto, più tagliente, come una ferita che non si rimargina.

POI PERÒ INCONTRÒ UN ALTRO UOMO…
Per non morire del tutto, mi legai al patrizio veneto Bartolomeo Zen. Era un uomo di buona famiglia, colto, gentile, presente. Frequentava i nostri salotti, mi ammirava da tempo, mi corteggiava con discrezione e costanza. Non era un conte guerriero, non aveva feudi lontani né ambizioni che lo portassero via per mesi. Era qui, a Venezia, e mi offriva una quiete che Collaltino non aveva mai saputo darmi. Accettai il suo affetto, forse per disperazione, forse per gratitudine, forse perché speravo che il tempo e la dolcezza potessero curare il vuoto. Ma il mio cuore non si rasserenò. Bartolomeo era buono, sì, e io gli fui fedele nel corpo e nelle apparenze. Eppure, nei versi che continuavo a scrivere il nome di Collaltino tornava come un’ossessione: “il mio signore crudele”, “l’idolo ingrato”. Bartolomeo lo capiva, lo vedeva nei miei occhi lontani, nelle pause quando cantavo, nei silenzi improvvisi. Non mi rimproverò mai, non mi costrinse a dimenticare. Fu paziente, come un uomo che ama sapendo di essere il secondo. Ma io… io non riuscii a dargli tutto. Il fuoco acceso da Collaltino bruciava ancora sotto la cenere, e ogni tanto riardeva, facendomi piangere in segreto. Quelle crisi non finirono mai del tutto. Mi consumarono piano, insieme al male che già mi rodeva i polmoni.

AL SUO GRANDE AMORE DEDICÒ VARIE POESIE. COME IL PETRARCA AMAVA LAURA, LEI AMAVA COLLALTINO… “VIVO ARDENDO E SON UN GHIACCIO”, “OCCHI, STELLE MORTALI”, “SE VOI M’ODIATE, IO V’AMO”…
Soprattutto “Le Rime”, il mio canzoniere, che raccoglie trecentoundici composizioni un’opera che Cassandra volle stampare perché il mondo sapesse. Trecentoundici, come un rosario di preghiere e di ferite. Molti di quei versi nascono da lui, da Collaltino: il suo nome non compare sempre esplicito – usavo nomi pastorali, ma chi legge con il cuore capisce. Era il mio Laura, il mio oggetto d’amore eterno, il centro di ogni luce e di ogni ombra. Sì, l’analogia letteraria è giusta, e molti critici la videro subito. Come Francesco d’Arezzo inseguì per anni una donna irraggiungibile, idealizzata, lontana, io inseguii il mio conte con la stessa ostinazione, trasformando il desiderio in arte. Nei miei sonetti c’è lo stesso petrarchismo: l’amore che eleva l’anima, il conflitto tra carne e spirito, il gelo dell’assenza che brucia più del fuoco, la bellezza che ferisce.

QUALCHE CRITICO RICONOBBE IN VOI UNA NOVELLA SAFFO...
Mi lusingava e mi feriva insieme: Saffo era musa e suicida per amore, io volevo vivere, ardere, ma non spegnermi. Lo dissero con ammirazione, ma anche con un velo di scandalo: “Ecco una donna che mescola passionalmente la sua vita privata e la poesia”. Non capivano, o forse fingevano di non capire, che per me non c’era separazione. La poesia non era un ornamento da salotto: era il mio sangue versato sulla carta. Come Saffo di Lesbo, cantavo l’amore per le donne e per gli uomini con la stessa intensità, senza finzioni, senza ipocrisie. Scrivevo del desiderio fisico – il corpo che trema, il bacio che consuma, il pianto che segue l’estasi – e lo facevo con parole che nessuno osava usare in pubblico, specialmente una donna. Non fui la prima, certo: Veronica Franco, Tullia d’Aragona… ma io lo feci senza essere cortigiana per mestiere, solo per passione.

ALCUNI CRITICI, PER DENIGRARLA, DEFINIRONO L’OPERA UNA SPECIE DI DIARIO ALTRI INVECE “UNA DELLE PIÙ INTERESSANTI LIRICHE DEL 500”.
Sì, lo dissero con disprezzo, come se scrivere ciò che si sente davvero fosse un difetto, una mancanza di “arte alta”. Altri, più generosi o più attenti, la salutarono invece come “una delle più interessanti liriche del Cinquecento”. E avevano entrambi ragione, in un certo senso. Le mie Rime erano in tutto e per tutto una confessione autobiografica: non inventavo amori finti né fingevo distacco. Ogni sonetto, ogni madrigale era strappato dal mio petto – un grido, un pianto, un desiderio che non potevo tacere. Ma non era un diario disordinato, uno sfogo da donna isterica: era strutturato secondo il modello petrarchesco, con quella progressione di desiderio, sofferenza, illusione e disperazione che Francesco aveva reso nobile. Solo che io lo facevo con forme più immediate, quasi discorsive – come se parlassi con un’amica, o con lui, o con me stessa allo specchio – senza troppi giri di metafore fredde.

Gaspara improvvisamente si blocca, smette di parlare, non vuole andare oltre e finalmente svelare il mistero della sua morte. Si alza ed apre la finestra che si affaccia sul Ponte delle Tette. La stanza viene invasa da una leggera nebbiolina. Guardo quella figura romantica che porta con sé, anche dopo secoli, i segni evidenti della sua vicenda. Gaspara Stampa, poetessa distrutta dall’amore, Gaspara Stampa, cortigiana mangiatrice e ammaliatrice di uomini. Insaziabile va oltre nell’eterno ossimoro degli innamorati, trovando forza e linfa nei bassifondi del piacere e allo stesso tempo erigendosi a sublime poetessa cantatrice dell’amore puro.

Si alza, si avvicina alla porta della sala e la apre con delicatezza. L’aria fresca della laguna entra, portando con sé l’odore di sale, alghe e legno umido. Fuori, il canale è silenzioso, illuminato solo da qualche lanterna lontana; una gondola passa lenta, senza canto. “Ecco, forestiero l’intervista è finita. Avete scavato nel mio cuore come un ladro gentile, e io vi ho lasciato prendere tutto: le gioie, le ferite, i nomi che ancora mi bruciano sulla lingua. Grazie per aver ascoltato senza giudicare. Portate con voi i miei versi, se vi va; portate il mio pianto e il mio fuoco. E se un giorno sentirete un liuto lontano o leggerete un sonetto che parla di amore non corrisposto… pensate a me, Gaspara Stampa, che ardeva ancora quando tutto intorno era già cenere. Andate ora, ché la notte è fonda e la laguna non perdona chi resta troppo a lungo sveglio con i ricordi.”

Fa un piccolo inchino poi allunga la mano e mi sfiora appena il braccio. È un gesto veneziano antico: non un abbraccio, non un bacio, ma un contatto. Infine, si volta, il corpetto di seta che fruscia piano, i capelli che catturano l’ultima luce della candela. Resta ferma sulla soglia, di profilo contro il buio del canale, mentre scendo i pochi scalini verso l’acqua. Quando sono fuori sento arrivare dalla finestra aperta un’ultima nota solitaria del liuto: un accordo minore, sospeso, che si spegne nel nulla senza risoluzione. È il suo vero addio: non parole, ma musica. Un sospiro che resta nell’aria, come lei stessa, per sempre incompiuto e immortale.

Gaspara Stampa morì il 23 aprile del 1554 a soli 31 anni, dopo quindici giorni di febbri intestinali (mal cholico). Non pochi avanzarono il sospetto, mai comprovato, di avvelenamento, e sulla base di questo sospetto avanzando l'ipotesi della morte per suicidio. Ma le notizie attendibili sulla morte di Gaspara Stampa restano poche e frammentarie. Sappiamo invece con certezza che il conte Collaltino di Collalto, che tanto lei aveva amato, si sposò tre anni dopo con Giulia Torelli. Un discendente di Collaltino, Rambaldo di Collalto, tentò con una biografia addomesticata di introdurre tra le glorie di famiglia la poetessa "plebea" che un patrizio del Cinquecento non avrebbe potuto sposare senza recare offesa alla casata.

 







IMMAGINE GENERATA DA IA
ARTICOLO A CURA DI ADAMO BENCIVENGA

FONTI
.http:/www.casedipiacere.it/
www.liberliber.it/biblioteca/s/stampa/index.htm
www.attimo-fuggente.com
www.letteraturaalfemminile.it
http://it.wikipedia.org/wiki
www.escritorasypensadoras.com



 






 
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