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Venezia
del 500 città cosmopolita in un via vai di mercanti
dediti al commercio, delle spezie, delle stoffe e
del sale, della seta e della gomma, garofano e pepe,
di broccati e di puttane, le famose carampane,
nomignolo che dava nome al quartiere, ma a Venezia
era sinonimo di vecchia prostituta. E le prostitute
erano tollerate, incentivate, coccolate dal governo
per distogliere gli uomini “dal peccare contro
natura”, perché l'omosessualità era molto diffusa ed
ogni venerdì i colpevoli di sodomia venivano
impiccati nelle due colonne della piazzetta di San
Marco e poi bruciati.
Venezia
del 500, nonostante la tolleranza avevano regole
ferree da rispettare: non potevano uscire a gruppi,
dovevano sfoggiare fazzoletti gialli al collo, in
segno di riconoscimento, di sera dopo la terza
campana dovevano rientrare in casa, pena 15
frustate, non potevano frequentare le osterie e
potevano girare per Venezia solo di sabato. Una
vecchia leggenda narra che oltre a Veronica Franco
nella Venezia del 500, presso il Ponte delle Tette,
si poteva incontrare Gaspara Stampa, la voce
femminile più autentica e spontanea della poesia
erotica italiana.

Gaspara, quali
sono le sue origini?
Sono nata a Padova nel 1523. La mia famiglia era di origine milanese
nobile e colta, ma di scarse risorse economiche. Alla morte di mio
padre, insieme a mia madre Cecilia e ai miei fratelli Baldassare e
Cassandra ci trasferimmo a Venezia.
Si
respirava arte in casa…
Già. Tutti e tre ricevemmo un’ottima educazione letteraria ed
artistica. Cassandra era cantante e Baldassare, come me, scriveva
sonetti. La nostra casa divenne ben presto centro di vita mondana,
aperta ai nobili e ai letterati veneziani. Purtroppo mio fratello
morì a soli venti anni, lasciandoci alcune poesie stampate che
ancora conservo.
Oltre
all’interesse artistico i giovani nobili che frequentavano la vostra
casa erano attratti dalla bellezza delle due sorelle…
Eravamo delle brave suonatrici di liuto e ottime cantatrici di
versi. Dimostravamo una vivacità intellettuale non indifferente!
Inoltre frequentavano i salotti più alla moda del tempo e avevamo
aderito alla Compagnia della Calza organizzando una serie di
spettacoli riservati alla nobiltà veneziana .
Parlavano di lei come una donna dalla forte personalità
Mi ritrovai proiettata in un mondo del tutto nuovo, che, solo
successivamente, ritenni falso e meschino dove gli intrighi, anche
amorosi, la facevano da padrona. Non per questo mi feci condizionare
dal volere della gente. Le mie convinzioni intellettuali e i miei
desideri più intimi cercai di viverli, per quanto possibile, in modo
libero e spregiudicato.
Proprio
queste esperienze la portarono ad abbracciare l’arte nobile.
I miei amori segnarono profondamente la mia produzione poetica.
Qualche critico riconobbe in me una novella Saffo per aver mescolato
passionalmente la mia vita privata e la poesia.
Le
furono attribuiti numerosi amori anche promiscui. Qualcuno giura di
averla incontrata nei pressi di Rialto nell’atto di ostentare la sua
bellezza.
Sono sempre stata una vera esibizionista, non c’era posto deputato a
simili piaceri. L’interessamento degli uomini, le loro parole fuori
dalle righe, i loro sguardi, la loro corte assidua era per me pane
quotidiano e fonte inesauribile della mia arte.
Qualcuno
ha avanzato l’ipotesi che lei praticasse la professione dell’amore
ed addirittura che fosse iscritta in un vero e proprio catalogo
pubblico con tariffario.
La Venezia del Cinquecento pullulava di cortigiane colte ed
eleganti, d’alto rango ed oneste. Vivevano in un ambiente raffinato,
composto di nobili e artisti ed avevano il culto della poesia, della
musica e delle arti in genere.

Poi
arrivò il grande amore…
L'amore per il conte Collaltino di Collalto, durò tre lunghi anni,
da parte mia fu un amore sincero, vissuto con dedizione totale. Un
sentimento quasi disperato visto che mi rendevo conto di non essere
corrisposta. Lui mi amò più per vanità che per trasporto.
Le
cronache del tempo raccontano che Collaltino, uomo ricco e infedele
si assentava spesso…
Già, soffrivo immensamente la lontananza. Ricordo le lunghe attese
piene di ansia. Tra l’altro appartenendo a due classi sociali
diverse mi umiliavo al suo cospetto. Sopraffatta dalla gelosia tutto
gli perdonai e tutto accettai perché non riuscivo a rinunciarci.
Alla
fine fu messa davanti all’evidenza…
Mi abbandonò ed io attraversai una serie di crisi depressive. Ancora
innamorata mi legai al patrizio veneto Bartolomeo Zen, ma il mio
cuore non si rasserenò.
Al suo
grande amore dedicò varie poesie.
Soprattutto "Le Rime", un canzoniere che raccoglie trecentoundici
composizioni, sonate, madrigali, canzoni e sestine.
Come il
Petrarca amava Laura, lei amava Collaltino…
Giusta l’analogia letteraria col poeta di Arezzo, purtroppo, ahimè,
c’è una profonda differenza. Collaltino non mi amava.
Fu
soprattutto l’istinto a guidarla nella stesura delle Rime…
Ero affranta, delusa da me stessa e facevo leva sulla passione
vissuta col mio amante. Cantavo: “Arsi, piansi, cantai; piango, ardo
e canto.” Narrando tutta la mia vicenda amorosa tra desiderio,
gioia, gelosia, dolore e ultimo, il disperato allontanamento
Alcuni
critici, per denigrarla, definirono l’opera una specie di diario
altri invece “una delle più interessanti liriche del 500”.
In effetti era in tutto e per tutto una confessione autobiografica,
ma strutturata secondo il modello petrarchesco con forme immediate e
quasi discorsive. Devo dire che fui molto aiutata dalla mia
professione di musicista che rese orecchiabile e melodiosa la mia
lirica trasformando la parola in sospiro.
Quindi avevano
ragione i critici a paragonarla ad una novella Saffo?
Per me è un
onore essere paragonata alla Saffo. Entrambe fummo vittime
dell’amore, di un amore che la società condanna e afferma allo
stesso tempo. Saffo per un amore considerato “illecito” ha sofferto
tanto da arrivare al suicidio, ed io per un amore clandestino verso
un uomo dal cuore di pietra.
Gaspara improvvisamente si blocca, smette di parlare, non vuole
andare oltre e finalmente svelare il mistero della sua morte. Si
alza ed apre la finestra che si affaccia sul Ponte delle Tette. La
stanza viene invasa da una leggera nebbiolina. Guardo quella figura
romantica che porta con sé, anche dopo secoli, i segni evidenti
della sua vicenda. Gaspara Stampa, poetessa distrutta dall’amore,
Gaspara Stampa, cortigiana mangiatrice e ammaliatrice di uomini.
Insaziabile va oltre nell’eterno ossimoro degli innamorati, trovando
forza e linfa nei bassifondi del piacere e nel contempo erigendosi a
sublime poetessa cantatrice dell’amore puro.
Morì il 23 aprile del 1554 a soli 31 anni, dopo quindici giorni di
febbri intestinali (mal cholico). Non pochi avanzarono il sospetto,
mai comprovato, di avvelenamento, e sulla base di questo sospetto
avanzando l'ipotesi della morte per suicidio. Ma le notizie
attendibili sulla vita e sulla morte di Gaspara Stampa restano poche
e frammentarie.
Sappiamo invece con certezza che il conte Collaltino di Collalto,
che tanto lei aveva amato, si sposò tre anni dopo con Giulia
Torelli. Un discendente di Collaltino, Rambaldo di Collalto, tentò
con una biografia addomesticata di introdurre tra le glorie di
famiglia la poetessa "plebea" che un patrizio del Cinquecento non
avrebbe potuto sposare senza recare offesa alla casata.
L'INTERVISTA E' STATA REALIZZATA GRAZIE A:
www.casedipiacere.it/
www.liberliber.it/biblioteca/s/stampa/index.htm
www.attimo-fuggente.com
www.letteraturaalfemminile.it
http://it.wikipedia.org/wiki
www.escritorasypensadoras.com

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