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INTERVISTA IMPOSSIBILE

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Émilienne d'Alençon
Ballerina di prima fila
Ballerina di cabaret e grande cortigiana francese.
Una delle Grand Trois, insieme a Liane de Pougy
e Carolina Otero formò un trio di  cortigiane
famose vissute nel periodo della Belle Epoque.







(Parigi 1869 - Nizza 1946)

 

 

Ballerine dai sapori lesbici, ma soprattutto femmine desiderate e pagate a caro prezzo. Per loro principi ed uomini di affari si dissanguarono fino alla rovina. Muse di poeti e pittori, hanno nel tempo incarnato il trionfo delle donne sul potere maschile. Protagoniste assolute della mondanità qualcuno afferma che senza di loro la Belle Epoque non sarebbe mai esistita.
Quanto a Émilienne sappiamo che è nata a Parigi nel 1869 e morta a Nizza all'età di 77 anni. Nella sua vita ha avuto molti amanti tra i quali il giovane duca JacquesUzès e il re Leopoldo II del Belgio. Ha sposato nel 1895, il fantino Percy Woodland. Si narra di una sua relazione con La Goulue nel 1889 e la poetessa Renée Vivien nel 1908. Avremmo voluto intervistarla, ma le sue note biografiche si perdono nel mondo velato della leggenda.


Era bella Émilienne, intelligente e audace, era femmina vera con i colletti di pizzo e cappelli di piume di notte e di giorno, abitava a Pigalle, sul Boulevard de Clichy dove i tigli d’estate si schiudono in fiore e danno un sapore denso e dolciastro che nell’aria si espande ed impregna le stoffe, l’allegria di quei gesti, i modi gentili, l’antica bellezza su quel viso trentenne, perché era bella Émilienne, nei suoi vestiti attillati, quando alla luce del sole già alto, passeggiava sul viale con le sue amiche di sempre, o al Jardin de Tuileries vestita di rosa, con i suoi grandi cappelli con i fiori e la frutta, col suo ombrellino alla moda ornato di fiocchi e chiacchierava di niente, di pettegolezzi e di voci, dei primi tailleur con le gonne più strette, degli impegni di sera e gli inviti di notte, in locali di lusso o case patrizie, la scelta dell’abito, l’acconciatura più giusta, le scarpe col tacco, il colore ed il trucco.

Era bella Émilienne, Émilienne L’Etoile, perché brillava di luce, propria accecante, quando usciva coperta di perle e camelie, di rose e diamanti, di regali costosi, quando in carrozza attraversava Parigi, con i suoi guanti neri, lunghi di raso, quando fumava con i suoi bocchini di paglia, aveva sempre ai piedi stivaletti in vitello, nonché scrittori, poeti ed artisti, uomini di governo, musicisti e pittori, di nobile censo o arricchiti signori, che facevano a gara, facevano a turno, per la bella Émilienne, cortigiana e regale, per quello splendore che frequentava le regge, nobili corti o palazzi reali, ma anche salotti, borghesi e mondani, ma anche osterie di infimo rango, d’avanguardie e di moda, di tendenza e cultura, poeti ubriachi di vino e d'assenzio e pittori spiantati malati di cuore. Frequentava la crema, il fango e gli avanzi, per essere al centro d’ogni attenzione, per essere bella, fascinosa e di classe. mettendosi in mostra compreso lo scollo, maestra ed artista del vedo e non vedo, d’abbassare lo sguardo e ricevere corte, proprio quando la preda era a portata di mano.
Era bella Émilienne, per alcuni solo arrivista, per altri puttana o moglie di notte, perfetta borghese dalla nobile arte, dai modi gentili, alle volte forzati, altre sinceri un po’ sopra le righe, per via delle origini che tradivano i modi, figlia di portinaia senza scuola e cultura, figlia del popolo sui marciapiedi a Parigi, amica di Liane e della Belle Otero, orgogliosa di essere una delle tre Grand Trois.
 
Perché era bella Émilienne, ballerina di prima fila, alle Folies Bergère, al Casinò de Paris, più nobile delle nobili, più alla moda d’ogni moda del tempo, indossava come poche i cappelli di Chanel, libera di vestire, libera d’amare, sì esatto cortigiana, l'unica forma di indipendenza concessa, a chi non aveva collocazione sociale, e ne aveva fatta di strada sgomitando decisa, di mani e di bocca, per arrivare fin dove, in quel mondo borghese chiuso e laccato, primi vagiti di rumori e motori, di commercio e di industrie, di moda e futuro. Per lei non c’erano altri gradini sociali, quando giù in strada sui marciapiedi di fango, invidiava coetanee con la riga alla calza, che entravano eleganti nelle case serrate e si davano belle profumate e per soldi mentre lei nelle strade senza lampioni raccoglieva gli avanzi delle notti più fredde. Poi conobbe un sarto che le donò un vestito, conobbe un fantino che le chiese la mano, e per lei s’aprirono porte, cancelli e portali di ville e di chiese.
Divenne ricchissima e proprietaria di case, mantenuta di tutti, concubina per ore, nulla più a che spartire con quelle di strada, calze a rete e stivali e cosce all’aperto, incontrate di notte nei crocicchi di nebbia, che vedevano carni sgraziate a buon prezzo. Nulla a che vedere con le modelle lascive che si davano nude nelle fredde mansarde, costrette all’amore con la scusa dell’arte. Nulla a che vedere con le ballerine a tariffa quando dopo il cancan ferme sul palco, invece di rose aspettavano un prezzo, come l’asta del pesce al mercato a buonora.
 

Lei era la cortigiana che offriva parole, e pizzi e merletti e la gioia di stare, a braccetto nel parco con l’ombrellino da sole, e guanti e cappelli e lo smalto alle unghie, ripassato tre volte dall’alba al tramonto. Lei era Émilienne, Émilienne L’Etoile, con la maestria innata di deliziare un incontro, lo spirito adatto per presenziare una sera, pennellata di femmina, ritocco di classe, tratto d’artista per palati più fini, per ogni parete di lussuosi locali, per ogni tela di pittori all’aperto, lei era Émilienne, Émilienne L’Etoile, l’elegante e l’austera, che con un cenno di mano cambiava una sera, offrendo le grazie del suo seno elegante, già pieno e rigonfio di denaro contante, già sodo e fiorente per quel piacere evidente, quando mani vogliose sotto le gonne disegnavano la forma dei suoi fianchi abbondanti e lei rideva di bocca e di cuore, di fresco rossetto spalmato con cura, e si sentiva bella, regina e importante, oggetto di brama per un velo di calza, unica luna per tutta l’attesa, dentro quella carrozza con quattro cavalli che a notte inoltrata scivolava nel buio, sull’asfalto bagnato dell’Epoca Bella, lungo i viali di tigli che si schiudono in fiore, verso la casa del fortunato di turno.
 





  





 

 
 
 



L'INTERVISTA E' A CURA DI ADAMO BENCIVENGA


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