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Émilienne
d'Alençon
Ballerina di cabaret e grande cortigiana
francese
Parigi 1869 -
Nizza 1946
Era bella Émilienne, intelligente e audace, era femmina vera
con i colletti di pizzo e cappelli di piume di notte e di
giorno, abitava a Pigalle, sul Boulevard de Clichy dove i
tigli d’estate si schiudono in fiore e danno un sapore denso
e dolciastro che nell’aria si espande ed impregna le stoffe,
l’allegria di quei gesti, i modi gentili, l’antica bellezza
su quel viso trentenne, perché era bella Émilienne, nei suoi
vestiti attillati, quando alla luce del sole già alto,
passeggiava sul viale con le sue amiche di sempre, o al
Jardin de Tuileries vestita di rosa, con i suoi grandi
cappelli con i fiori e la frutta, col suo ombrellino alla
moda ornato di fiocchi e chiacchierava di niente, di
pettegolezzi e di voci, dei primi tailleur con le gonne più
strette, degli impegni di sera e gli inviti di notte, in
locali di lusso o case patrizie, la scelta dell’abito,
l’acconciatura più giusta, le scarpe col tacco, il colore ed
il trucco.

Era bella
Émilienne, Émilienne L’Etoile, perché brillava di luce, propria
accecante, quando usciva coperta di perle e camelie, di rose e
diamanti, di regali costosi, quando in carrozza attraversava Parigi,
con i suoi guanti neri, lunghi di raso, quando fumava con i suoi
bocchini di paglia, aveva sempre ai piedi stivaletti in vitello,
nonché scrittori, poeti ed artisti, uomini di governo, musicisti e
pittori, di nobile censo o arricchiti signori, che facevano a gara,
facevano a turno, per la bella Émilienne, cortigiana e regale, per
quello splendore che frequentava le regge, nobili corti o palazzi
reali, ma anche salotti, borghesi e mondani, ma anche osterie di
infimo rango, d’avanguardie e di moda, di tendenza e cultura, poeti
ubriachi di vino e d'assenzio e pittori spiantati malati di cuore.
Frequentava la crema, il fango e gli avanzi, per essere al centro
d’ogni attenzione, per essere bella, fascinosa e di classe.
mettendosi in mostra compreso lo scollo, maestra ed artista del vedo
e non vedo, d’abbassare lo sguardo e ricevere corte, proprio quando
la preda era a portata di mano.
Era
bella Émilienne, per alcuni solo arrivista, per altri puttana o
moglie di notte, perfetta borghese dalla nobile arte, dai modi
gentili, alle volte forzati, altre sinceri un po’ sopra le righe,
per via delle origini che tradivano i modi, figlia di portinaia
senza scuola e cultura, figlia del popolo sui marciapiedi a Parigi,
amica di Liane e della Belle Otero, orgogliosa di essere una delle
tre Grand Trois.
Perché
era bella Émilienne, ballerina di prima fila, alle Folies Bergère,
al Casinò de Paris, più nobile delle nobili, più alla moda d’ogni
moda del tempo, indossava come poche i cappelli di Chanel, libera di
vestire, libera d’amare, sì esatto cortigiana, l'unica forma di
indipendenza concessa, a chi non aveva collocazione sociale, e ne
aveva fatta di strada sgomitando decisa, di mani e di bocca, per
arrivare fin dove, in quel mondo borghese chiuso e laccato, primi
vagiti di rumori e motori, di commercio e di industrie, di moda e
futuro. Per lei non c’erano altri gradini sociali, quando giù in
strada sui marciapiedi di fango, invidiava coetanee con la riga alla
calza, che entravano eleganti nelle case serrate e si davano belle
profumate e per soldi mentre lei nelle strade senza lampioni
raccoglieva gli avanzi delle notti più fredde. Poi conobbe un sarto
che le donò un vestito, conobbe un fantino che le chiese la mano, e
per lei s’aprirono porte, cancelli e portali di ville e di chiese.
Divenne
ricchissima e proprietaria di case, mantenuta di tutti, concubina
per ore, nulla più a che spartire con quelle di strada, calze a rete
e stivali e cosce all’aperto, incontrate di notte nei crocicchi di
nebbia, che vedevano carni sgraziate a buon prezzo. Nulla a che
vedere con le modelle lascive che si davano nude nelle fredde
mansarde, costrette all’amore con la scusa dell’arte. Nulla a che
vedere con le ballerine a tariffa quando dopo il cancan ferme sul
palco, invece di rose aspettavano un prezzo, come l’asta del pesce
al mercato a buonora.

Lei era
la cortigiana che offriva parole, e pizzi e merletti e la gioia di
stare, a braccetto nel parco con l’ombrellino da sole, e guanti e
cappelli e lo smalto alle unghie, ripassato tre volte dall’alba al
tramonto. Lei era Émilienne, Émilienne L’Etoile, con la maestria
innata di deliziare un incontro, lo spirito adatto per presenziare
una sera, pennellata di femmina, ritocco di classe, tratto d’artista
per palati più fini, per ogni parete di lussuosi locali, per ogni
tela di pittori all’aperto, lei era Émilienne, Émilienne L’Etoile,
l’elegante e l’austera, che con un cenno di mano cambiava una sera,
offrendo le grazie del suo seno elegante, già pieno e rigonfio di
denaro contante, già sodo e fiorente per quel piacere evidente,
quando mani vogliose sotto le gonne disegnavano la forma dei suoi
fianchi abbondanti e lei rideva di bocca e di cuore, di fresco
rossetto spalmato con cura, e si sentiva bella, regina e importante,
oggetto di brama per un velo di calza, unica luna per tutta
l’attesa, dentro quella carrozza con quattro cavalli che a notte
inoltrata scivolava nel buio, sull’asfalto bagnato dell’Epoca Bella,
lungo i viali di tigli che si schiudono in fiore, verso la casa del
fortunato di turno.
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