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A partire dal
1880, dopo l’incontro con l’attrice rivale Sarah Bernhardt, la
sua fama cresce notevolmente anche all’estero.
Nel 1881 sposa un attore della sua compagnia ma l’unione, dalla
quale nasce una bambina, si rivela presto infelice.
Tra i suoi maggiori successi si annoverano “La Signora delle
Camelie” di Dumas, “La Cavalleria Rusticana” di Verga, “Antonio
e Cleopatra” di Shakespeare, “Casa di Bambola” di Ibsen.
Attrice sensibilissima, sceglie di rafforzare con la cultura le
sue doti innate.
A trentasei anni
si lega sentimentalmente a Gabriele D’Annunzio ed interpreta i
drammi che lui scrive appositamente per lei.
Eleonora recita, guadagna e si indebita pur di portare in scena
le fallimentari opere teatrali del suo amato che però sperpera
il denaro alle sue spalle vivendo nel lusso più sfrenato.
E’ qui di
fronte a me, questa donna che è diventata un mito. Se ne sta lì
seduta, con quell’espressione assorta ed imperscrutabile.
Tiene nella mano sinistra un fiore, credo sia una camelia, ci
giocherella distrattamente, quasi fosse sopra pensiero.
Confesso che ho un po’ di timore a rompere il silenzio che ci
avvolge.
Eleonora, vorrebbe raccontarmi della sua difficile
infanzia? Quali sono i suoi ricordi più struggenti?
Ecco l’ho fatto… Pronunciando la prima domanda ho spezzato
quel silenzio perfetto.
Lei non sembra turbata e mi risponde senza distogliere lo
sguardo dal piccolo fiore che tiene ancora fra le mani.
Inaspettatamente sorride, ma è un sorriso amaro.
Sono figlia d’arte, i miei genitori erano attori itineranti e a
cinque anni avevo già veduto moltissimi luoghi. Non ci fermavamo
mai, la nostra unica casa era il palcoscenico. Era una vita
difficile, soprattutto per una bambina.
Immagino che fosse quasi inevitabile per lei divenire
un’attrice, essendo cresciuta in quell’ambiente…
Non avrei potuto essere nient’altro. Ho vissuto per il
teatro ed il teatro mi ha plasmata dando senso alla mia vita.
Vorrebbe raccontarmi del suo esordio sulle scene?
Avevo soltanto quattro anni quando calcai le scene per la
prima volta, ma il ricordo è nitido ed indelebile.
Recitai il ruolo di Cosetta nella trasposizione scenica dei
Miserabili di Hugo e per farmi piangere come richiesto dal
copione mi bacchettarono ripetutamente le gambe. Se chiudo gli
occhi posso sentire ancora quelle fitte pungenti.
In quel momento ho imparato che il teatro è passione e gioia ma
anche e soprattutto sacrificio e sangue.
Quando invece recitò per la prima volta da protagonista?
Accadde in modo inaspettato, quando mia madre si ammalò ed
io dovetti sostituirla.
Ricordo che la paura mi divorava prima di entrare in scena ma
una volta sul palco Eleonora non esisteva più, esisteva soltanto
il personaggio che interpretavo. Prima Francesca da Rimini, poi
Pia Dè Tolomei, poi tutte le altre. Io ero ognuna di quelle
donne.
Dunque quando recitava la separazione tra donna ed attrice
sfumava e l’immedesimazione era pressochè totale…
Quelle povere donne delle mie commedie mi sono talmente
entrate nel cuore e nella testa che mentre io m'ingegnavo di
farle capire al meglio a quelli che m'ascoltavano, quasi volessi
confortarle, sono esse che adagio adagio hanno finito per
confortare me.
Per quale ragione non si truccava mai in scena?
Perché io non ho mai avuto bisogno di orpelli o di maschere.
La mia recitazione veniva dall’anima, senza filtri, emergeva dal
profondo e si traduceva nella mimica del viso, nel saper giocare
con le espressioni e nel non aver paura dei segni del tempo. Mi
sono battuta tutta la vita per un teatro più vero, un teatro
“senza trucco”, purificato e naturale, proprio come ero io
quando salivo sul palco senza il belletto.
E’ vero che lei non disdegnava affatto il viola?
A differenza della quasi totalità delle mie colleghe attrici
io non sono mai stata scaramantica.
Il viola è in effetti un colore come tutti gli altri.
Mi dica una cosa che ama, la prima che le viene in mente.
Amo i fiori, amo spargerli sul palcoscenico, amo indossarli
appuntati sui vestiti.
Amo le viole.
Posa nuovamente lo sguardo sulla piccola camelia sorridendo
impercettibilmente, poi chiude gli occhi inalandone l’intenso
profumo. Stacca i petali, uno alla volta, con estrema lentezza,
osservandoli scendere a terra e depositarsi ai suoi piedi.
Appoggia i gomiti sulle ginocchia come a volte faceva anche in
scena, senza timore di sembrare sfrontata, quindi mi guarda
attendendo una nuova domanda.
Si dice che aver amato l’uomo sbagliato abbia segnato la sua
vita per sempre. Cosa vuole raccontare del suo difficile legame
sentimentale con Gabriele D’Annunzio?
Non esistono uomini sbagliati. Esiste l’amore. Esiste la
passione. Ho amato un uomo crudele ed immorale ma non me ne
pento, perché non ho avuto scelta.
Come vi conosceste?
Vi fu un primo contatto epistolare e qualche tempo dopo, nel
1894, l’incontro fatale a Venezia.
Cosa provò durante quel primo incontro?
Rimasi incantata. E mi resi conto che la mia vita sarebbe
cambiata per sempre.
Poi cosa accadde?
Mi lasciai travolgere dalla passione, totalmente. Lasciai
che quel legame fatto d’amore e di arte assorbisse ogni mia
energia.
Solo molto tempo dopo trovai il coraggio di staccarmi da lui,
esasperata dal suo egoismo, dalla sua presunzione e dai suoi
ripetuti tradimenti.
Come definirebbe il vostro rapporto?
Distruttivo, profondo, ambivalente.
Non avrei mai potuto amare nessun altro così totalmente, perciò
ho lasciato che mi ferisse rinunciando alle mie difese.
Cosa amava di lui?
Amavo ogni cosa di lui. Anche il suo sarcasmo, la sua
ambizione, i suoi pensieri deliranti.
Sono sempre stata consapevole della negatività che emanava,
eppure non potevo fare a meno di lui.
Quale fu il suo peggiore affronto?
Furono molti gli affronti che dovetti subire.
Quando scrisse il romanzo autobiografico “Fuoco” mise in piazza
la nostra relazione rendendo pubblici anche i momenti più intimi
e privati. Ma fu il tradimento artistico che mi costrinse ad
allontanarmi per sempre da lui: affidò il ruolo principale ne
“La città morta” alla mia rivale, Sarah Bernhardt. E non si
fermò lì. Mi tolse anche la parte della protagonista ne “La
Figlia di Iorio” che aveva scritto appositamente per me, proprio
quando stavo per portarla in scena. Mi mandò un fattorino al
quale dovetti riconsegnare il costume e che mi lasciò un
biglietto…
Cosa c’era scritto in quel biglietto?
“Il teatro è un mostro che divora i suoi figli: devi
lasciarti divorare”.
Fu molto crudele!
E mi dispiace davvero per lei, non è una frase di circostanza.
Trovo profondamente ingiusto che una donna così straordinaria
abbia dovuto subire tutte quelle umiliazioni proprio dall’uomo
che amava. E’ forse questo l’amore? Lasciarsi distruggere
dall’altro? Ma metto subito da parte le mie considerazioni e mi
rivolgo di nuovo a lei per porle l’ultima domanda.
Riuscì mai a perdonarlo?
Alla fine lo perdonai.
Gli perdonai di avermi sfruttata, rovinata e umiliata oltre ogni
limite.
Gli perdonai tutto, perché avevo amato.
Francesca Panzacchi
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