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Innamorarsi...
di un poeta?
“Se ti riferisci a qualcuno in particolare, il mio Bernard de
Ventadour... sappi che non ho nessuna vergogna per quello che ho fatto.
E’ un sentimento, un’emozione che non ho mai provato, che non appartiene
al mio animo. Vergognarmi di provare passione furente? Vergognarmi di
lasciarmi trascinare da essa? Vergognarmi di tradire un marito che non
sa nemmeno soddisfarmi? No, mi spiace. Ma nessuno mi ha mai fermato
davanti a una passione.”
Nemmeno la fede, o la Chiesa?
“Fede? Chiesa? Tutte questioni politiche, e lasciatelo dire da una come
me, che di politica se ne intende e l’ha imparata entrando nelle sale
degli uomini, ascoltandoli con attenzione, imparando da loro le armi, le
parole, le astuzie. Non mi sono seduta fuori del Consiglio ad aspettare,
non è nella mia indole.”
Quindi, anche il matrimonio è una questione puramente politica?
“Mia cara, il matrimonio è la questione politica per eccellenza. Guarda
me, ad esempio: mio nonno Guglielmo morì, dicono, in pellegrinaggio. Io
non ci credo, ho sempre anzi pensato che fosse stata una congiura ad
eliminarlo: si era attirato le antipatie di molti, era potente e aveva
persino avuto l’ardire di donare un terreno a un gruppo di monaci per
renderli indipendenti dalla Chiesa: Cluny la luminosa e la
rivoluzionaria è nata grazie a lui. Mi sono tenuta i miei sospetti e i
miei pensieri chiusi in fondo al cuore e sono andata avanti, diventando
l’erede del più grande e meraviglioso possedimento esistente nella
Francia e nel mondo: l’Aquitania. Col mio ruolo di mecenate ho reso la
mia corte ricca e splendente di arti e cultura, con le mie abilità
politiche ho reso il mio paese ancora più solido. Credi davvero che re
Luigi VII mi chiese in sposa perchè ero giovane e bella?”
Voi siete non più giovane, ma ancora bella. Potrei pensarlo...
“Sciocca, se lo fai. Tanto più che a letto non mi guardava nemmeno.
Scompariva. Sulle prime pensavo avesse un’amante, e io, furente di
rabbia, per ripicca iniziai a invitare nel mio letto cavalieri, poeti,
dame di compagnia. Poi una sera decisi di seguirlo per scoprire chi era
la sgualdrina che preferiva a questo corpo caldo. Una Chiesa! Una
statua! Lo vidi raccogliersi in preghiera davanti alla Vergine Maria, e
rimasi lì a fissarlo tutta notte, mentre con una frusta si flagellava le
carni. Espiava il desiderio che provava per me, pensai: era l’unica
ipotesi che poteva in qualche modo consolarmi. Non so nemmeno come abbia
fatto a giacere con me, a darmi delle figlie...”
Infatti il vostro matrimonio fu sciolto. Come avete vissuto quei
momenti?
“Potrei dirti che furono una liberazione. Mi sentivo soffocare, mi
sentivo morta dentro, e anche se tentavo di rendere la corte più vivace,
mi mancavano il sole e la luce della mia Aquitania e le persone che mi
circondavano non mi aiutavano a risollevarmi l’animo. Ero arrivata a
odiare tutto e tutti. E quei maledetti dei consiglieri di mio marito,
che erano più forti di me, delle mie doti seduttive, delle mie capacità
di convincimento! Nessuno è più forte di una donna in questo, solo io
non riuscivo a portare Luigi dalla mia, era frustrante!”
Vi riferite all’abate Suger?
“Il solo sentire pronunciare quel nome mi irrita! Quando chiesi a Luigi
di continuare ad amministrare l’Aquitania come avevo sempre fatto prima
di sposarlo, Suger si mise in mezzo. E quando cercavo di dire la mia
durante i consigli a porte chiuse, mi zittiva, dicendo che la politica
non è affare da donne. Dio solo sa quanto lo odiavo e quanto avrei
voluto stritolare il suo collo tra le mie mani!”
Sono parole molto forti, Eleonora. Per una devota lo sono...
“Devota. E perché devota? Solo perché ho partecipato a una stupidissima,
inutile crociata a Gerusalemme? L’unica nota positiva di quel viaggio fu
rivedere Raimondo di Tolosa. Fu come ritornare ragazzina, prendere una
boccata d’aria. Non mi guardare così, so che cosa vuoi chiedermi: sì, ho
avuto una relazione con lui da giovane, ed è stato bello rivederlo per
ricordare i tempi andati. Divertente. Bernardo di Chiaravalle aveva
mandato in Terrasanta Luigi per fare guerra, e tutto quello che ottenne
fu un fallimento totale: al ritorno ci fermammo addirittura a Roma per
chiedere l’annullamento del matrimonio al Papa. Bernardo, un altro uomo
odioso!”
Perché lo definite in questo modo?
“Mi odiava, e io sono solita rispondere con lo stesso sentimento. Io ero
e sono ancora tutto quello che lui rimproverava a una donna: colta,
sapiente, intelligente, attiva, passionale. Ah sì, lui voleva la donna
vergine, casta e pura, devota a Dio e al marito, e soprattutto muta e
accondiscendente. Una nullità. Lui, e il suo culto di Maria! Lui, e il
suo ordine templare! Ci siamo scontrati spesso, mai volentieri. Non
vedeva di buon occhio il mio passare il tempo coi poeti, ma è grazie a
me se la figura femminile si è leggermente rivalutata nell’epica e nei
canti. La donna da amare, da proteggere, da adulare, da adorare... è
anche grazie a me se la poesia s’è innovata. E preghiere e poesia non
vanno d’accordo.”
Siete caduta dalla padella alla brace, lasciando Luigi e sposando
Enrico II. Che cosa mi dite del vostro rapporto con l’uomo che vi ha
rinchiusa qui?
“Oh, se sapessi... quanto l’ho desiderato e quanto lui mi ha desiderata,
agli inizi. Un toro, una bestia fiera, focosa, non mi lasciava un attimo
di respiro e il letto era il luogo ideale per le nostre battaglie
amorose. Riuscii a dimenticare il vuoto e il freddo che avevo sentito
accanto a Luigi. Finalmente dalla nostra passione nacquero due figli,
entrambi maschi: e pensare che il re di Francia dava la colpa a me
perché gli ho dato solo femmine, quello stupido. Riccardo è il mio
pupillo, ha un cuore di leone e ha preso molto da suo padre. Ora non so
dove sia mentre io sono qui a languire in cella, non ho modo di
chiedergli aiuto per quello che sta succedendo. Spero tornerà ad aiutare
sua madre...”
Eleonora si concede una pausa e io non riesco a fare a meno di
contemplare il suo bel volto segnato dagli anni, ma ancora bellissimo e
fiero.
“Vedi... ben presto mi accorsi che Enrico era un ingordo. Voleva tutte
le donne, e fino a quando si trattava di ingravidarle per far valere i
suoi diritti di re o per spegnere i suoi desideri improvvisi, andava
tutto bene: in fondo faceva parte del gioco, e lo capivo. Ma quando...”
Quando...?
“Quando compresi che aveva un’amante, scoppiai in grida e pianti
disperati. Era un affronto, capisci? Quando scoprii che le aveva fatto
costruire persino una villa a labirinto in cui solo lui riusciva ad
orientarsi, per tenerla al sicuro, persi la testa!”
Chi era lei?
“Si chiamava Rosamund. Rosamund Clifford...”
Perché usate il passato?
“Perché l’ho uccisa. Con queste stesse mani, che si sono sporcate del
suo sangue. Nel suo stesso letto, imbrattato di rosso. Dopo aver
distrutto vasi e mobili ed essermi procurata lividi e graffi sulle
braccia e sul viso. Cercai la via in quel labirinto di stanze che Enrico
aveva fatto costruire per proteggerla da me, dalla mia gelosia, dalla
mia furia. Io gli ho dimostrato che non c’è nulla che possa proteggere
lui e le sue cose da me. Sobillai i suoi figli contro di lui, li indussi
alla ribellione e al tradimento. Istigai gli antichi alleati per
rivoltare le armi contro il loro re. Ora capisci perchè languo in questa
cella, lontano dal suono delle arpe e delle voci dei miei amati poeti?”
Eleonora abbassa lo sguardo, come presa da un’improvvisa stanchezza.
Capisco che è giunto il momento di lasciarla riposare, ma prima le
rivolgo un’ultima domanda.
Chi è quindi Eleonora d’Aquitania? Nessuno può saperlo meglio di
Voi...
“Tu credi? Un filosofo in tempi antichi diceva che conoscere se stessi è
la cosa più difficile da sapere. Non credi anche tu che abbia ragione?
Per definire me stessa, forse dovresti aiutarmi tu. O forse dovresti
chiederlo al mio primo amore, o al mio primo marito, o ai miei poeti, o
al mio adorato Enrico, che qui mi tiene rinchiusa. Ma credo che sarà la
Storia dopo di me a creare un’immagine consona alla mia persona. In
fondo è la Storia che, come l’acqua, modella a suo piacimento i fatti e
le persone, no?”
La guardo e sorrido. Dentro di me vorrei dirle che un giorno rivedrà
la luce del sole e riassaporerà quello che ora le sembra di aver
perduto. Vorrei dirle che avrà una vita lunga, straordinariamente lunga
per una donna del XII secolo. Vorrei rimanere con lei un altro po’, per
attingere qualcosa di quell’ardore e di quel temperamento più unici che
rari, che la rendono donna emancipata per l’epoca in cui vive. Ma poi mi
alzo, e mi congedo con un inchino, richiamo la guardia che mi
riaccompagna fuori dalle prigioni e rivedo la luce della sera che
giunge. E tornando a casa, dal mio viso scende una lacrima sincera.
Eliselle
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