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INTERVISTA IMPOSSIBILE

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Claretta Petacci
Ne sarà valsa la pena?
Clara Petacci detta Claretta, vero nome Clarice,
è nota per essere stata l’amante di Benito Mussolini,
da lei idolatrato fin dall'infanzia. Per amore volle
seguirlo fino all’ultimo, fino alla tragica morte. 
Era sorella dell'attrice Miria di San Servolo,
conosciuta anche come Miriam Day o Myriam Petacci,
il cui vero nome era Maria Petacci.







(Roma, 28/2/1912 - Giulino di Mezzegra, 28/4/1945)

 

 

Iniziamo dalle sue origini, madame?
Sono figlia di Giuseppina Persichetti e del medico Francesco Saverio Petacci, archiatra di Pio XI.

Come fu la sua adolescenza?
Studiavo violino con il maestro Corrado Archibugi, mi interessavo di pittura e sognavo di diventare attrice.

Facciamo un salto ed arriviamo direttamente nel 1932?
Già, avevo venti anni quando conobbi per la prima volta Benito Mussolini. Fu un incontro fortuito durante una gita in auto. Lo ricordo ancora, ero alla rotonda di Ostia in compagnia del mio fidanzato, il tenente dell'Aeronautica Riccardo Federici. Lo vidi, era un uomo affascinante dallo sguardo magnetico consapevole del proprio fascino. Riuscii ad avvicinarmi nonostante la sicurezza…

Per lei un colpo di fulmine…
Stravedevo per lui sin da ragazzina e da tempo gli inviavo montagne di lettere, purtroppo intercettate e censurate dalla segretaria.

Lui cosa fece?
Rimase colpito dalla mia intraprendenza e mi invitò a Palazzo Venezia. Aveva trenta anni più di me.

Sin da subito non furono semplici incontri… diciamo d’amici…
Tenga conto che nel frattempo mi ero sposata con Riccardo per cui i primi nostri incontri erano sotto forma di “udienze” che lui mi concedeva a Palazzo Venezia nel suo studio di Capo del Governo.

Ma anche il duce era sposato…
Lui era sposato dal 1915 con rito civile e dal 1925 con rito religioso. Sua moglie, Rachele Guidi, l’aveva conosciuta già dall'infanzia.

Lei era al corrente delle sue numerose amanti?
Quelle importanti erano storie vecchie e passate come quella con Ida Dalser. Quando ci mettemmo insieme aveva da poco concluso una lunga relazione con Margherita Sarfatti, donna della borghesia veneziana di origine ebrea.

E’ vero che nell’intimità lo chiamava Imperatore e alle volte Cesare?
Lui era il mio universo, la mia luce, il mio senso della vita. Anche nei momenti di tristezza e di rabbia, lo consideravo un essere superiore, una divinità. Ed io la sua ombra.

Politicamente era d’accordo con le sue scelte?
Della politica non me ne fregava assolutamente nulla. Io ero innamorata dell’uomo quello forte e quello bisognoso ed insicuro, quello narcisista e quello in preda ad attacchi d’ira. Benché ci fossero trent’anni di differenza lui s’affidava a me come un bambino.

Era un bugiardo vero?
Direi incallito perché non era in grado egli stesso di riconoscere una menzogna. Mi giurava la sua fedeltà anche quando c’erano prove evidenti di tradimento.

Si racconta che lei lo aspettasse pazientemente ogni giorno alle volte inutilmente…
Alle volte non riusciva a raggiungermi per effettivi impegni di Stato. Ero comunque gelosissima ma consapevole di essere una donna fortunata ed invidiata. Stare con un uomo così importante e pieno di fascino comportava sicuramente degli onori ma anche dei rischi.

Pretese mai che Mussolini lasciasse sua moglie?
Amavo Benito, per lui mi separai ufficialmente da mio marito nel 1936, quattro anni dopo. Non pretesi mai, dico mai, di essere la sua donna ufficiale mi accontentavo di essere la sua compagna segreta e di condividere con lui i momenti più intensi.

La notizia della vostra relazione corse veloce lungo i corridoi del Potere!
Diversi gerarchi del fascismo non vedevano di buon occhio la nostra relazione per quanto segretamente tollerata da donna Rachele. La consideravano inopportuna e scandalosa.

Ci furono accuse di favoritismi e corruzione…
Beh ero pur sempre la donna del duce no? Ed era naturale che ricevessi dei favori e vivessi in un posto appropriato e di conseguenza ne fosse favorita anche la mia famiglia.

Ci parli di Villa Camilluccia…
Ci trasferimmo in quella villa verso la fine del 1939. Un regalo splendido di Benito! Era enorme divisa in 32 locali distribuiti su due piani. Nel sottosuolo, come nella residenza del duce di Villa Torlonia, era ricavato un rifugio antiaereo, mentre nell'ampio parco si perdevano nel verde una piscina, un campo da tennis, un giardino fiorito che curavo personalmente.

Ma nel parco c’era anche una dependance… o meglio la vostra alcova…
L’avevo arredata personalmente. Il bagno era rivestito di marmo nero con una vasca molto grande nel centro, tipo le vasche termali romane, mentre la camera da letto era arredata da specchi e mobili color rosa.

Che fine ha fatto quella villa?
Dopo la caduta del fascismo fu confiscata e poi demolita per far posto ad un complesso di edifici che ospitano le ambasciate dell'Iraq presso l'Italia e il Vaticano

Arriviamo a Luglio del 1943 ovvero la caduta del fascismo…
Purtroppo la mia storia personale è legata a quella dell’Italia. Venni arrestata, ma poi fui liberata l'8 settembre, quando venne annunciata la firma dell'armistizio.

Insieme alla sua famiglia abbandonò Roma…
Ci trasferimmo al Nord, ritenuto più sicuro poiché controllato dalle forze tedesche. Mi trasferii dapprima in una villa a Gardone, non lontano dalla residenza di Benito e dalla sede del governo repubblicano a Salò e poi a Milano.
 
Dopo qualche mese la sua famiglia volò a Barcellona, come mai lei rimase lì?
Non avrei mai potuto lasciare Benito da solo. Lo amavo troppo.

Ma Milano non era più sicura…
Infatti tentammo di riparare in Svizzera nascosti in una colonna di automezzi tedeschi, ma fummo bloccati a Dongo da una brigata partigiana.

Dicono che anche in quel caso le fu offerta una via di scampo…
Che importanza ha tutto questo? Ripeto, mai e poi mai lo avrei lasciato.

Poi cosa successe?
Venimmo catturati e nascosti in un casolare. Quella fu l’ultima notte che passammo insieme. La mattina seguente qualcuno arrivò alla cascina dicendo d’essere venuto per liberarci e che avremmo dovuto seguirlo.

Ci credeste?
Per un attimo sì, del resto non avevamo altra speranza. Ci fecero salire su una macchina, ma vicino ad un frutteto con un cancello chiuso fummo fatti scendere. Benito aveva un soprabito color nocciola, io ero impacciata per via delle scarpe di camoscio nero con i tacchi alti. Camminammo per un breve tratto poi ci ordinarono di fermarci…
 
Erano le 16,10 del 28 Aprile 1945 Mussolini e Clara furono fucilati, sebbene su Clara non pendesse alcuna condanna. Si racconta che Clara provò a proteggere Mussolini con il proprio corpo. I loro corpi, dopo essere stati oltraggiati dalla folla, furono esposti a Milano in Piazzale Loreto, appesi per i piedi alla pensilina del distributore di carburante Esso.
Don Pollarolo, cappellano dei partigiani, non appena comprese che c'era l'intenzione di appendere per i piedi anche il cadavere della Petacci alla pensilina, chiese a una donna presente tra la folla, una spilla da balia per fissare la gonna. Tale soluzione si rivelò però inefficace e così intervennero i pompieri e mantennero ferma la gonna con una corda.
 
Clara Petacci, forse per la nobile scelta di restare insieme al suo uomo, anche nella tragedia più cupa, resterà per sempre al di sopra di ogni giudizio politico sul fascismo. Da questo legame non ha ottenuto nulla per sé, a parte le continue mortificazioni e la tragica fine. Come una qualsiasi amante è stata costretta a nascondersi e non ha vissuto il suo amore alla luce del giorno. Accusata e offesa persino dalle varie spasimanti del duce. Ne sarà valsa la pena?























 

 
 
 



L'INTERVISTA A CURA DI ADAMO BENCIVENGA
E' STATA REALIZZATA
 GRAZIE A:

http:/www.ripensandoci.com
http://biografieonline.it
http://it.wikipedia.org
http://xoomer.virgilio.it/parmanelweb/petacci.htm

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