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Tutt’intorno c’è un odore di muffa, di umidità, qui i
raggi del sole non arrivano, il buon Dio sarà impegnato
a scaldare gente d’altri paraggi. Non mi sorprenderei se
ad un tratto comparisse in fondo alla strada il vecchio
professore che dilapida mezza pensione per sentirsi dire
micio bello e bamboccione insieme ai quattro pensionati
che mezzo avvelenati stramaledicono le donne il tempo ed
il governo.
Le
facce che incontro non sono rassicuranti, oramai sono
certa che svoltato l’angolo mi troverò davanti quello
strano tipo che ha venduto per tremila lire sua madre ad
un nano.
Chiedo in giro, mi
guardano, sorridono senza però darmi alcuna indicazione, finché una
bimba che canta strofe irripetibili mi prende per mano e m’accompagna.
Facciamo pochi metri, poi m’invita a salire in un antro buio, ho un
attimo di incertezza, ma poi la frenesia dell’intervista decide per me.
Finalmente eccola Bocca di Rosa! Per la contentezza l’abbraccio, lei
ricambia gentile, i suoi capelli biondi hanno un odore di grano, i suoi
occhi grandi, il sapore di foglia. Mi fa sedere su un divano semplice ed
onesto, la casa è piccola, ma ben curata. Vuole a tutti i costi che
prenda qualcosa.
Dalla cucina mi
dice: “Scommetto, che lei è qui per farmi delle domande su cosa è
successo a Sant’Ilario?”
Senza aspettare
risposta prosegue: “Sono passati una quarantina d’anni, è possibile
che ci sia ancora qualcuno interessato a questa storia?”
Torna in salotto
con due calici pieni di frutta.
La luce che filtra
dalla finestra la contorna di un alone magnetico, ogni tanto squilla il
telefono e lei garbatamente risponde prendendo appuntamenti.
Si siede.
“Mi scusi, ma
nella mia professione non c’è un attimo di respiro.”
“Quindi alla fine
è diventato un mestiere?”
“Beh sì, in effetti non si vive di sola
passione. Quelli erano altri tempi. Ero giovane con il sano gusto di
divertirmi.”
“Tirandosi addosso
l’ira funesta delle cagnette a cui aveva sottratto l’osso.”
“Ripeto io lo vedevo come un gioco, ero
giovane e mi piaceva attirare l’attenzione, magari sconvolgendo un
intero paese fino a scatenare allegria e divertimento, ma anche invidie
e gelosie. Le giuro che non ci vedevo nulla di male, e di sicuro, quando
mi capitava l’occasione non andavo certo a chiedere il certificato di
matrimonio.”
Ride. Ha delle
labbra sensualissime d’un rosso acceso. Mai soprannome poteva essere più
appropriato.
“Non le pesavano i
giudizi delle comari?”
“Assolutamente no, mi sentivo diversa e
soprattutto non legata a certi schemi. Insomma per me quello strascico
di pettegolezzi era un vanto.”
“Chi era la
vecchia mai stata moglie e senza mai figli?”
“La classica zitella che avendo raggiunto
la pace dei sensi s’appella a falsi moralismi e crede di dare buoni
consigli quando s’accorge che non può più dare cattivo esempio.”
“C’è stato un
comizio in piazza per l’occasione?”
“Sì, anche se mi sono guardata bene dal
parteciparvi. Decisero di andare dal commissario accusandomi di
prostituzione, ma poverine avevano le armi spuntate in quanto tutto il
paese sapeva che non ricevendo soldi l’accusa decadeva all’istante.
Altro che consorzio alimentare! Direi piuttosto un’opera di beneficenza.
“Ed i carabinieri
cosa le dissero?”
“Ancora mi viene da ridere se ripenso a
quei buffissimi pennacchi. Sono uomini anche loro per cui non fecero
altro che accompagnarmi malvolentieri alla stazione!”
“Sorpresa
dell’accoglienza alla stazione?”
“Beh sì, non mi sarei mai aspettata di
vedere in prima fila il sagrestano ed il commissario che quasi quasi
stava piangendo. Questa è stata la riprova che avevo portato amore a
Sant’Ilario senza in cambio alcun interesse.”
“Dispiaciuta di
essere dovuta partire da Sant’Ilario?”
“Ma sa, in quel momento mi premeva
soltanto d’aver lasciato un buon ricordo. Per il resto non credo che ci
sia tanta differenza, ogni paese vale l’altro.”
“Infatti…”
“Oramai ero diventata famosa, alla
stazione successiva ad accogliermi c’era addirittura il parroco.”
Apre in
libro e mi fa vedere dei petali secchi di rosa.
“Vede, conservo ancora i fiori che mi
hanno gettato per l’occasione.”
“E la processione, c’è stata veramente?”
“Certo, mi hanno
invitata come rappresentante dell’amore, se poi sia sacro o profano mi
sembra davvero un dettaglio.”
“Le dispiace essere ancora famosa?”
“No, anzi, devo dire che tutta questa
pubblicità mi ha aiutata quando ho deciso di fare il mestiere. Sente…?”
Il telefono
continua a squillare ininterrottamente.
L’intervista si è
conclusa, la vedo che ha fretta, con fare discreto cerca di salutarmi.
Fuori c’è gente che aspetta di entrare.
“Posso farle un’ultima domanda?
Mentre apre la porta sorride e mi brucia
la domanda.
“Per caso vuole sapere da cosa trae
origine il mio soprannome?”
Mi sento spiazzata completamente.
“Dicono che la mia bocca ricorda una rosa,
che le mie labbra somigliano a petali grassi e carnosi.”
Si ferma un attimo a pensare
“E poi le rose profumano per mestiere…”
LiberaEva

Amor Sacro e Amor Profano (1514 ca.)
Tiziano Vecellio
galleriaborghese.it
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